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I
mercati hanno da sempre rappresentato un elemento
fondamentale e caratterizzante delle città. Essi
svolgevano l’indispensabile ruolo di punti per
l’approvvigionamento quotidiano, a prezzi contenuti,
delle popolazioni che vivevano dentro le mura
cittadine e che non godeva di rendite agricole
proprie: per tanta gente il mercato era il luogo di
acquisto dei beni di prima necessità.
Lo sforzo stesso di regolamentazione dei
mercati e anche del commercio ambulante o
itinerante, che si ritrova periodicamente dal
Medioevo in avanti, attesta dell’importanza
rivestita da questi fenomeni nella vita cittadina.
Contemporaneamente gli strettissimi rapporti tra le
corporazioni rappresentavano gli interessi
specifici di categorie di commercianti ed artigiani
messi in relazione con le autorità cittadine.
Rapporti che, di nuovo, confermano la rilevanza
strategica del commercio per la vita e il benessere
della città, e di conseguenza la necessità per gli
amministratori pubblici di regolare, contrattare e
concertare con le corporazioni le decisioni in
merito ai tempi e luoghi degli scambi, alla
trasparenza delle transazioni, alle norme igieniche
da imporre ecc.
Altra caratteristica dominante era ed è la
capacità del commercio e dei mercati di porsi quale
sistema distributivo flessibile, costantemente alla
ricerca di compratori, capace più di ogni altro di
adattarsi ai cambiamenti della domanda dei
consumatori. Proprio per tali caratteristiche questo
tipo di commercio, insieme alla sua manifestazione
privilegiata che è il mercato inteso come luogo
fisico di contrattazione, ha attraversato la storia
senza perdere mai la propria rilevanza, e convive
tuttora agevolmente con le più moderne forme
distributive.
Ancora oggi la presenza dei mercati è un
fattore qualificante per il commercio cittadino. I
mercati completano e arricchiscono la gamma di
tipologie distributive presenti, sono inoltre
elementi distintivi e attrattivi poiché non ne
esiste l’equivalente nella distribuzione moderna.
Valorizzano una tradizione storica della mercatura,
offrono uno spettacolo vivace ed attraente,
consentono di “fare la spesa” in un modo diverso dal
solito.
Per salvaguardare questa forma di scambio
e vendita di merci unica e la lunga tradizione che
essa incarna, le amministrazioni comunali spesso e
volentieri si spendono con un continuo sforzo teso a
valorizzare i mercati e fiere tradizionali.
Mille anni fa, quando in Europa circa 30
milioni d’abitanti vivevano dispersi entro un
immenso territorio dominato da boschi, foreste,
acquitrini, lagune e paludi, raccolti in piccoli
gruppi attorno a rocche fortificate, a borghi
cresciuti a ridosso dei grandi monasteri, a piccoli
centri situati all’incrocio delle strade, sulle rive
dei laghi e sulle sponde dei fiumi navigabili, in
città fantasma, che erano state grandi ai tempi
dell’impero romano, oppure in rari centri emporio,
cresciuti sui bordi di insenature marine trasformate
in porti, quasi tutta la ricchezza prodotta veniva
dalla coltivazione dei campi, dall’allevamento
semibrado di bovini, equini, suini ed ovini e dallo
sfruttamento di sovrabbondanti risorse naturali con
la caccia legale e di frodo, la pesca e la raccolta
di frutti spontanei.
Gli storici dell’economia valutano che, a
quell’epoca, ogni anno il reddito prodotto
dipendesse sopratutto da un tempo clemente che aveva
portato pioggia in autunno e in primavera, che nel
pieno dell’inverno aveva ricoperto d’una spessa
coltre nevosa le campagne e che aveva fatto
risplendere un caldo sole dai mesi primaverili alle
settimane della mietitura e a quelle della
vendemmia. Si trattava d’una ricchezza per nove
decimi consumata nei luoghi stessi dov’era stata
ottenuta e da quanti, a vario titolo, avevano avuto
un qualche ruolo nel produrla e distribuirla. Solo
piccole quote, non sempre e non tutte tradotte in
materia, raramente fuoriuscivano dai circuiti
economici locali sotto forma di doni, d’imposte, di
decime o di spese per l’acquisto di quelle materie
prime e di quei manufatti che i campagnoli non erano
in grado di produrre in proprio.
