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I
mercati, come anche il negozio o bottega, sua antica
e più illustre denominazione, appartengono veramente
a tutti i tempi ed a tutte le latitudini,
rispondendo a quelle funzioni di scambio commerciale
e di pubblica alimentazione necessariamente inerenti
a ogni tipo di cultura e a qualunque stadio della
civiltà.
Essi, indipendentemente dalla loro
importanza architettonica, che può essere grande,
piccola o addirittura nulla, sono in ogni caso
organismi di rilevante incidenza urbanistica sia per
il pubblico servizio cui sono destinati, sia per la
complessità dei rapporti che si vengono a creare nei
riguardi igienici, della sorveglianza, della
sicurezza, della incidenza sul traffico, che
condizionano rigorosamente il tessuto urbano , il
quale incide direttamente sulla loro distribuzione e
importanza.
Quello che sappiamo circa il mercato e la
bottega presso le civiltà orientali risale alla
tradizione letteraria ed a quella figurativa.
Presso gli assiro-babilonesi pare certo che il
mercato si svolgesse alle porte della città, senza
alcuna apparecchiatura stabile, a modo di fiera,
cioè composta da bancarelle ambulanti, baracche e
posteggi, quanto mai precari, d’altro canto pare che
l’attività bancaria si svolgesse nei templi; si ha
pure qualche frammentaria notizia di botteghe
artigianali, in genere riunite secondo l’affinità
delle materie trattate.
Come quartieri commerciali, formati da
serie di botteghe, pare si debbano interpretare
quelle husoth che i commercianti di Damasco
gestivano a Samaria in Israele e che in cambio,
Achab re d’Israele si fece concedere a Damasco da
Ben Hadad re di Siria quando riuscì a batterlo.
Il Mercato alle origini in Grecia dovette
confondersi con la piazza, e quindi mercato scoperto
formatosi e costituitosi spontaneamente nel centro
del primitivo accampamento, dell’assembramento di
capanne o di abitacoli, nel crocicchio principale
ove convergevano le poche strade del villaggio
arcaico. Infatti veniva denominato agorà ed
era, dapprima solo una piazza circondata da edifici
vari e variamente disposti senza una connessione
urbanistica rigorosa.
A questo tipo primitivo appartiene la più
celebre delle agorà, quella di Atene, che si
estende in forma irregolare e su piano lievemente
inclinato alle pendici dell’Aeropago, delimitata da
edifici pubblici. L’Agorà, centro di tutta
la vita cittadina non è esclusivamente mercato, ma
in essa alcune zone fisse sono riservate ai
rivenditori, anzi dalle molte testimonianze
letterarie che rimangono sappiamo che i settori, che
potremmo dire mercantili, traevano nome dalle merci
che vi si vendevano; così c’era lo spazio per i
venditori di pentole o quello ove si vendevano i
formaggi freschi, ecc.
Nei punti di più intenso traffico, davanti
ai loro banchi carichi di monete, di pegni e di
registri, sedevano i banchieri circondati da una
folla di uomini d’affari, di curiosi e di
imbroglioni, vi erano poi, oltre ai modesti
rivenditori sistemati in baracche provvisorie, anche
gente di maggior conseguenza, come profumieri,
barbieri, medici, che però disponevano di vere e
proprie botteghe negli edifici circostanti.
Nella folla variopinta e indaffarata,
vociante, formicolante, irrequieta e trafficante,
che, al mattino, pare raggiungesse le ventimila
persone, vigilavano i magistrati addetti al
controllo dei pesi e delle misure, e quelli
incaricati di verificare la qualità delle merci.
Nel tempo la piazza-mercato che si
regolarizza e si estende a quasi tutte le città
greche, viene ad assumere una precisa definizione
architettonica, tanto che si usa distinguere una
agorà arcaica da una agorà ionica anche
se sono entrambe rettangolari e delimitate da
edifici e portici, interrotti da varchi stradali nel
primo caso, mentre sono continui ed ininterrotti
nella seconda.
A Ippodamo di Mileto si deve l’agorà
del Pireo, ma di tipo ippodameo è pure quella,
meglio nota, di Priene del IV sec. avanti Cristo.
