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Urban …
n/urbs |
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percorsi sensibili, schocs,
cortocircuiti e percezioni nella condizione urbana. |
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Paolo
MARZANO |
Data di
pubblicazione: 05/2005 |
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Una
mattina, mi trovo a Firenze, il tempo plumbeo come
solo questa città può presentare nelle sue giornate
variabili pre-primaverili. La dimensione che
caratterizza la trasformazione della luce in alcune
parti del centro storico di Firenze, ha nella sua
normalità momenti particolarmente interessanti. Una
nuvola che passa oscurando e poi diradandosi,
permette di comprendere i messaggi antichi che
questa città continua a bisbigliare alle orecchie di
chi riesce ad osservarla nelle sue più riservate
caratteristiche. Il tempo nuvoloso, gela i bianchi e
satura le ombre, i monumenti del centro cercano di
rispondere con i loro riferimenti decorativi dei
marmi rossi e verdi, ma alla fine si arrendono a
quell’atmosfera così destabilizzante e
interstiziale. Il grigio è evidenziato, con esso,
tutte quei segni capaci di definirlo nella sua ‘dominanza’.
I ‘lavori in corso’ continuo, per la vita di
questa ed altre antiche città, dimostrano come
l’evoluzione delle forme e delle strutture
‘d’appoggio’(ponteggi) possano casualmente
dimostrare la variazione di percezione degli stessi
monumenti e l’immaginazione compositiva, rigenera
paesaggi mutevoli e alternativi legati a quei nuovi
segni addossati alla verità di quegli spazi così
‘compromessi’. Sono installazioni impreviste e
realizzate, sono strutture improvvise e necessarie,
sono segni aperti svettanti, ponti sul vuoto che
sollecitano punti di vista mai esplorati. Lo spazio,
che percepiamo continuamente, realizza una parte
integrante del nostro vivere. Questi segni
accidentali, casuali quanto veri, determinano delle
direzioni; nuove fughe interscambiabili, lo sguardo
la sua esplorazione incessante s’intensifica,
un’attesa, nuove relazioni trasformano l’intero
luogo, è la nascita di un’esperienza urbana. La
città connette a queste regole, inderogabili. La
natura umana e la natura della città stabiliscono
sovrapposizioni ancora tutte da comprendere. Sono
tanti i riferimenti che dall’architettura muovono
verso fonti di discussione alternative inglobando
concetti e pratiche perlopiù assonanti alle
strategie letterarie-filosofiche, d’altronde lo
abbiamo visto e studiato in passato; trattando
l’architettura come un linguaggio; infatti, abbiamo
bisogno di porre una particolare attenzione all’uso
dei termini della sintassi e della forma costruttiva
del codice usato. Penso che praticare l’architettura
sia rivelare una forma diversa d’intellegenza. Noi,
rimanendo legati alla sua matericità e non
allontanandoci dalle sue progressioni relazionali,
cercheremo di apporre, come sempre, elementi utili
alla discussione con esempi concreti di una pratica
costruttiva, capace di sollecitare delle percezioni
complesse derivate dai suoi diversi ambiti.
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M.Casamonti, cantine Antinori, San Casciano in Val
di Pesa.
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Evidentemente per ciò
che concerne l’azione di ‘spostamento’ umano, che si
muove in un centro abitato, ma anche in altre
situazioni che sollecitano la sua curiosità,
possiamo indicarlo come una confluenza di
‘meccanicità’ fisiche proiettate nel tempo e nello
spazio. L’individuo crea circuiti di significato,
segue flussi d’interesse, stabilisce il loro
senso d’uso e d’appartenenza, realizza percorsi,
definisce comportamenti indotti del vivere comune e
contemporaneamente si esprime (movimento), in
deroga ad essi esaltando l’esperienza individuale.