A partire dal secolo XI, nei due milioni
di chilometri quadrati delle regioni occidentali
della vecchia Europa, prese l’avvio un deciso
processo di crescita sostenuta e costante della
popolazione rurale favorita dall’ampliamento delle
superfici destinate alle coltivazioni,
dall’introduzione di aratri più pesanti ed
efficienti e di strumenti di lavoro, come vanghe e
zappe metalliche, adatti a lavorare i suoli più duri
e resistenti e, infine, da miglioramenti qualitativi
dei rendimenti delle principali coltivazioni
(frumento, orzo, segale, fava e ceci).
Una dinamica altrettanto espansiva
moltiplicò gli insediamenti urbani. Accanto a quelli
di fondazione romana, risalenti a mille e più anni
prima, che furono tutti rilasciati, ne sorsero di
totalmente nuovi, che dalle campagne circostanti
attrassero un crescente numero di persone: nobili,
ecclesiastici e plebei, compreso quei servi della
gleba che, trasferendosi in città, ottenevano la
liberazione dal giogo dei signori ai quali
appartenevano.
Le antiche città tornate a risplendere e
quelle nuove di recente fondazione, per due secoli
non cessarono di crescere di mole fino all’inizio
del Trecento, quando nel mondo europeo giunse al
culmine un insediamento quasi continuo nello spazio
che toccò densità dell’ordine di 30-40 abitanti per
chilometro quadrato, eliminando ogni precedente
condizione di isolamento. Le relazioni culturali,
sociali ed economiche fra comunità confinanti ne
furono rafforzate producendo una crescita dei
commerci a breve, a media e a lunga distanza di una
estesa gamma di mercanzie.
Si calcola che, attorno al 1340, l’Europa
contasse da 92 a 97 milioni di abitanti, con un
incremento complessivo di due volte e mezzo circa
rispetto all’anno Mille, seppure con dinamiche
regionali assai differenziate. A quell’epoca la
popolazione europea aveva raggiunto un tetto
invalicabile perché le risorse agricole non erano
più aumentabili e non si era in grado di migliorare
le tecniche agronomiche. Per di più, nonostante
fossero stati costruiti numerosi canali per
facilitare i trasporti nelle pianure interne, i
trasferimenti di derrate agricole da luoghi e per
luoghi distanti dai porti di mare o dai corsi
d’acqua navigabili comportavano costi proibitivi. La
crescente densità delle popolazioni urbane fra
l’altro moltiplicò anche le occasioni di diffusione
delle malattie infettive che si fecero più intense e
distruttive.
Gli effetti cumulativi di una dinamica
demografica costantemente orientata alla crescita
avevano prodotto la moltiplicazione dei centri
urbani e, insieme, l’aumento della percentuale di
quella parte della popolazione che nelle città
viveva, lavorava e consumava, aumentando in termini
esponenziali anche il traffico commerciale.
Dall’XI secolo in avanti quindi, come in
molte regioni europee, anche in Italia – soprattutto
nelle regioni centro settentrionali – si profilò una
solida ripresa demografica sostenuta da progressivi
ampliamenti dei suoli coltivati, ottenuti con
poderoso sforzo collettivo eliminando piante d’alto
fusto, disboscando estesissimi intrichi d’arbusti,
drenando con lo scavo di fossati e di canali vasti
comprensori acquitrinosi e paludosi.
Tornate ad essere, nel XII secolo, le
naturali sedi di mercati periodici e di fiere, le
città attrassero le eccedenze dei raccolti rispetto
alle scorte per seminare e garantire
l’approvvigionamento alimentare dei contadini.
Nell’interesse degli abitanti che si occupavano di
attività altre rispetto all’agricoltura, spesso i
comuni arrivarono a costringere i nobili grandi
proprietari fondiari e produttori di grani a
trascorrere almeno sei mesi all’anno entro le mura
cittadine con le loro famiglie allargate ai servi,
fantesche e clienti per attirare in città scorte
alimentari che altrimenti non vi sarebbero giunte.
La porzione eccedentaria rispetto ai normali
fabbisogni domestici dei ricchi avrebbe preso la via
del mercato a beneficio di quanti, privi di terreni
e di scorte, acquistavano quotidianamente in piazza
i generi alimentari indispensabili alla
sopravvivenza.
Con la nascita e lo sviluppo delle
corporazioni le autorità comunali cominciarono ad
occuparsi del funzionamento del mercato dei beni di
prima necessità stabilendo luogo e tempo degli
scambi, assicurando la massima trasparenza delle
transazioni, annotando e divulgando i prezzi più
ricorrenti per le merci di largo consumo,
calmierandoli, e controllando tanto la regolarità
degli strumenti di peso e di misura, quanto la
legalità delle monete utilizzate per i pagamenti
nonché, per alcuni settori, il rispetto delle regole
di carattere igienico predisposte.