Nell’ agorà di Priene è già chiara quella
articolazione funzionale in spazi diversi che si
protrarrà fino alle città occidentali del medioevo e
del rinascimento.
Del resto la caratterizzazione dei mercati
secondo la merce è normale nella società greca, come
testimonia Aristotele che distingue il mercato degli
alimenti dal mercato generico all’aperto.
L’agorà di Priene si sviluppa,
appunto come nelle città medievali, in due piazze
diversamente calibrate, la maggiore, rettangolare e
circondata da portici continui, è destinata al
mercato generico che si svolge attorno all’altare
centrale, la minore, pure rettangolare ma delimitata
da botteghe, è riservata al mercato del pesce e
della carne, entrambe piazze-mercato mancano del
lato settentrionale, cosicchè si aprono sulla via
che le unisce.
Abbastanza note, per quanto ci è rimasto,
sono pure la piazza mercato di Cirene, quella di
Thera, quella di Magnesia sul Meandro, quella di
Mileto con botteghe su due lati, quella di Pergamo,
quella di Assos a pianta rastremata e limitata sui
due lati maggiori da imponenti porticati a due
ordini sovrapposti.
Fra le agorà più ricche di monumenti
citeremo, rifacendoci alla autorità di Pausania e
oltre alle già ricordate, quelle di Megalopoli, di
Elatea, di Sparta, di Corinto, di Messene, che si
dovrebbero ritenere di tipo chiuso a portico
continuo, mentre sappiamo che quelle di Fare e di
Elide erano del tipo “a crocevia”, attraversate da
strade come quella di Atene, cioè del tipo
cosiddetto arcaico.
Le agorà di Magnesia sul Meandro e
di Priene ci offrono i più antichi esempi noti di
botteghe in muratura, che probabilmente già prima
del sec. IV avevano sostitutito le primitive
baracche mobili costruite con giunchi e tela.
Oltre che sotto i portici della piazza del
mercato, come nei casi citati, le botteghe dovettero
essere costruite anche lungo i lati delle vie; un
esempio è offerto dal portico di Attalo in Atene,
sotto il quale si sviluppava una serie continua di
botteghe illuminate ognuna da una finestrella.
In verità nel caso del portico di Attalo,
più che di botteghe si trattava di ripostigli da cui
la merce veniva tratta per essere esposta sotto il
portico.
Al tardo ellenismo appartengono le
botteghe trovate nell’isola di Delo, che sono
composte da locali a pianta approssimativamente
rettangolare, largamente aperti sulla via, ma
isolati dal resto della casa e indipendenti fra di
essi, che hanno una profondità che non supera mai i
4 metri ed una larghezza variabile dai 3 ai 4 metri
e mezzo, in qualche rarissimo caso esiste anche un
retrobottega.
Quanto al genere ed alla destinazione di
queste botteghe, se nulla ci è suggerito dai reperti
archeologici, l’esistenza di termini specifici, più
usati dei generici e ambigui “mercato” o “bottega”
che testimoniano l’ampia gamma di specializzazione
già esistente all’epoca, che può variare dalla
macelleria, alla mescita calda, e fino alla
libreria.
Come nel mondo greco il mercato, specie
alle origini, si identifica con l’agorà, e
cioè con il centro cittadino, anche nella società
romana non si distingue, inizialmente dal Forum. Lo
stesso Foro romano, nel periodo repubblicano, appare
costituito in gran parte da tabernae, e cioè
botteghe.
Sennonchè, con il crescere della fortuna e
con la graduale trasformazione del Foro Romano, in
centro politico prima dell’Urbe e poi dell’Impero, i
nuovi edifici monumentali ne eliminano le primitive
tabernae, le quali vengono raggruppate in vari
luoghi della città destinati, senza che
l’appellativo di Forum muti propriamente, a mercati
specializzati.
Si formano così un forum
vinarium, un forum piscarium, un forum
olitorium o degli erbaggi, un forum
cuppedinis o delle ghiottonerie, dei cibi
delicati, delle primizie, un forum suarium o
della carne suina, ecc.
