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A volte la ricerca
architettonica raggiunge risultati che affinano le
evidenti possibilità espressive ricongiungendosi ad
idee, intuizioni e nuove visioni. Esse sono capaci
di stabilire nuove relazioni con il mondo reale
introducendo però, quelle novità che spostano
certamente in avanti la sperimentazione e la
conseguente realizzazione di opere, non tanto,
indifferenti. Una nuova estetica all'orizzonte
architettonico, forse un modo nuovo di ritrovare
l'abitazione o uno spazio abitativo che oltre a
rispondere 'domoticamente' ai nostri bisogni dovrà
soddisfare la sfera percettiva psicologicamente
relazionante. Una nuova frontiera sarà quella di
studiare nuove forme di contaminazione di forme
colori materiali luci che nell'era dei processori
non più al silicio (quasi primordiali), ma ottici,
risveglierà probabili altre nuove velocità.
L'individuo svilupperà capacità di adeguamento che
pretenderanno nuovi ambienti di sviluppo della sua
esistenza che oggi non immaginiamo, ma che molto
probabilmente avranno come basi i lavori di
un'architettura vicina agli esempi che affronteremo
in questo scritto. Sollecitati da schemi, codici e
interpretazioni nuove, la nostra percezione del
presente muta il suo livello di significato. Elabora
connessioni sostanzialmente diverse e partecipa ad
un' evidente continuità con l'ambiente progettato
assumendo, con lo stesso, una evocativa continuità.
Come se si realizzasse un'espansione della forma
generale e sconnettendo il corpo-struttura che
diventa spazio rarefacendosi 'ordinatamente' con
regole e leggi proprie. A differenza, però delle
innumerevoli costruzioni 'virtuali' del nostro
presente, di cui la ricerca architettonica ha
bisogno per realizzare i suoi incredibili ed
inaspettati scenari, proviamo ad abbandonare per un
attimo ,
volumi
incastrati e ‘interferenze’ formali, curve nurbs o
anelli di Mobius che programmi informatici per il
controllo di forme complesse, ci aiutano a generare
e basiamoci su ciò che è stato costruito realmente.
Proviamo a immergerci nella loro entusiasmante
struttura in piena espansione sia percettiva sia
formale e affrontiamo un discorso importante sulla
relazionalità che è il fine ultimo e unico scopo
dell'architettura.

Imperial War Museum North, Daniel Libeskind
La confluenza
studiata e ricercata dei segni, genera variazioni di
ritrovata qualità costruttiva. Si scorgono lì, dove
l’esplorazione di frammenti dello spazio
disindividuati, sono inseriti in un tumultuoso
sistema di relazioni. Nuove coordinate
d'appartenenza. Esempi di possibili costruzioni,
sono quelli che dimostrano come, nello spazio si
possono identificare delle direttrici dinamiche
libere o tracce indipendenti, delineando, luoghi
percettivi di riconosciuta attività. Una pratica
realizzazione l'ha generata Daniel Libeskind che,
nel suo museo deconpone la sfera terrestre e
ricompone i pezzi che la costituivano, ma sconvolge
il senso generale e la razionale composizione, si
dissolve in unioni tanto casuali quanto azzardate,
come se mancasse il senso o la verità delle cose. La
scomposizione che risulta è sconcertante.
Esattamente ciò che rimane, nella mente di chi ha
vissuto la guerra, rivelando un ordine d’idee
irregolari e incastrate casualmente, con pezzi
sopravvissuti all’irrazionale catastrofica realtà in
cui, la verità (si sa, ma è bene ripeterlo) è la
prima vittima. Ancora una volta Libeskind ha
generato dei segni maturi ed il risultato è un
pregevole elogio allo spazio. Badate, non sono opere
inventate ma concretizzate e analizzate; è il
passaggio, la scoperta, l'evoluzione della forma non
più conclusa ma che avvolge l'ambiente anch'esso in
evoluzione. Il risultato è un corpo nuovo che
contiene la trasformazione, la nostra mutante
energia tendente a superare l'incompiutezza del
nostro corpo rispetto alla totalità ancora non
scoperta della nostra mente. La conferma ad una
disabilità percettiva e fisica che anela ad una
compiutezza strutturale con 'estensioni'
costruttive. E' l'evento relazionante che chiamiamo
architettura. Per esempio, la struttura del
Guggenheim di Bilbao; sembra riprendere i vuoti dei
piloni di sostegno del ponte come direttrice
materica rispetto all'astrattezza della superficie
in titanio. Allora tutto si ricollega al discorso
dello spazio dell'interstiziale, di spazi ancora non
resi attivi ma esistenti e, se usati con
intelligenza, anche stimolanti.

