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SUBLIMI TRANSITORIETA' |
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Ricognizione
riflessiva di alter
- azioni ancora percepibili dei corpi
architettonici |
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Paolo
MARZANO |
Data di
pubblicazione: 09/2004 |
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"Quando un sistema
raggiunge i suoi limiti e si satura, si produce una
reversione: accade un'altra cosa, anche
nell'immaginario. Finora avevamo sempre avuto una
riserva di immaginario e però il coefficiente di
realtà è proporzionale alla riserva di immaginario
che gli conferisce il suo peso specifico. Questo è
vero anche per l'esplorazione geografica e spaziale:
quando non c'è più territorio vergine, e dunque
disponibile per l'immaginario, quando la carta copre
tutto il territorio, qualcosa come il principio di
realtà scompare."
Tratto dallo scritto
Simulacri
e fantascienza, di Jean Baudrillard.
Le continue e
rinnovabili estensioni che la tecnologia ci consegna
come tremendamente necessarie e uniche,
costituiscono ormai delle vere e proprie periferiche
conoscitive. Esse sono capaci di riaggiornarsi
interagendo con il nostro spazio vitale e
sviluppando funzioni che a volte trascendono il
nostro stesso comportamento, producendo
interconnessioni sconosciute, appropriandosi di
spazi non previsti e mai cercati, agevolando piccoli
ambiti ‘altri’, indicandoci una direzione verso
comunicazioni ‘invasive’ (vedi pubblicità
subliminali, comunicazioni contro la privacy,
interconnessione di siti ecc…). La presunta ed
illusoria libertà d'intervento dell'individuo, sulla
realtà, ha probabilmente determinato o determinerà
circuiti perversi di sistematiche strategie di
controllo. Una frammentazione delle funzioni e delle
coordinate individuali che, con l’appoggio della
tecnologia multimediale tendono ad espandersi verso
dimensioni diverse ed a canali conoscitivi
complessi, alternativi, disgiunti da una scelta
desiderata. Il che diventa abbastanza preoccupante.
Quello che ci interessa però, è capire se i vantaggi
dei mondi informazionali, istituiscano una forma di
maggiore libertà, che risulterebbe per un certo
verso ‘mimetica’ rispetto alla rete, oppure generino
spostamenti che lasciando una traccia, una scia,
fatta di messaggi e informazioni ‘seconde’,
diventino estremamente riconoscibili perciò
controllabili. Senza ombra di dubbio sono eventi
appartenenti fisiologicamente ai linguaggi
espressivi e alle mutazioni tecnologiche che man
mano si sono auto configurate stratificando
l’attuale realtà, è importante dire che più o meno,
a parte i tempi, la maggior parte degli accadimenti
era stata prevista da dieci o quindici anni e
numerosi testi hanno già scandagliato quelle realtà
poi, attualizzate.
La commutazione
dell’interfaccia è proliferata, il processo di
crescita frattale dei sistemi comunicativi si
espande, consuma il tempo decretando l’agonia del
‘vissuto’ individuale. L’istantaneità domina
sulla transitorietà del tempo, sulle sue
rigeneranti relazioni e permette scambi
consapevolmente immateriali. Diventa determinate, a
questo punto, che ci si rivolga all’unica materia di
verifica di nostro interesse per saggiare gli strati
di cui è composta questa complessa realtà;
l’architettura.