Fin quì siamo all’antica soluzione
ellenica, e poi ellenista, della piazza-mercato
ancora architettonicamente generica ed
urbanisticamente equivalente ad una qualsiasi altra
piazza, salvo che diversamente attrezzata a seconda
se mi trovo presso i greci, presso i latini, mentre
l’idea del mercato come edificio costruttivamente
definito e funzionalmente non equivocabile è da
ritenersi propriamente romana ed è situabile nel
primo quarto del II secolo av. Cr., cioè in età
abbastanza tarda.
Nel 179 a.C. si costruiva in Roma il primo
edificio destinato a concentrare tutti i mercati
cittadini sul luogo stesso ove, nel 210 av. Cr. era
stato distrutto dal fuoco il forum piscarium.
Il nuovo edificio fu designato con il nome
di macellum, passato oggi ad indicare
specificatamente il mattatoio. Il primo macellum,
demolito probabilmente dopo un secolo e mezzo di
funzionamento, fu sostituito, in epoca augustea, dal
Macellum Liviae costruito sull’Esquilino, al quale
si aggiunsero, sotto Nerone, il Macellum Magnum
edificato sul Celio, e sotto Traiano i mercati
traianesi presso il Foro.
Dall’Urbe i macella, modulati sul
medesimo tipo, sciamarono nelle province, fin nei
municipi lontani: dal mercato coperto di Pompei e da
quello di Alatri a quelli di Rimini e di Isernia,
dal mercato di Eclano a quelli di Corfinio e di
Mantinea in Grecia, dal grandioso macellum di
Pozzuoli noto come “ Tempio di Serapide” ai mercati
africani di Leptis Magna e di Thamugadi (Timgad).
I più antichi mercati romani possono
ricondursi ad un unico tipo edilizio: un
quadriportico rettangolare, sotto il quale si
allineano le tabernae, che include uno spazio
scoperto, una sorta di piazza interna, in mezzo alla
quale, alla maniera greca, sorge, con carattere
sacrale, la tholus macelli o l’ara sacrificale o
anche, come nell’angusteo macellum Liviae, una
semplice fontana.
A questi tipo appartiene il mercato
coperto di Pompei del I sec. , esso si sviluppa
nell’angolo nord-est del foro, dal quale si apre
l’accesso principale, altri due ingressi secondari e
non simmetrici si aprono nel muro d’ambito
meridionale e in quello settentrionale.
Il recinto rettangolare non è porticato e
include un’area scoperta in mezzo alla quale, da un
crepidoma dodecadenale, si alzano i dodici
piedistalli delle colonne che reggevano una
copertura, probabilmente displuviata, a formare una
sorta di edicola di carattere certamente sacro,
eretta in luogo della tholos tradizionale.
Due grandi ambienti destinati al culto si
aprono sul lato orientale, nel quale è pure ricavata
la peschieria denunziata dai banchi inclinati.
Sugli altri tre lati si allineano le botteghe,
aperte verso l’interno quelle del lato sud, verso
l’esterno quelle dei lati settentrionale e
occidentale, allo scopo di evitare una eccessiva
insolazione nociva alla conservazione delle
derrate. Le pareti poi erano riccamente decorate da
pitture in parte mitiche in parte realisticamente
allusive alle merci esposte.
Di tutt’altro e singolare tipo erano i
mercati traianei, costruiti sulle pendici del
Quirinale e confinanti con il foro di Traiano.
La necessità di assemblare un
notevolissimo numero di botteghe, di ambulacri e
ambienti diversi e perfino una basilica, in uno
spazio relativamente ristretto e in un luogo
scosceso dovette porre particolarissimi problemi
che, con l’adozione della grande esedra e con il
magistrale uso degli archi laterizi e delle volte di
conglomerato furono superbamente risolti.
Anche nel mondo romano le botteghe che nel
mercato si organizzano in forma associata, hanno una
varia e vasta vita indipendente lungo le vie, al
piano terreno delle case, e dovettero essere
particolarmente numerose nei grandi centri
commerciali del mondo antico, a Rodi, a Delo, A
Corinto, oltre che in città minori ma vivacissime
come Ostia, Pompei, Pozzuoli, oltre che naturalmente
in Roma, in Alessandria, in Antiochia sull’Oronte i
cui empori commerciali sono ricordati da Libanio per
il loro splendore.