Tutti questi fattori, evidenziano la funzione prima
del fruitore immerso nel torrente informazionale
della città, egli rappresenta in questo momento, il
territorio del conflitto, sintesi del controllo
mitico tra l’urbano e il proprio corpo. La conferma
la troviamo in una tensione generatrice di contatti,
nell’attrito tra corpo e luogo è determinata una
particolare forza ellettrostatica che attira
magneticamente le diverse relazioni; egli stesso
genera un non-luogo. L’uomo perde allora il
riferimento, muta la direzione cognitiva e si
emancipa dal reticolo delirante della connessione
alla città. Capace di evidenziare dall’urto
inconsapevole, dallo schoc benjaminiano,
dall’inerzia visiva, una fase di ribellione del
corpo, vive l’impulso primario generato dalla carne,
il desiderio. L’energia accumulata esplode e
la massa critica compressa è liberata, quello che
intrattiene con il luogo, a questo punto, è uno
scambio d’informazione nel sublime dialogo del
movimento umano (gesto) con l’ambiente, egli gode
ora, di un’imponderabile e affascinante voglia di ‘narrazione’.
Si palesa uno stato quasi ipnotico dato dalla
cascata d’immagini sovrapposte, riprodotte in
sequenza e miste ad emozioni, luci, volumi,
superfici, materiali, spostamenti, gesti, fotogrammi
di riflessi urbani. Fondamentale condizione per
comprendere l’assoluta veridicità dell’intreccio del
corpo con l’ambiente (architettonico!). La dinamica
continuità, nell’appropriarsi di un luogo sia
fisicamente, sia percettivamente, ripropone un
susseguirsi d’ipotesi, di attese e di continue
verifiche. Un’enorme mole emozionale a cui siamo
uniti nel momento della scoperta di un ambiente
sconosciuto, da leggere secondo codici differenti
più personali e affettivamente intimi. E’ la
vitale battaglia che continuamente conduciamo quando
incontriamo l’àmbito-ambìto dello spazio
architettonico. L’esigenza contemplativa rifiuta
l’indagine programmata, ha bisogno di uno spazio
d’attesa e si privilegia del desiderio che ne
consegue, rientra con forza nell’azione percettiva
dell’esistente, nel rigenerare continuamente
l’esperienza del ‘contatto’ con la realtà.
Alle soglie di nuove strategie progettuali che si
rigenerano stagione dopo stagione, dimostrando
l’ardua ricerca ai limiti delle possibilità
pratiche, riconosciamo che in effetti, come
sostenemmo tempo fa, la condizione perturbante di
ogni ricerca e la riproposizione delle stesse
tecniche per le diverse destinazioni d’uso
(pericolosissimo incidente architettonico). E’
l’anomalia immessa nel sistema che davvero può
creare un mondo possibile, ma a scapito
dell’identità, della differenza, della relazione.
Aiutiamoci con un
esempio per capire l’equivoco che può verificarsi
nell’architettura. Ad esempio uno degli ultimi è il
caso Frank Gehry.
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P.Eisenman, Il giardino dei passi perduti,
installazione al Museo di Castelvecchio, Verona.
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La pratica
progettuale dell’architetto, dimostra la relatività
dell’uso di uno scanner tridimensionale, questo è
chiaro. E’ il fenomeno che partecipò tempo fa, ad
una possibile alternativa di progettazione, ma poi
lo abbiamo visto in altri scritti e lo abbiamo
dimostrato, ha evidenziato alcuni limiti dichiarando
una nuova maniera della forma. La libertà
formale presunta, ora si è trasformata in un’
inpasse visiva architettonica, un nuovo barocco
che difficilmente si adeguerà alle richieste del
vivere l’urbano contemporaneo per motivi che voi
stessi potete indagare approfondendo l’argomento in
Design & Crime di Hal Foster.
Frank L. Wright,
d’altronde, nella sua Una autobiografia
(colossale testo immancabile nella libreria degli
appassionati), ripreso da Zevi, parlando di
Michelangelo, aggiunge che molto probabilmente egli
era un ottimo scultore ma un mediocre architetto.
