
Superata
la stagione che costringeva all’asettica condizione
d’isolamento tra mondi che appartengono alla stessa
matrice percettiva e relazionale (archtettura, arte,
estetica), ci troviamo ora, ad elaborare un diverso
genere di intuizioni derivate da una pratica virtuale.
La virtualità, abbiamo constatato e verificato in
questi scritti, ha bisogno di regole e codici propri,
un linguaggio per un’intelligenza diversa.
La
pratica di questa nuova intelligenza si presenta però,
troppo dilazionata o frammentata come nello spazio di
una città sconosciuta, in cui si perde energia
psichica e tempo per spostarsi ad osservarla. Ciò che
ha sempre tenuto distanti gli individui da un 'uso'
umano dell’architettura (e quindi da una città) è la
presunta simbiosi di questa, con la sovra-dimensione
dei mega-interventi in cui l’insistenza della parola
architettura, presuntuosamente sembrava collegata solo
a quel determinato genere di scala costruttiva.
Abbiamo però, verificato la creazione di una certa
‘distanza’ tra il nostro ‘luogo’ conosciuto e la
speranza di nuove città virtuali, quindi generate per
un 'mondo possibile' non attuale, senza che le nostre
potessero essere prese in considerazione perché già
ritenute superate e incapaci di mutarsi secondo i
nuovi bisogni. E allora percettivamente il lavoro più
semplice è stato quello di immaginare colate di
cemento da diluvio universale per ricreare lo spazio
mitico dello ‘zero’ architettonico dopo il quale ogni
segno potrebbe elevarsi a 'nuovo' e 'originale'.
Niente di più errato. Niente di più sconsiderato.
Niente di più lontano e fuori dalla nostra realtà. Una
dimostrazione certo d'impotenza se non di resa
incondizionata di fronte agli interrogativi che ci
pone il 'quotidiano' architettonico. Come la
mummificazione dei centri storici, dove l'esercizio
ripropositivo di codici 'classici' mortificati,
misteriosamente non muore mai. Colonne archi
trabeazioni e frontoni 'Chippendale' (ancora
miseramente post-modern), una pratica costruttiva già
condannata dalla storia architettonica come infertile
espressione d'impotenza espressiva e pochezza
culturale. Ho sempre personalmente diffidato anche
delle architetture perfette, specialmente quelle
inserite in luoghi da cui 'cercano la distanza',
oppure gli edifici lontani dalla vivifica città che
alimentano condizioni compositive astrattamente ‘metafisiche’,
si crogiolano in ‘aure’ arroganti e ostentatamente
dimostrano appariscenti ‘sublimi’ profili. Strano a
dirsi ma è così semplice scorgere dei punti deboli, ed
allo stesso modo complessissimo interpretarli e
tradurli in nuove e aggiornate soluzioni. Proprio
all’interno dell’urbano, esistono nuove necessità di
relazione, là dove il corpo vivo della città mostra le
sue sicurezza e allo stesso tempo evidenzia i
sensibilissimi ‘nervi scoperti’ pronti a recepire
scariche elettriche di contatti rinnovati. E' qui che
nasce l’embrione stesso dell’archittetura. Sì, è
proprio questo che è cambiato nel susseguirsi del
tempo e della storia costruttiva dell’architettura.
Tra iperbolici contorsionismi architettonici, dettati
da movimenti dinamici delle confluenze tecnologiche
della comunicazione, tra i cinematismi d'esperienze
comuni per le trasformazioni compositive territoriali,
alla consapevolezza della partecipazione alla
costruzione colettiva di un territorio ormai
impetuosamente e mirabilmente organico, l'ago della
bussola urbana, avviluppato da un magnetismo non più
legato a regole fisiche, ha mutato la propria
posizione, seguendo i flussi di spettri magnetici
creati da una multimedialità onnipresente. Non abbiamo
avuto bisogno di vivere in allucinanti edifici ‘Metabolisticamente’
immaginati o cupe e pesanti atmosfere cittadine
'Sironianamente' definite.