Gli scavi di Pompei e di Ostia e quelli
dei mercati traianei in Roma hanno riportato alla
luce gli elementi della bottega romana detta anche
taberna , derivato probabilmente dal termine
tabula (tavolo) indicante il banco di
vendita, essa comprende un piccolo locale a piano
terreno largamente aperto sulla via e un ammezzato
superiore al quale si accede per una scala di legno,
dall’ammezzato sporge un balcone o una pergula
con funzione di protezione dalle intemperie.
Il banco che era di legno (ma si trovavano
spesso in muratura) si distribuisce in pianta ad
angolo retto, in modo che un lato fronteggi la via e
l’altro si inoltri nello spazio interno per essere
di supporto ai compratori, esso è poi fornito di
speciali gradini che servivano per l’esposizione
delle merci. Questa è una disposizione che si
protrarrà nel medioevo.
I banchi delle “cauponae” (osterie)
e quelli dei “thermopolii” (mescite di
bevande calde, tipo bar) dispongono anche di dolia
fittili immurati e di fornelli.
L’apertura della bottega sulla via è
generalmente, almeno a Pompei, nuda di sptipiti
architettonici ma spesso adorna di pitture allusive,
più raramente di rilievi, detti “insigna”.
Delle suppellettili interne invece si ha
sufficiente notizia da vari indizi e particolarmente
dalle pitture pompeiane, ora al Museo di Napoli,
riproducenti gli interni di una calzoleria e di una
farmacia.
Oltre a mensole lignee assicurate a pioli
immurati, si usano armadi talora finemente lavorati
e decorati con finiture di bronzo. La chiusura
esterna era assicurata da un battente girevole che,
non occupando l’intero vano, si saldava ad una serie
di assi verticali che si collocavano in apposite
scanalature praticate nella soglia e nell’architrave
e, infine, si agganciavano reciprocamente
all’interno, mentre all’esterno erano garantite da
sbarre metalliche: una solida corazzatura che
giustifica l’espressione di Giovenale quando parla
di “catenatae tabernae”.
Nella Cina antica il mercato non ha
vistosi caratteri edilizi e si affida piuttosto
all’uso del grande spazio con baracche modeste e
provvisorie e banchi ambulanti. Il negozio,
tradizionalmente conservatosi fino a quasi il tutto
il secolo XIX, replica le disposizioni occidentali
allineandosi, in serie, lungo le arterie più battute
e più adatte alla sosta davanti alla esposizione
delle merci.
Tenacemente si è conservata in Cina quella
sorta di distribuzione corporativa che, da noi, è
tipica del Medioevo, così si hanno quartieri
specializzati nei vari generi di botteghe.
Spesso la mostra esterna è riccamente
decorata con intagli in legno dalle laccature
sgargianti, mentre nell’interno della bottega
nicchie speciali sono dedicate al dio della
ricchezza, al quale si brucia incenso, e alle
divinità locali. La complicazione allusiva e
l’abito alla metafora poetica dello spirito cinese
non rinuncia a rivelarsi persino nelle insegne delle
botteghe, così che per un negozio di prestito su
pegno la “ditta” si tramuta in Benessere Celeste (
Tieng Sheng), oppure un grande emporio di merci si
può chiamare Fedeltà e Giustizia ( Hsin-I).
Il mondo islamico dispone invece di un
particolare organismo tradizionalmente protrattosi
fino ad oggi, il bazar, che a giudicare dal
termine dovrebbe essere di origine persiana, termine
che l’arabo traduce in suq o suk,
volendo intendere però la stessa cosa.
Il bazar orientale riunisce ed
esaurisce le funzioni del grande mercato e del
negozio, è praticamente una associazione di negozi e
di laboratori artigianali rigorosamente raggruppati
secondo l’affinità merceologica e spesso collegati
fra di essi per mezzo di vie coperte illuminate da
lucernari.
Le botteghe dei vari artigiani (fabbri,
tintori, sarti, tornitori, ecc.) si raccolgono in
aswaq, cioè mercati che costituiscono una sorta
di sottosettori del bazar. Le coperture sono
realizzate variamente con tende stuoie, cannicci,
tetti in legno, o volte di muratura.