L’architettura è
prevalentemente una materia ‘unta’ (vocabolo da
intendere nelle diverse e obbligatorie accezioni) di
quotidiano. Essa è caratterizzata da diverse
componenti linguistiche e progettuali come la
sublime trasparenza, la severa luminosità, poi,
l’intrigo formale giunge a compromessi con essa e
definisce le ombre quindi i volumi. Il colore dei
materiali d’elezione propriamente naturale (è
chiaro), ma una cosa è fondamentale, secondo me, da
tenere in considerazione; tali architetture, sono
sollecitate o dinamicamente ‘smosse’,
progettualmente istigate e provocatoriamente
realizzate da un’operatività basata sullo studio e
la ricerca, da ambiti teorici, terminologici,
metaforici, costituenti una base di esperienze
fenomenologicamente vitali. Forse appartenenti ad un
altro sistema di relazioni percettive di dichiarata
importanza. L’architetto lo sa, e mentre una mano
digita sulla tastiera controllandone la struttura,
l’altra tocca la superficie dei materiali sentendone
la grana e saggiandone le caratteristiche utili alla
costruzione finale, quando il pensiero diventa
spazio architettonico. Non esiste infatti ‘ibridazione’
senza vulnerabilità e precarietà, non esiste ‘interattività’
senza scolorimento oppure ossidabilità, non esiste ‘connessione’
senza screpolature o scollamenti, non esiste ‘smaterializzazione’
senza deterioramenti od opacizzazioni, praticamente
non esiste lo spazio architettonico senza,
avvizzamenti, muffe, graffi, scheggiature,
ammaccature, tacche, componenti mutevoli dei
materiali e di tutta un’architettura il cui dna
contiene un elemento di transitorietà. Questo mi è
stato comunicato dalle foto delle opere speditemi,
su richiesta, dallo stesso artista e che compaiono
in questo scritto. Scelte per il tipo di ricerca che
intendono portare avanti e il tipo di ‘contatto’
visivo che riescono a stabilire conoscendo i
funzionamenti del mondo produttivo.
Sono delle opere che
conoscevo da tempo, ma per qualche istante, hanno
promosso nuove percezioni e la loro realtà materica,
definiamola ‘di risulta’, ha fatto il resto.
Cosa dell’oggetto reale ‘attuale’,
non è condiviso dalla velocità dell’informazione,
che viene data di esso? Ritorna una frase (già
citata nello scritto
Simulazione
d'assenza)
del profetico Bruno Zevi quando riferendosi a
Leonardo da Vinci e dice:
“[...] va ricordato quanto diceva Leonardo sulla
necessità di tener conto delle nebbie, delle
foschie, delle sbavature, delle albe, delle piogge,
del clima ingrato, del caldo, delle nuvole, degli
odori, dei tanfi, dei profumi, della polvere, delle
ombre e delle trasparenze, degli spessori dolci
quasi sudati, delle evanescenze fuggevoli. Adesso
l'architettura è attrezzata per captare tali
valori”.
Di un oggetto, lo spazio com-prende,
avvolgendolo, la luce i colori le proiezioni
nell’intorno. Il tempo a sua volta traduce quest’aura
‘oggettuale’ in un’opaca storia di ‘assorbimento’
del luogo. In effetti un corpo, avviluppa
relazionandosi, il suo mondo compenetrandolo e
generando la propria unica realtà. Metafora
piuttosto attendibile, perché verificabile di
un’eloquente ed evidente, alterazione formale e
percettiva. |
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La transitorietà
degli eventi relazionali dei corpi architettonici, è
per la maggior parte integrata a questi aspetti
legati indissolubilmente al tempo ed allo spazio
‘occupato dall’esistere’, quindi è un valore
estetico da attualizzare. Ora, se allarghiamo il
nostro campo di analisi e prendiamo in
considerazione l’oggetto-città, allora ecco che,
l’artefatto umano per eccellenza, testimonia quanto
un corpo architettonico, può assorbire dall’intorno
e quanto può espandersi in esso. |
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Nel momento in cui
si arriva alla rappresentazione di questi stati di
variazione del corpo architettonico, sia esso
oggetto singolo o anche tutta una città, ci
confrontiamo con tutto un genere di sistemi diversi
di comunicazione. Sempre continuando l’analisi della
città, come ricerca ‘oggettuale’ di
trasformazione-autonoma, cogliamo come lo spazio e
il tempo ascrivendone un’inedita con-formazione.