Museo Guggenheim a Bilbao, Frank Gehry.
La struttura del
ponte è infatti un elemento significante,
rappresenta il termine di rapporto è la direttrice
dell'intera confluenza della dinamicità che si
amplfica ed esalta l' esistenza stessa di tutta
l'area. In preda ad una fragorosa forza visiva e ad
una impetuosa tensione formale, l'intera
composizione, cofluisce. Sembra generata dalla
naturale 'dianamica dei liquidi', di espandersi
dilagando nel luogo. Spazi relazionanti, quindi,
coinvolti nell'onda di titanio che s'infrange contro
il ponte sorpassandolo dalla parte superiore o
inserendosi tra le sue strutture. E' questo
l'aspetto colossale e rivoluzionario di questa
architettura.
La 'con-fusione'
prodotta da forme, masse e spazi di 'risulta', tra i
piloni portanti della longilinea linea strutturale
del ponte, esalta la forza invasiva-visiva
dell'intera 'opera aperta'. A questo punto
diventa reale e concreto lo spazio.
Riflettono la 'relazione' o meglio l'attivazione di
spazi d' impossibile secondarietà. La direttrice
geometrica del ponte, colonna vertebrale e segmento
proiettato oltre l'aura lucente della struttura,
viene assalita da una cristallizzazione di corpi
fluidi, onde 'titaniche', vettori materici che
rispondono alla luce solare come flessuosi abbracci
metallici dai profili incandescenti, trasformandosi
poi in falci acuminate taglienti e fredde come
rasoi. Lo spazio in questo caso è sconvolto da una
forza e da un'energia tormentata come la linea del
profilo generale. Essa diventa irrequieta e ci
accorgiamo come può essere mutata la nostra
attenzione dallo spazio ora scoperto. Tra le piaghe
metalliche all'esterno e lo sconvolgimento delle
coordiante nell'interno, sovviene l'incessante
passionale ricerca di uno spazio finalmente libero.
La linea del ponte risulta inglobata e acquista da
esso energia propulsiva.

Wexner Centre a
Columbus in Ohio di P. Eisenman
Nell'opera del
Wexner Centre
è scorcentante la possibilità di intravedere la
veridicità di alcune affremazioni sullo spazio
definito interstiziale del suo colto
costruttore. Ecco l'evidente certezza della
funzionalità di questi spazi o ambiti che vengono a
definirsi proprio nelle vicinanze degli indiscussi
volumi. Ma la loro netta ridefinizione è connessa
alla presenza di un vuoto,ora attivato.
Nell’interno del Wexner
Centre a Columbus, in Ohio del progettp di P.
Eisenman infatti, le coordinate cartesiane saltano e
la, ormai classica, foto del pilastro sospeso a poca
distanza da terra, prefiguara una drammatica visione
dello spazio all’apice della de-costruzione.
L’architetto identifica la dissonanza tra un mondo
'regolato' e il tentativo di entrare in collisione
con le sue stesse regole. Contro la presunzione di
superiorità del nostro dare un senso a tutto,
l’architetto smonta e priva di un centro forse per
esaltare quel particolare senso di inadeguatzza al
quale l’uomo è condannato per cui tenta in ogni modo
di apporre illusori dogmi.
Esiste allora lo spazio,
un'altro spazio, diverso, possibile, dichiaratamente
altro perchè stabilisce una nuova serie di
relazioni con il costruito.

Trampolino di Zaha Hadid a Bergisel Innsbruk 2002
Un
altro episodio riguarda il progetto di Zaha Hadid a
Innsbruk. L’architetto iracheno continua la sua
ricerca e sperimenta direttrici nuove. Una certa
libertà di movimento regalata alle strutture che con
i segni trovano il piacere di fondersi, determinado
delle integrazioni visive e una continuità
rinnovata. Colpisce la possibilità di trasformazione
dell'immagine creata. L'architettura ancora una
volta si è mostrata con un suo volto diverso! I
segni e le linee di flusso, evidenti nel progetto a
Roma per il Centro di Arti Contemporanee, con un
atto improprio e spinti da un'irrequieta volontà
liberatrice, hanno abbandonato il piano, hanno
rifiutato l’appoggio e dilatandosi in spazi nuovi
quasi antigravitazionali, si sono proiettati nel
vuoto come non si vedeva dai disegni e le opere di
Mendelshon.
Quindi un segno architettonico in ‘evoluzione’ fino
a 50 metri da terra. La novità è la semplice trave
reticolare dello scivolo che ha dato un’impronta, la
materia quindi, crea un ambito ‘fluttuante’.
Un'altra diversa maniera di interpretare lo spazio,
vivendolo con direttrici di riferimento che ora
possiamo non solo immaginare, ma evidentemente
costruire con un sapiente dosaggio di eleganti gesti
architettonici. Zaha Hadid ha creato un precedente,
ci ha fornito la prova di una concreta possibilità.
Il progetto avrà sicuramente un seguito tra coloro
che rifiutano corpi piantati come lapidi alla terra
cubi, prismi, piramidi. La rinnovata concezione
dell’architettura a cui Hadid ci sta abituando rende
interessante la possibilità di un’evoluzione che, da
stuttura intesa dinamicamente, sfiora la scultura.
L’opera incuriosisce tanto che visivamente viene
voglia di ripercorrerla al contrario per scoprire
dove quel segno si ferma e dove avviene la mutazione
genetica tra materia che si rarefà, diventando
spazio. Sono questi episodi che rientreranno tra i
nuovi classici della storia dell'architetura;
‘gesti’ architettonici, secondo me, di indubbia
qualità architettonica, un'architettura ora in
embrione che rivela molteplici altre possibilità di
espressione. Sono i nuovo strumenti di cui deve
essere fornito il tavolo da laboratorio della
ricerca architettonica. |