La misura in particolare rappresentava, e
rappresenta tutt’oggi, il fondamentale mezzo di
apprezzamento d’ogni genere di grandezza. Essa
permette d’attribuire un valore ad ogni oggetto che
si compra e che si vende, cioè esprime con un numero
il mondo delle cose reali. A partire da una misura è
possibile contare, comparare fra loro le cose,
enumerarle secondo una scala numerica stabile che
permette di fare confronti nel tempo e nello spazio.
Una prima osservazione banale riguarda il modello di
riferimento delle misure lineari: il corpo umano era
il ragguaglio d’obbligo per bracci, piedi, palmi e
pollici.
Chi vendeva sul mercato, in un luogo
pubblico al quale tutti potevano accedere, in una
condizione di massima trasparenza per via del
controllo sociale esercitato tacitamente dal gran
numero di venditori e di compratori che vi
convenivano, non poteva che attenersi alle regole.
Chi viceversa vendeva nel proprio granaio, lontano
dalla piazza o dal luogo deputato a mercato, fuori
da ogni controllo istituzionale e, per di più, da
una posizione di potere economico e di status
sociale superiore, nel misurare la merce poteva
facilmente avvantaggiarsi. Da parte loro, i
compratori, per lo più gente che non disponeva di
proprietà terriere e che era di bassa estrazione
economica e sociale, versando in una condizione di
soggezione politica, non potevano contrattare né i
modi, né gli strumenti di misura, sicché restavano
spesso danneggiati.
Tra le prime norme giuridiche adottate dai
comuni risaltano infatti quelle di precisare
standard pubblici dei pesi e delle misure
universalmente utilizzati nelle contrattazioni che
avvenivano entro i confini del territorio e
periodicamente controllati da magistrati comunali,
secondo principi di giustizia distributiva che
garantissero una condizione d’effettiva parità dei
contraenti.
Nelle città medioevali europee dunque la
compravendita di derrate alimentari e prodotti
agricoli era scrupolosamente regolamentata on
l’assiduo intervento di apposite magistrature
municipali la cui condotta era ispirata a principi
etici tradotti in misure politiche e amministrative
orientate a salvaguardare l’interesse dei
consumatori meno abbienti, cioè di quei cittadini
che, mancando del tutto di scorte alimentari
proprie, ogni giorno erano costretti a recarsi alla
piazza del mercato per rifornirsene, pagando i
prezzi che si formavano sulla base
dell’antagonistico rapporto di norma esistente fra
quantità offerte e quantità domandate d’ogni genere
di prodotto agroalimentari. Il mercato davvero meno
spontaneo e casuale ce si possa immaginare.
Anzitutto c’era un luogo, e uno solo, destinato a
quel genere di scambi: la piazza generalmente; e
c’era un tempo: tutti i giorni non festivi, per
durate diverse, secondo il levare e il tramonto del
sole nei dodici mesi dell’anno. L’area di mercato,
precisamente delimitata, pedonalizzata, per il tempo
in cui il mercato era aperto godeva di uno speciale
statuto tendente a favorire il confronto più
trasparente possibile fra tutti i beni messi in
vendita sui banchi,secondo una precisa disposizione
gerarchica, e tutti i partecipanti – venditori e
compratori – intenti a trattative antagonistiche.
I magistrati comunali mettevano a
disposizione pesi e misure o ne controllavano la
regolarità nel caso appartenessero ai venditori,
verificavano le caratteristiche organolettiche delle
derrate alimentari poste in vendita, esigevano la
puntuale applicazione di precauzioni igieniche, con
particolare riguardo alla macellazione degli animali
e al taglio delle carni. Sorvegliavano che le
trattative avvenissero pacificamente e solo nel
luogo espressamente deputato e controllavano persino
che le monete utilizzate non fossero tosate o
bandite. Infine, raccoglievano informazioni circa i
prezzi delle derrate di largo consumo come i
cereali, il vino, le carni bovine, suine, ovine e
caprine,, gli insaccati e il pesce in modo da
pubblicare periodicamente listini che informavano
venditori e compratori delle effettive condizioni di
scambio.
I prezzi, raccolti e divulgati per iscritto
e “gridati” agli angoli della piazza, erano le
cosiddette “mete” o “calmieri”, cioè prezzi di
riferimento per quei generi alimentari di qualità
abbastanza buona da essere ammessi alla
commercializzazione nella piazza. |