Appunto ‘trattando’ l’argomento urbano, un esempio
chiarificatore può essere la rappresentazione
filmica di esso che è stata fatta nel tempo. Siamo
passati dai lenti scatti delle squadre di operai del
film Metropolis che evidenziano lontane
graficizzazioni santeliane di tentacolari città a
livelli esplorate dal tempo ritmico militaresco, al
'brodo primordiale' (cromato) dell' effetto
morphing in Teminetor 2, alle minimali sequenze
del sistema bullet -time del primo Matrix,
fino alle deterritorializzanti e s-coordinate
visioni oscillanti della città 'indagata'
vertiginosamente da Spider man. Il complesso
flusso di relazioni vitali che chiamiamo città,
finalmente si rivela mostrando i suoi rinnovati
primi piani, i suoi quadri prospettici piegati
dall'accelerazione, l'evoluzione della stessa
percezione dell'urbano è decostruita da continue
attese date dall'assenza di coordinate. Angoli mai
visti e mai vissuti di una metropoli, adesso
visibili, realizzano condizioni d’esperienza ottica
inaspettata. Una dimensione nuova, vicina ai
minimali requisiti di appartenenza dell'oggetto
all'ambiente circostante, (i riferimenti
imponderabili dall’abecedario boccioniano) realizza
un approccio diverso alla sua stessa essenza e
soprattutto della sua rappresentazione ‘virtualmente
reale’ o meglio dire possibile ma
(ricordiamo) non attuale (L’intelligenza
collettiva, di P. Lévy, Feltrinelli Milano ‘96).
Gli Esercizi di
stile (parafrasando Queneau), si trasformano in
esercizi di velocità tentando di tradurre
strumentalmente il concetto di quarta dimensione,
difficilmente interpretabile da chi si avvicina
all’argomento architettonico. Aggiungiamo volentieri
questo nuovo elemento arricchendo così, il tavolo
della ricerca, dalle repentine accelerazioni visive.
Lo spazio-tempo risulta attualizzato ed in alcune
sequenze, anche verificato; un risultato
apprezzabile nel campo strumentale e tecnologico per
la comunicazione dell’architettura. L'uso di queste
novità informatiche davvero potrebbero contribuire a
forme di decodificazione della realtà
Dall'attenta e
puntualissima ridiscussione dromologica, svelata da
Paul Virilio (L’orizzonte negativo - saggio di
dromologia) attraversiamo 'ibridanti' sistemi di
nuova concezione in cui l'immaginabile diventa
velocemente visualizzabile e ancora più velocemente
rappresentabile. Verifichiamo, dunque, un aspetto
che da 'dromologico' diventa 'dromografico',
in effetti la realtà condottà ad altissima velocità
descrive solo segni, forse parvenze o evanescenti
percezioni. L'architettura si affranca dai teoremi,
evidenzia l'atto minimo di attività di cui è
strutturata e svela così, contributi visivi e
immagini dichiarando l'importanza di questi
strumenti che come altri ora partecipano
all'evoluzione dello spazio archittetonico,
sconnette i binari sui quali veniva trainata e
genera 'scambi' irregolari nelle diverse direzioni.
Una quarta dimensione 'zeviana' finalmente
realizzata. Lo spazio-tempo avrebbe una significanza
recuperabile o almeno, ora, avvicinabile;
didatticamente potrebbe suscitare un'enorme quantità
di nozioni ed esperienze uniche, se usata per
parlare e soprattutto mostrare (rappresentare)
l'architettura, proprio come appare nei films di cui
abbiamo parlato. |
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La
tensione che continua a trasmettere la nostra realtà
quotidiana, lo dobbiamo ammettere, esprime una
dematerializzazione fin troppo veloce e determinante
ai fini di un’analisi di quelle percezioni umane che
potevano, fino a qualche tempo fa, evocare scambi
tra l’ambiente vitale e l’immaginario mondo del
possibile.
Infondo, lo avevamo
ben compreso che il sogno, il desiderio e l'attesa
della loro realizzazione, potevano favorire nuovi
fermenti e conflitti in cui lo spazio ormai allo
stremo, trova molte difficoltà nel passare dal 'transitorio'
all’ ubiquo stato dell'uomo nomade immerso nel
flusso dei molteplici e istantanei paesaggi che gli
si presentano freneticamente. Nella velocità lo
spazio architettonico, a volte, non ‘traspare’,
tarda a rivelarsi o addirittura scompare.