Bene, il discorso sembra assonante alla ricerca di
F.O.Gehry che rimane uno scultore perfetto. Sappiamo
dell’ineguagliabile ricerca iniziata da Gehry, a
Santa Monica 1978, il non finito gehryano
esplose in un’effetiva validissima strategia
architettonica geniale contributo per il paesaggio
di Los Angeles. Dall’osservare il paesaggio nelle
sue contaminate e contaminanti sfumature a farne poi
una sintesi secondo superfici raggrinzite di colate
di titanio, è un discorso tutto ancora da
approfondire e da chiarire. L’idea dello scanner
tridimensionale come il nuovo scalpello o sgorbia
oppure come cesello, ha rivoluzionato il metodo e la
strategia d’intervento sullo spazio, una buona
pratica da laboratorio di sperimentazione per
l’architettura. La libertà tanto agognata per la
forma e per lo spazio declamata da Bruno Zevi quando
riconosceva la genialità di Gehry, è derivata dalla
bravura dell’uso dello strumento e non della tecnica
di qualificare lo spazio. La prova di questo si
trova nelle tantissime enormi opere dell’architetto,
bene, guardatele in sequenza nei loro più reconditi
particolari pubblicati dalle riviste più famose,
avrete un’idea del termine architettura di ‘maniera’.
In tutte noterete che la struttura interna, come la
sua idea dello spazio architettonico, è troppo
staccata con quella della copertura. Infatti, rivela
una serie di gesti legati alla sua valida ricerca
iniziale, ma che ora, urta con l’urbano rimanendo
un’eco degli anni settanta-ottanta con stilemi di
segno-insegna, di surreale autoreferenzialità
lontanissima dalle regole generate dalla città
vivente. Rimane un episodio topico, una scultura
a parte, un buon esperimento, un modo-moda di
vedere, uno strumento utile ma non
chiarificatore, l’urbano penso che chieda altro!
Forse un’altra fase pop? Il termine pop
nella storia, è stato troppo spesso avvicinato al
termine snobb e questo allontana, ancora una
volta, dal concetto di urbano. L’architettura
dispone di infinite nuove categorie di flessibilità
strutturali già concretizzate in ‘corpi’ costruiti,
in cui gli spazi o gli ambiti variabili
gestibili, sono tutt’ora in attesa di essere
focalizzati ed evidenziati. Un esempio? Ritengo
molto più interessanti i messaggi e le stimolanti
implicazioni creative date dalle quinte murarie dei
piani-graffiti che precedono le entrate di tutte le
stazioni del nostro paese e non solo,
stratificazioni ‘oggettuali’, episodi di notevole
carica visiva deterritorializzata, messaggi dal
mondo ‘nascosto’ della città, mai evidenziate perché
appartenenti ad urla urbane di mutazioni in
corso, a cortocircuiti di comunità sociali, a schocs
visuali che andrebbero evidenziati, ma in modi
alternativi e non affibbiandogli una banalissima
sfilata di moda del giovane stilista di turno. Sono
quei parametri, da considerare, perché rappresentano
degli aspetti dell’urbano mutare delle cose, alle
quali solo in questo momento della storia
dell’architettura si stà facendo riferimento, ma
ancora, esiste troppa indifferenza per la città
(notate come il termine ‘urbano’ venga
ripetuto come titolo di testi, in articoli, opere
d’arte, installazioni ecc…). La proposizione di
tematiche e la discussione, di questi miei scritti,
cerca di indagare sempre i nervi sensibili
dell’argomento relazionale architettonico; appare
chiara una strategia d’inserimento, nella maglia
urbana, di nuovi canoni interpretativi (IBRIDAZIONI
1- 2). L’urbano può addirittura mutare secondo
regole diverse e inattese, quindi da quei segni
indistinti da quei profili ‘saturi’, che lo
contraddistinguono, esso può riservare delle
sorprese. Una progressiva dematerializzazione della
forma e dell’essenza dei corpi architettonici, può
preparare ad una stagione nuova dell’architettura,
quella non costituita da città invivibili o malsane,
ma quella che sceglie l’alto potenziale umano
immerso nel flusso delle tecnologie applicate alla
città, favorendo l’idea di un’adeguamento del
proprio ‘abitare’ la natura. L’interrogarsi sulla
propria natura e scoprirne l’essenza vitale
tecnologica-naturale, esplicita modi
d’interpretazione che si basano su argomenti legati
al territorio ed alla sua condizione di spazio
adibito a soddisfare le esigenze dell’uomo. Ciò non
toglie che le forme e le relazioni possano disporsi
secondo condizioni e funzioni d’uso diverse ma
sempre legate alla natura e ad un’immagine
‘organica’ dell’architettura.
