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                                                    le costruzioni in rete

 Estetica dell'espansione

Varianza architettonica nella continuità dello spazio; i termini di una possibile ricerca

 Paolo MARZANO

Data di pubblicazione: 11/2003

 

A volte la ricerca architettonica raggiunge risultati che affinano le evidenti possibilità espressive ricongiungendosi ad idee, intuizioni e nuove visioni. Esse sono capaci di stabilire nuove relazioni con il mondo reale introducendo però, quelle novità che spostano certamente in avanti la sperimentazione e la conseguente realizzazione di opere, non tanto, indifferenti. Una nuova estetica all'orizzonte architettonico, forse un modo nuovo di ritrovare l'abitazione o uno spazio abitativo che oltre a rispondere 'domoticamente' ai nostri bisogni dovrà soddisfare la sfera percettiva psicologicamente relazionante. Una nuova frontiera sarà quella di studiare nuove forme di contaminazione di forme colori materiali luci che nell'era dei processori non più al silicio (quasi primordiali), ma ottici, risveglierà probabili altre nuove velocità. L'individuo svilupperà capacità di adeguamento che pretenderanno nuovi ambienti di sviluppo della sua esistenza che oggi non immaginiamo, ma che molto probabilmente avranno come basi i lavori di un'architettura vicina agli esempi che affronteremo in questo scritto. Sollecitati da schemi, codici e interpretazioni nuove, la nostra percezione del presente muta il suo livello di significato. Elabora connessioni sostanzialmente diverse e partecipa ad un' evidente continuità con l'ambiente progettato assumendo, con lo stesso, una evocativa continuità. Come se si realizzasse un'espansione della forma generale e sconnettendo il corpo-struttura che diventa spazio rarefacendosi 'ordinatamente' con regole e leggi proprie. A differenza, però delle innumerevoli costruzioni 'virtuali' del nostro presente, di cui la ricerca architettonica ha bisogno per realizzare i suoi incredibili ed inaspettati scenari, proviamo ad abbandonare per un  attimo , volumi incastrati e ‘interferenze’ formali, curve nurbs o anelli di Mobius che programmi informatici per il controllo di forme complesse, ci aiutano a generare e basiamoci su ciò che è stato costruito realmente. Proviamo a immergerci nella loro entusiasmante struttura in piena espansione sia percettiva sia formale e affrontiamo un discorso importante sulla relazionalità che è il fine ultimo e unico scopo dell'architettura.

 

 

Imperial War Museum North, Daniel Libeskind

 

La confluenza studiata e ricercata dei segni, genera variazioni di ritrovata qualità costruttiva. Si scorgono lì, dove l’esplorazione di frammenti dello spazio disindividuati, sono inseriti in un tumultuoso sistema di relazioni. Nuove coordinate d'appartenenza. Esempi di possibili costruzioni, sono quelli che dimostrano come, nello spazio si possono identificare delle direttrici dinamiche libere o tracce indipendenti, delineando, luoghi percettivi di riconosciuta attività. Una pratica realizzazione l'ha generata Daniel Libeskind che, nel suo museo deconpone la sfera terrestre e ricompone i pezzi che la costituivano, ma sconvolge il senso generale e la razionale composizione, si dissolve in unioni tanto casuali quanto azzardate, come se mancasse il senso o la verità delle cose. La scomposizione che risulta è sconcertante. Esattamente ciò che rimane, nella mente di chi ha vissuto la guerra, rivelando un ordine d’idee irregolari e incastrate casualmente, con pezzi sopravvissuti all’irrazionale catastrofica realtà in cui, la verità (si sa, ma è bene ripeterlo) è la prima vittima. Ancora una volta Libeskind ha generato dei segni maturi ed il risultato è un pregevole elogio allo spazio. Badate, non sono opere inventate ma concretizzate e analizzate; è il passaggio, la scoperta, l'evoluzione della forma non più conclusa ma che avvolge l'ambiente anch'esso in evoluzione. Il risultato è un corpo nuovo che contiene la trasformazione, la nostra  mutante energia tendente a superare l'incompiutezza del nostro corpo rispetto alla totalità ancora non scoperta della nostra mente. La conferma ad una disabilità percettiva e fisica che anela ad una compiutezza strutturale con 'estensioni' costruttive. E' l'evento relazionante che chiamiamo architettura. Per esempio, la struttura del Guggenheim di Bilbao; sembra riprendere i vuoti dei piloni di sostegno del ponte come direttrice materica rispetto all'astrattezza della superficie in titanio. Allora tutto si ricollega al discorso dello spazio dell'interstiziale, di spazi ancora non resi attivi ma esistenti e, se usati con intelligenza, anche stimolanti.

 

 

 

Museo Guggenheim a Bilbao, Frank Gehry.

 

La struttura del ponte è infatti un elemento significante, rappresenta il termine di rapporto è la direttrice dell'intera confluenza della dinamicità che si amplfica ed esalta l' esistenza stessa di tutta l'area. In preda ad una fragorosa forza visiva e ad una impetuosa tensione formale, l'intera composizione, cofluisce. Sembra generata dalla naturale 'dianamica dei liquidi', di espandersi dilagando nel luogo. Spazi relazionanti, quindi, coinvolti nell'onda di titanio che s'infrange contro il ponte sorpassandolo dalla parte superiore o inserendosi tra le sue strutture. E' questo l'aspetto colossale e rivoluzionario di questa architettura.