L’effetto temporale
diventa, allora, particolarmente importante per
stabilire quegli equilibri percettivi delle
altalenanti scelte e di scambio di esperienze
improvvise, un dialogo continuo della mente con il
luogo, con l'esperienza del viaggio con il
transitorio, favorendo gli stati intermedi di
trasformazione (spostamento fisico e radice di
trasitorio ) che entra in 'risonanza' con il
pensiero e le percezioni stabilendo delle
relazionalità ormai riconosciute. Può succedere che,
il possibile e crepuscolare effetto soporifero delle
virtualità visibili e sovrapponibili velocemente,
rispetto alle certezze derivate da lente matuarzioni,
si avvicini in maniera piuttosto preoccupante ad una
fase critica e di limitatezza del prodotto
relazionale umano come riserva vitale, ripetto a
quello presunto tale, quindi virtuale. Ma allora
chiediamoci quali sono gli ambiti in cui è possibile
osservare e verificare, questa 'transitroria'
opportunità? Come venne descritto a suo tempo, è
possibile l’ uso di una diversa intelligenza che ha
i suoi spazi e i suoi tempi in-formazione, prediamo
atto però, della conseguente e possibilissima
distrazione dell'attenzione dalla lenta mutazione
degli oggetti, che ‘transitano’ attorno a noi.
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Il virtuale, che
abbiamo imparato, contrasta con l’attuale, è quindi
povero di mondo?
L'oggetto ‘attuale’,
in effetti, assorbe l'essenza stessa della sua
presenza nello spazio e nel tempo, rielabora
modificandoli i propri profili con sfumature
naturali irriproducibili, s'immerge nella sua
trasformazione e si privilegia di giocare nella
differenza. In questo apparire, esso assume
l'aspetto di un corpo, certo fluttuante ma inserito
in una dimensione spaziale e in un tempo che lo
'sporca' di realtà, lo consuma lo sperimenta.
Sappiamo anche che, decontestualizzando un oggetto,
esso assume qualità inaspettate insite nell'atto
stesso dello spostamento dal luogo, ma qui siamo di
fronte a qualcosa di diverso. Noi ne descriviamo le
conseguenti trasformazioni relazionali con il
presente, recuperandone gli 'effetti collaterali'
dopo i conflitti con il reale. Forse un processo che
ci avvicina al sublime fenomeno della
transitorietà dei corpi e al processo
ineluttabile verificato nello scoprire la genesi
dello spazio (architettonico) dell'uomo.
Và notata, in questo
caso, la concezione della visione di un 'passaggio',
del tempo negli-sugli-degli oggetti e la profonda
possibilità espressiva che essi provocano nel
trasformarsi relazionandosi nel tempo e nello spazio
contribuendo a farci percepire il cambiamento di uno
stato di cose fino ad allora indifferente. Ma cosa
diventano questi oggetti quando vengono inseriti in
un tempo che supera l’attimo presente e diventa già
passato, cosa si somma alla loro forma, alla loro
essenza, quale valore aggiunto, quale fenomeno
‘parassitario’ o ‘qualitativo’ li rende oggetti
mutanti trasformandoli in oggetti ‘altri’.rispetto
alle originali funzioni? |
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Quali
oggetti più di altri ‘narrano’ la nostra mutazione
in atto, se non quelli che catturano i nostri
bisogni, e partecipano alle nostre relazioni, anche
per pochi istanti?
Ho sempre pensato
che l’oggetto, nel tempo crea un diverso spazio ‘di
manovra’, ‘di movimento’ ‘di attività’. Non quella
snobbisticamente relativistica che riguarda
l’apprezzamento di un rudere rispetto ad un oggetto
dato e attuale, ma quelli in cui il velo
‘sublime’ del transitorio rappresenta già
un’attività interstiziale. La concezione sviluppata
dalle forme qui presentate (foto dalla 1 alla 5),
ricordano la presenza nelle piegature di questa
realtà, di una zona di transito dal tribale al
futuribile, le opere sono eloquenti in questo senso,
rievocano consumi del tempo, visioni referenti di
attività rimaste umane per un tempo troppo breve.