Unicamente le botteghe di alimentari non
sono raggruppate e si distribuiscono
indifferentemente nei vari punti del bazar.
La bottega di solito è sopraelevata rispetto alla
corsia esterna di passaggio e, se si tratti anche di
laboratorio, dispone di un retrobottega o magazzino,
talora le botteghe si dispongono come a Tunisi, su
due piani. In alcuni casi davanti alla bottega,
all’esterno, è sistemata una panchina di muratura,
detta in arabo mastabah (gradino), destinata
alle contattazioni che secondo secondo il costume
orientale si protraggono interminabilmente.
L’esposizione delle merci all’esterno dei
negozi, a modo di turgidi e fantastici trofei,
conferisce alle corsie di passaggio quell’inconfondibile
carattere fieristico che sta fra la sagra rurale e
il cittadinesco robivecchi. Pochi gli spazi
scoperti perchè poche le merci che non si vendono
all’interno.
Il bazar, come il suq,
occupa di solito un intero quartiere della città, un
esempio di bazar che allo stesso tempo rappresenta
anche uno dei più ricchi è quello persiano di
Isfahan nel quale i laboratori dei sarti hanno
coperture a cupola e a volte fastosamente decorate e
dorate, fra i più rustici invece è da citare il
bazar perfettamente conservato di Qum, pure in
Persia, non meno noti il bazar del Cairo, di
Tabriz e di Shiraz.
I bazar turchi sono fra i più noti,
anche perchè in molti casi essi costituiscono
testimonianze insigni dell’architettura islamica.
Il bazar o mercato coperto turco è più
propriamente indicato con i termini nazionali
bedesten, arasta o carsi; la
struttura normale è di pietra e mattoni, si eleva su
pianta rettangolare d’ambito della grande aula
coperta da cupole si allineano, in gallerie voltate,
le botteghe, che talora ricorrono in serie anche
all’esterno.
In casi non infrequenti serie di botteghe
si rincorrono lungo i muri esterni delle moschee, in
conseguenza del fatto che, nel mondo islamico, il
commercio era spesso esercitato a profitto di ordini
religiosi.
Fra i più antichi bazar turchi
rimastici ricordiamo quello di Bursa, attribuito al
1405, quello di Edirne del 1418, quello di Mahmut
Pascià costruito in Ankara nel 1465 ed ora
trasformato in museo ittita.
Il musei di Ali Pascià in Edirne, eretto
nel 1569 da Koca Sinan, è fra le opere maggiori
dell’architettura islamica, ma di gran lunga il più
grandioso e famoso dei bazar turchi rimane
quello fondato a Costantinopoli nel 1462 da Maometto
II il Conquistatore. Esso prima era stato fatto
costruire in legno e poi nel 1701 fu ricostruito
nella forma attuale in muratura.
Esso è composto da una grande aula
rettangolare divisa in tre navate da due ordini di
quattro pilastri ciascuno, coperta da quindici
cupole emisferiche e attorniata, sui quattro lati,
da una doppia serie di botteghe voltate.
Successivamente Sùleyman il Magnifico ne fece
costruire un secondo pure in legno e pure
ricostruito più tardi in muratura in forma di aula a
quattro navate con dodici pilastri reggenti le venti
cupolette di copertura.
I due mercati con gli annessi finirono a
costituire un intero quartiere esteso su un’area di
30.700 mq, servito da sessantacinque strade interne
e comprendente mille locali e tremila botteghe.
A Mongoli e Persiani si deve
l’importazione del Bazarr anche in India dove
tuttavia, questo singolare organismo non raggiunse
mai la vitalità, gli splendori fiabeschi e, anche,
la vociferante e petulante confusione che lo
caratterizzano nel vicino Oriente.
Al medioevo italiano rimane piuttosto
estranea l’idea del mercato coperto e, in genere,
del mercato concepito come specifico organismo
edilizio. Può trarre in inganno l’ampio uso che,
per il mercato, il medioevo seppe fare dei portici
degli edifici privati, dei palazzi comunali e
perfino delle chiese, trattandosi pur sempre di
sistemazioni di fortuna con il carattere di fiera
occasionale piuttosto che di servizio fisso.