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Zaha Hadid, Singapore, One
North Masterplan (2001)
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‘Sovrapporsi’
al territorio d’altronde, è diverso dal farne
parte. Si tratta di una condizione diversa
dell’esperienza progettuale che sarebbe interessante
analizzare, un’architettura che prova a rifiutare il
conflitto, l’attrito dell’ambito urbano, indulge
dell’imporsi come corpo estraneo e prima di
prevaricare presuntuosamente il territorio si adegua
mobilitando altre categorie di segni e di
significati. Un modo valido e per certi versi
innovativo ( linee, curve, segni, gesti già
applicati alla ricerca architettonica che grazie
alla tecnologia ed allo studio dei materiali ora,
vengono riportati in auge come corpo
identificabile, ne abbiamo discusso in “L’ambito
variabile”). I segni tutt’ora generati si stanno
evolvendo in linearità sinuose rispettose di
razionalismi ormai ‘colti’ e differenziati. Tracce
generate da sconnessioni che generano fughe
impreviste e lacerazioni telluriche, secondo un
reticolo progettuale alternativo, sono tagli
irrimediabili o il lento riassemblaggio della
superficie terrestre? Si tratta di un luogo
individuabile o un ambito finalmente
dividuato?
Forse una nuova
strada da seguire, un cambiamento di rotta
dell’architettura contemporanea, o un’alternativa
d’approccio a progetti dai segni diversi. L’effetto
urbano, cerca nella ‘mimesi’ strutturale
terrestre altre forme di sollecitazioni e di
relazioni. Indaghiamo ciò che ci fu suggerito a suo
tempo, ma ancora (a quanto pare) capace di stimolare
paesaggi e visioni, secondo me, validissime.
Approfondire quest’argomento non sarebbe male per
gli appassionati d’archittetura. Dagli scritti sulla
“facoltà mimetica” benjaminiana ne “L’opera
d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”
e ne “Il carattere distruttivo del quotidiano”
parallelamente, conduciamo secondo l’Estetica
della sparizione di Paul Virilio, insieme a “Lo
spazio critico” una lettura un po’ più profonda
per comprendere se l’arte e l’architettura possono
contribuire ad un avvicinamento conoscitivo
dell’uomo alla ‘sua’ natura. L’attimo del
quotidiano, come non mai, è sottoposto
all’attenzione della ricerca architettonica e le
prospettive lanciate da quest’argomento aprono
strade nuove alle possibilità espressive siano esse
architettonicamente concettuali e progettuali. Non
basta lo sperimentare una tecnica informatica per
rinnovare o inventare un mondo possibile, ma occorre
riaggiornare i filtri interpretativi che bloccano le
banalità di un tentativo perenne di trasformare
l’architettura in un oggetto vuoto o un giocattolo
ormai inservibile. Allora, la tecnologia,
nell’accezione di techne, altro non è che,
l’appellativo che diamo alla prima arte umana,
quindi ad un tentativo o ad una tendenza dell’uomo a
seguire le regole ‘naturali’ della sua
crescita.
Dopo aver osservato
questi e tanti altri progetti illustrati, che
seguono queste caratteristiche morfologiche-tecniche,
penso che l’uomo abbia saputo dosare l’arte di
conformarsi, assimilando dalla natura, il suo essere
naturale, sulla base dell’esperienza
profondamente tecnica ecco perché qualunque “aura”
diventa banale, perché debilita la ricosciuta forza
dell’arte come relazione costruttiva di rapporto
tecnologico diretto con il mondo reale.
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P.Eisenman, Santiago de Compostela, Città della
Cultura della Galicia
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Nota
biografica dell'autore |
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