Segni che recuperano
espressionismi già identificati, ma appartenenti ad
un’evoluzione continua ed estenuante per le forme
che realizzano, quasi fossero dei modelli
planimetrici di nuove città future sintesi di spazi
vitali ancora da vivere, oppure schemi di circuiti
stampati la cui possibile collocazione, come un
puzzle, dà la soluzione per nuovi spazi da
immaginare ed utilizzare.
Di questo concetto parlammo in
un altro scritto (Déjà
vue d'Architettura),
siamo davanti ad oggetti che rappresentano vere e
proprie porte per dimensioni differenti, alternativi
livelli d’interpretazione e ricerca, creazioni che
stabiliscono favorevoli e stimolanti permeabilità
della materia, quindi generano canali percettivi
preferenziali per la conoscenza dell’uomo, capaci di
sacralità che superano la naturalità e accedono a
mondi possibili. Evidenti matericità che ‘transitano’,
quindi diventano corpi costruiti, quasi architetture
simulate, morfogenetiche creazioni dipendenti da
spazi ancora da concepire. L’oggetto rilascia la sua
identità nell’intorno contiene lo spazio come si
trattiene un respiro e supera la barriera fisica, il
corpo perde tutt’ad un tratto la forma, solo in
questo momento è visibile lo spazio.
Queste opere,
rendono ragione all’indagine perenne nel campo dei
problemi tecnologici legati ai sistemi di regole che
evidenziano le concrete relazioni umane con il
mondo. Appartengono alla Re-Art, l’arte del riciclo
che s’inserisce nel nostro discorso interessandoci
per l’evoluzione di sistemi di riconversione che già
in altri miei scritti ‘ibridanti’, si sono
toccati. Finchè certi oggetti fanno parte di un
processo tecnologico produttivo, essi occupano
spazio vitale e perciò fanno parte della nostra
esistenza come schegge sensibili di una realtà. Nel
racconto Il cacciatore di androidi in un
tempo datato 2019, si parla di ‘effetto
Kipple’, sarebbe interessante rileggere quel
capitolo per avere un’idea di quello che s’innesca
dopo che l’uomo ha abbandonato un luogo già vissuto.
Corpi contenenti
spazi ‘di risulta’ quindi, solidificate,
esperienze plastiche disperse in un laboratorio di
forme e segni che l’artista ha saputo evidenziare
con particolare attenzione nel proporre una
dimensione immaginifica e allo stesso tempo reale,
uno schema bifronte scolpito sia dal contenitore di
esigenze umane e dalla macchinistica espressione. A
noi, rimangono idee e percezioni di corpi, che da
queste strutture d’imballo, definiscono una
forma di cristallizzazione di uno spazio ‘notevole’.
L’agire umano intorno all’oggetto che
solidificandosi ‘contiene’ e poi si proietta
dilatandosi nel luogo, sconvolgendo il suo utilizzo.
Oggetti utili solo
nell’attimo della scoperta di un corpo da loro
trattenuto o avviluppato forse conservato, non sono
contenitori ma profili di spazio, decorazioni
intorno ad una funzione, corpi interattivi che
uniscono interno ed esterno, ambiti di
trasformazione, ecco perché gli ho scelti come
sintesi estrema e perché no, come metafora della
transitorietà che, proprio come il mondo dei
media, funge da ‘imballaggio’ contemporaneo capace
di adattarsi alle diverse tentacolari proiezioni
strutturali di un urbano, rinnovandone i
labirintici sensi e le sempre più complesse
funzioni.
Note di riferimento:
-Il progetto in testa
all’articolo è di F. Delogu e G. Lixi, Cagliari,
casa unifamiliare.
-Le opere pubblicate per
gentile concessione dell’artista Ignazio Fresu fig.
1,2,3,4. |
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Nota
biografica dell'autore |
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