Il mercato medievale in sostanza si
risolve nella destinazione di una piazza a sede
permanente per le bancarelle dei rivenditori e
qualche impianto fisso che normalmente si esaurisce
nella costruzione di una fontana centrale, tra esse
possiamo citare le Piazze delle Erbe e dei Frutti
presso il Palazzo della Ragione in Padova, quello
delle Erbe in Verona, del Verziere in Milano, che
sono veri e propri mercati nel senso della agorà
preclassica.
Fra le rarissime eccezioni si può addurre
la Ripa coperta costruita a Genova nel duecento per
ospitarvi i rivenditori che si affollavano, del
resto come anche oggi, attorno al porto.
Anche negli altri paesi europei l’uso
medievale più diffuso rimane quello del mercato
scoperto: a Parigi il più antico, il “Marchè Palu”
forse anteriore al secolo XI, si teneva lungo la
Senna, fra il Petit Pont e il Saint-Michel; in
Olanda il “markt” , che risale ad origini medievali,
si trova presso la Stadhuis o Palazzo Civico, così
come anche la piazza mercato presso il palazzo del
comune di Gouda; in Germania numerosissimi sono i
mercati scoperti di impianto medievale, dalla
“Marktplatz” di Holzminden alla “Marktstrasse” di
Kemnatz in Baviera, dalla piazza del mercato presso
la chiesa di Santa Maria ad Halle in Sassonia e dal
pittoresco “Hauptmarkt” di Norimberga alla piazza
mercato di Munster, dal mercato di Freiburg a quello
di Basilea.
Il medioevo ultramontano non ignora,
tuttavia, il mercato coperto, anzi ne offre esempi
insigni, dalle “Halles” parigine del secolo XII, poi
distrutte, a quelle celeberrime di Burges costruite
dapprima in legno e nel 1239 rifatte in muratura.
In Italia occorre arrivare al tardo
rinascimento per ritrovare la concezione del mercato
come edificio tipicamente organizzato o almeno come
grande loggia a destinazione fissa.
A Firenze di questo tipo vi era il mercato
del pesce ora demolito che allungava la sua loggia a
nove campate su di un lato del mercato vecchio,
tolto di mezzo alla fine dell’Ottocento per far
luogo alla piazza Vittorio Emanuele, rimane invece
quello nuovo costruito da Giovanni Battista del
Tasso nel 1547, in forma di grande loggia di ordine
composito coperta con dodici volte a vela.
Ottimamente conservata è la famosa Sala di
Ladislao costruita fra il 1493 ed il 1503 nel
Castello Reale di Praga da Benedikt di Rejt di
Pistov e poi utilizzata nel dal 1600 come pubblico
mercato.
Nel settecento in fatto di mercati sono da
segnalare le realizzazioni parigine e più
precisamente nel 1767 per opera del Lecamus e del
Mezieres sorge la “Halle aux blès” su pianta anulare
attorno ad una piazza interna che nel 1802 il Brunet
coprirà voltandovi sopra la prima cupola ad ossatura
metallica.
Anche la bottega così come la conosciamo
non si differenzia di molto da quella romana fino a
tutto il seicento, l’ambiente si conserva piccolo
qualche volta dotato di retrobottega o di soppalco,
la grande apertura verso strada sostituisce alla
piattabanda l’arco ribassato o acuto, per ritornare
all’architrave nel Quattrocento. L’apertura su
strada, come nella romanità, è in parte chiusa in
basso dal muretto davanzale che funge da banco di
vendita così che il cliente rimane di solito sulla
strada senza il bisogno di entrare. La
suppellettile interna doveva ridursi a mensole di
legno immurate e a qualche rudimentale armadio e
cassone o cassapanca. Le merci che scarsamente si
potevano esporre sul muricciolo esterno, venivano
più spesso sospese all’architrave, all’arco o a
travetti appositamente sistemati. Frequentemente un
tettuccio, come la antica pergula, sporgeva a
protezione degli avventori.