In
un’epoca come la nostra dove l’attenzione per
l'estensione microelettronica miniaturizzata, assume
connotati ormai da trasmettitore mobile; continuamente
in 'stand by', e funge da rivelatore di
presenza visibile sullo schermo di una città, dimostra
come le nostre coordinate sono sempre più legate
indissolubilmente ad un’ urbanità capace di
riprendere vigore, dimostrando la sua fiera 'naturale'
continuazione ormai connessa oltre che con il corpo
dell'umano anche con la sua percezione. L'uomo
riscopredosi 'urbano' si lascia coinvolgere, ora più
che mai, da un 'vento' informazionale, vettori
multimediali continuamente trasmessi dall'ambiente
circostante per dare ragione ad una relazionalità con
lo spazio vitale, quindi architettonico, che stava
svanendo. Allora sorge una funzione-fruizione diversa
della città, una mutata RICONVERSIONE dei paesaggi
percettivi di un centro o di tutto un complesso
urbano, concepito più come un organismo che cerca
continuamente il suo completamento avviluppando, zone
d’attività informazionali, di ambiti variabili
generati da sensi nuovi o alternativi, da cicuiti di
collegamenti sovrapposti e reinterpretati in maniera
opportuna secondo una flessibilità programmata sempre
possibile. E' diverso, quindi osservare gli edifici un
tempo chiamati 'contenitori' e interpretarli come
riserve di flussi mediali. Il concetto insuffla una
dose di ‘rarefazione’ di vecchi principi e agevola una
trasparenza concettuale all'idea che avevamo di corpo
o massa pesante e mitica di ‘edificio’. Su questa base
di ragionamento credo che il paesaggio urbano debba
evidenziarsi secondo nuove categorie di giudizio
generando altri spazi funzionali. E' la percezione
dell'esistente che è cambiata, ha mutato la propria
essenza. Esempio semplicissimo; vi siete mai chiesti
come potrebbe esse trasformato un semaforo sul quale
supporto giallo, sono frequentemente attaccati
volantini di diversa natura? E le colonnine
elettriche, sono proprio nate per essere ricoperte di
manifesti che non trovano più spazio sulle superfici
verticali a disposizione perché strapiene di tante ma
tante pseudo-informazioni?
Cosa
genera una 'piazza', un vuoto tra edifici o un 'pieno'
di concrete sovrapposizioni di relazioni? Essa,
individua un luogo di sensibile debolezza nel essuto
cittadino o invece è un punto di forza per la vita
dell'uomo urbano? Quali segni ed elementi comunicativi
la definiscono? Forse i flussi di persone o delle
direttrici geometriche tracciate da casuali
contaminazioni (chiamate arredo urbano!?) quali una
serie di panchine, lampioni, o parcheggi, ancor peggio
isole per la raccolta differenziata, bancarelle,
tettoie per fermate dei bus, oppure di aggregazione
collettive casuali, laddove spontaneamente ci fermiamo
per osservare una facciata o un monumento.
La
piazza,in effetti, ci guida secondo percorsi stabiliti
dallo spazio architettonico che solo in quel luogo, ha
quella natura e quelle caratteristiche. Quali
funzioni, allora potrebbero nascere per poter
riaggiornare quelle qualità comunicative che la città
ci offre da sempre?
Da alcune studi fatti, è
evidente che la piazza, o spazio comune, pretenderebbe
un rinnovamento che fosse al passo con le
trasformazioni tecnologiche e socilai dell’utilizzo di
spazio per la sosta e il tempo ‘quieto’, in cui
l’osservatore innesca la sua azione di conoscenza
diversa dal normale ritmico lavoro quotidiano. Ho
immaginato allora dei box ad isola, multimediali, per
le indicazioni turistiche, autoilluminate.
Ora, questi ‘spazi
variabili’ potrebbero essere usati a tempi alterni
come vetrine di attività commerciali quindi
pubblicizzare un articolo d'alta moda (per le ridotte
dimensioni, non invadenti) oppure contenere uno
schermo che proietta immagini riferite ad argomenti
particolari, anche di servizi per esmpio per il
turismo della stessa città, o indicazioni che ora sono
di competenza di supporti cartacei troppo invasivi
facilmente degradabili e degradanti. Oppure potrebbero
illustrare strade e piazze in cui la presenza
d’iniziative di diverso interesse collegherebbe ogni
luogo agli altri simili, il risultato sarebbe un unico
e grande organismo.