La 'con-fusione' prodotta da forme, masse e spazi di 'risulta', tra i piloni portanti della longilinea linea strutturale del ponte, esalta la forza invasiva-visiva dell'intera 'opera aperta'. A questo punto diventa reale e concreto lo spazio. Riflettono la 'relazione' o meglio l'attivazione di spazi d' impossibile secondarietà. La direttrice geometrica del ponte, colonna vertebrale e segmento proiettato oltre l'aura lucente della struttura, viene assalita da una cristallizzazione di corpi fluidi, onde 'titaniche', vettori materici che rispondono alla luce solare come flessuosi abbracci metallici dai profili incandescenti, trasformandosi poi in falci acuminate taglienti e fredde come rasoi. Lo spazio in questo caso è sconvolto da una forza e da un'energia tormentata come la linea del profilo generale. Essa diventa irrequieta e ci accorgiamo come può essere mutata la nostra attenzione dallo spazio ora scoperto. Tra le piaghe metalliche all'esterno e lo sconvolgimento delle coordiante nell'interno, sovviene l'incessante passionale ricerca di uno spazio finalmente libero. La linea del ponte risulta inglobata e acquista da esso energia propulsiva.

 

 

Wexner Centre a Columbus  in Ohio di P. Eisenman

 

Nell'opera del Wexner Centre è scorcentante la possibilità di intravedere la veridicità di alcune affremazioni sullo spazio definito interstiziale del suo colto costruttore. Ecco l'evidente certezza della funzionalità di questi spazi o ambiti che vengono a definirsi proprio nelle vicinanze degli indiscussi volumi. Ma la loro netta ridefinizione è connessa alla presenza di un vuoto,ora attivato. Nell’interno del Wexner Centre a Columbus, in Ohio del progettp di P. Eisenman infatti, le coordinate cartesiane saltano e la, ormai classica, foto del pilastro sospeso a poca distanza da terra, prefiguara una drammatica visione dello spazio all’apice della de-costruzione. L’architetto identifica  la dissonanza tra un mondo 'regolato' e il tentativo di entrare in collisione con le sue stesse regole. Contro la presunzione di superiorità del nostro dare un senso a tutto, l’architetto smonta e priva di un centro forse per esaltare quel  particolare senso di inadeguatzza al quale l’uomo è condannato per cui tenta in ogni modo di apporre illusori dogmi. Esiste allora lo spazio, un'altro spazio, diverso, possibile, dichiaratamente altro perchè stabilisce una nuova serie di relazioni con il costruito. 

 

 

Trampolino di Zaha Hadid a Bergisel Innsbruk 2002

 

Un altro episodio riguarda il progetto di Zaha Hadid a Innsbruk. L’architetto iracheno continua la sua ricerca e sperimenta direttrici nuove. Una certa libertà di movimento regalata alle strutture che con i segni trovano il piacere di fondersi, determinado delle integrazioni visive e una continuità rinnovata. Colpisce la possibilità di trasformazione dell'immagine creata. L'architettura ancora una volta si è mostrata con un suo volto diverso!  I segni e le linee di flusso, evidenti nel progetto a Roma per il Centro di Arti Contemporanee, con un atto improprio e spinti da un'irrequieta volontà liberatrice, hanno abbandonato il piano, hanno rifiutato l’appoggio e dilatandosi in spazi nuovi quasi antigravitazionali, si sono proiettati nel vuoto come non si vedeva dai disegni e le opere di Mendelshon.

Quindi un segno architettonico in ‘evoluzione’ fino a 50 metri da terra. La novità è la semplice trave reticolare dello scivolo che ha dato un’impronta, la materia quindi, crea un ambito ‘fluttuante’. Un'altra diversa maniera di interpretare lo spazio, vivendolo con direttrici di riferimento che ora possiamo non solo immaginare, ma evidentemente costruire con un sapiente dosaggio di eleganti gesti architettonici. Zaha Hadid ha creato un precedente, ci ha fornito la prova di una concreta  possibilità. Il progetto avrà sicuramente un seguito tra coloro che rifiutano corpi piantati come lapidi alla terra cubi, prismi, piramidi. La rinnovata concezione dell’architettura a cui Hadid ci sta abituando rende interessante la possibilità di un’evoluzione che, da stuttura intesa dinamicamente, sfiora la scultura.

L’opera incuriosisce tanto che visivamente viene voglia di ripercorrerla al contrario per scoprire dove quel segno si ferma e dove avviene la mutazione genetica tra materia che si rarefà, diventando spazio. Sono questi episodi che rientreranno tra i nuovi classici della storia dell'architetura; ‘gesti’ architettonici, secondo me, di indubbia qualità architettonica, un'architettura ora in embrione che rivela molteplici altre possibilità di espressione. Sono i nuovo strumenti di cui deve essere fornito il tavolo da laboratorio della ricerca architettonica.

 
 

Nota biografica dell'autore

 


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