Eccezionalmente si usarono anche botteghe
a doppia apertura, ossia bifore, ed è da credere che
questo lusso si riscontrasse solo raramente in
alcune categorie di vendita come le farmacie, un
esempio ne è la farmacia dell’ Ospedale di Pisa
coperta da sei grandi volte a crociera e come la
spezieria fiorentina del Canto al Diamante,
frequentata anche da Dante.
Il mutare della società e del costume, in
quanto i rapporti interpersonali si fanno sempre più
ampi complessi e liberi, provocano nel Settecento la
graduale trasformazione della bottega nel moderno
negozio. Si passa così da un fenomeno ancora del
tutto connesso con l’artigianato e con il piccolo
commercio ad un organismo un po’ più anonimo e certo
meno pittoresco, ma più adatto alla civiltà
industriale che stava nascendo in quel tempo.
Un diverso e più audace intuito
commerciale, le sollecitazioni di una rincrudita
concorrenza, una più larga diffusione del benessere
e quindi una aumentata domanda, lo stesso gusto
della raffinatezza proprio del Settecento inducono
mutamenti e ampliamenti sempre più impegnativi.
Ecco allora che compaiono botteghe da caffé che
aspirano agli splendori della dimora patrizia,
qualche preziosa farmacia rivestita tuttora di cupe
e intagliate scansie in cui sfavillano vecchie
terraglie, ospedali magnificamente arredati come
l’Ospedale Maggiore di San Giovanni di Torino oppure
deliziosamente rococò come quello degli Incurabili
di Napoli.
Passando poi all’Ottocento possiamo dire
che esso è il secolo d’oro per il mercato coperto,
da una parte ciò è dovuto alle nuove tensioni create
dal fenomeno dell’urbanesimo industriale che creando
nuovi e ponderosi problemi per l’approvvigionamento
delle metropoli che crescono sempre più ne
determinano un aumento sostanziale della domanda,
dall’altro c’è anche il fatto che le nuove strutture
di ferro prima, e di cemento poi, gettano le basi
per le grandi coperture senza sostegni intermedi che
sono la soluzione ideale per il mercato coperto,
all’optimum della quale la modernità si è sempre più
accostata.
Con il complicarsi dei servizi e degli
impianti la concezione del mercato coperto,
considerato ormai come un essenziale servizio
pubblico, si articola in una casistica che contempla
tipi diversi che si distinguono o per l’ubicazione (
mercati centrali o rionali) o per la
specializzazione merceologica (degli erbaggi, dei
fiori, del pesce, del cuoio, della carne, del
bestiame vivo, ecc.) o infine per il tipo di
commercio e della clientela (mercati all’ingrosso,
al minuto, misti).
Esempio fondamentale per i mercati coperti
ottocenteschi sono le Halles Centrales, costruite
con struttura in ferro fra il 1852 ed il 1859 da
Victor Baltard e Callet, l’applicazione delle
strutture in ferro come le più adatta alla soluzione
del problema viene adottata anche da Blankenstein e
Lindemann per il mercato centrale di Berlino, da O.
Jones per quello di Londra, da Giuseppe Mengoni per
quello di Firenze, e limitatamente alle coperture,
da A Badaloni per il mercato agroalimentare di
Livorno.
Alla fine dell’Ottocento, e sempre più nel
Novecento, le strutture in cemento armato
soppiantano quelle in ferro.
Fra gli esempi più interessanti dal punto
di vista funzionale sono da citare per il primo
quarto di secolo il grande mercato di Lipsia di H.
Ritter, coperto con tre cupole poligonali di cemento
armato, e quelle minori di Francoforte di Martin
Elsasser e quello di Reims di Emile Maigrot.
Fra le opere più recenti che meritano
particolare nota abbiamo il mercato coperto di
Algesiras (1993) di Edoardo Torroja, il bellissimo
mercato dei fiori di Pescia (1951) dovuto al gruppo
Emilio Brizzi, Enzo e Giuseppe Gori, Leonardo Ricci,
Leonardo Savioli, e quello ardito ed elegantissimo
costruito in Messico (1956) da Pedro Ramirez Vasquez,
Rafael Mijares e Felix Candela. |