Credo fermamente che il
carattere 'destrutturante' legato all’interesse
specifico di campi diversi degli individui riscontrato
in quest'epoca, pretenda la dissoluzione dei grandi
contenitori da ‘fiera’ e che si sbricioli in tanti
piccoli servizi a disposizione dell'uomo urbano. La
piccola scala compatterà le funzioni in isole
‘cittadine’ e le introdurrà magari in certe piazze
buie e scarsamente visitate, infatti, per esempio, una
serie di questi box di forma e composizione diversa
potrebbero risvegliare 'contatti' (piazze istantanee)
che si sono come 'vaporizzate', diventando veri e
propri vuoti di tutto.
Sappiamo già
dell’esistenza di possibili corpi (muri pubblicitari)
che tramettono direttamente informazioni pubblicitarie
sui telefonini vicini ad un certo raggio, sappiamo di
mostre d’arte che usano spiegazioni delle opere a
circuito chiuso per cui basta collegarsi con il
canale del visore portatile nella mostra per
apprendere le notizie sulle opere, bene, chissà se non
arriveremo all’esaltante situazione di edifici storici
che trasmettono la loro storia architettonica
passeggiando ed entrando nel raggio di frequenza dei
loro trasmettitori per poter leggere, poi, su visori
appositi trasformando una passeggiata cittadina in un
circuito da galleria d’arte (una città finalmente
emittente?!). Se questi
box diventassero abbastanza capienti da formare, uniti
tecnologicamente e architettonicamente, delle unità
mobili informatizzate, certo diventerebbero a questo
punto delle vere e proprie POSTAZIONI itineranti. Ma
cerchiamo di avvalerci della direttiva Metabolista
non legata alla necessità demografica, ma funzionale;
usiamo la tecnologia del tempo e siccome abbiamo già
parlato di postazioni, applichiamo per induzione
queste 'postazioni' di lavoro, fino a costituire dei
veri e propri laboratori destinati magari alla
ricerca, come osservatori sulla città. Certo non nelle
piazze, dove, in questo caso, dovrebbero esserci dei
punti informativi che farebbero capo ad unità
tecnologiche perché no, collaboranti e
compartecipanti: Ma dove e in quale spazio? Forse in
edifici fatti apposta da zero? Assolutamente no, la
RICONVERSIONE funzionale dei collegamenti è proprio
questa; l’uso diverso di strutture già esistenti.
Basta pensare ai progetti di Le Corbusier per le
autostrade sui tetti degli edifici interminabili
(piano di Algeri) o alla futurista invenzione
di M.Trucco a Torino, e viene subito l'idea che le
unità tecnologiche informatiche possono benissimo
applicarsi,badate bene, ai piloni dei viadotti delle
strade appena fuori le città dove sarebbe possibile
accedervi. Le cattedrali tecnologiche nel deserto
certo, saranno sempre progettate, ma secondo me, la
loro realizzazione avverrà contemporaneamente ad
interventi 'sui' collegamenti del tessuto urbano di
nuove funzionalità. Come se spuntassero fra i flussi
delle persone, tangenti ai percorsi della gente, per
la città, nuovi 'corpi' emittenti carichi di energia
nuova a disposizione dell'informazione. La risposta
alla complessa domanda che la nostra realtà urbana ci
pone avrà bisogno di una cultura e una profonda e
sapiente gestione di mezzi e strumenti da usare in
economia legati all’uso sapiente dei materiali ed allo
sviluppo di nuova sperimentazione ‘dei luoghi’ dove
andare a introdurre certe ‘emergenze’. La tecnologia
multimediale sveglirà quindi possibili gesti e segni
nuovi, rielaborando così percezioni assopite e
riaggiornando il nostro bagaglio culturale nel
confronti del quale siamo sempre in debito di
creatività. Ebbene, secondo me, da alcune tracce
individuate nella realtà urbana, la direzione è
proprio questa, una generale silenziosa mutazione
parlerà un linguaggio comune secondo codici visivi
alternativi e per questo stimolanti.
'RICONVERSIONE'
strutturale sarà la parola d'ordine dell’uomo urbano
ritrovato, chiaramente comprenderà la CULTURA unita
alla tecnologia e con questa, ai bisogni di PRATICITA’
nella sperimentazione e di VIRTUALITA' delle
possibilità alternative, ormai insostituibili
componenti, come non mai aderenti allo scopo, per una
maggiore qualità del nostro spazio ‘urbano’
contemporaneo.
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