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Un particolare del
dipinto di U.Boccioni dalla serie
"Stati d'animo" in particolare "Quelli che vanno"
"[…] I corpi sono
espressioni in movimento è questo che ne
caratterizza il tratto più rilevante che ne
caratterizza la potenza sia quando essa è in
crescita che quando è in diminuzione. Ora, questi
ritmi e queste forze producono ambienti; ambienti
variegati chiamati a declinarsi costantemente e con
le pratiche di costituzione del sociale. Un corpo
che produce ambiente appare pertanto come una forza
che interagisce con situazioni date, adattandovisi e
modificandole. Un simile processo realizza un
andamento tutt'altro che lineare poiché occorre che
alle urgenze del corpo facciano riferimento tutti
quei piani di relazione, quelle pieghe e quelle
istituzioni che predispongono l'ambiente non solo
ereditato ma anche l'ambiente di riferimento e
costruzione che si realizza in un determinato
momento. Entrambe queste realtà esprimono un
orizzonte macchinico e plurale che costituisce il
presente al quale i corpi appartengono…"
da Tecnologie del
controllo, di Tiziana Villani, collana Mimesis
millepiani n. 19
Capita, durante un viaggio, di
fermarsi in un luogo sconosciuto e guardare una
cartina per trovare punti di riferimento rispetto ai
quali stabilire le nostre prime e personalissime
relazioni. Da quel momento non dimenticheremo mai
sia il nostro stato di disorientamento ed il
conseguente iniziatico momento in cui, il luogo
acquista i suoi primi relazionanti segni
esplicativi. Da qui partiamo per formare la ‘nostra’
rappresentazione mentale di quella città. Dalla
stessa cartina, possiamo cogliere visivamente i
diversi livelli di funzionalità e i diversi codici
appartenenti alle differenti forme strutturali di
comunicazione; la rete stradale quella fluviale (se
esiste), quella sotterranea, quella montagnosa o
pianeggiante. Per ogni relazione differente cogliamo
il conseguente sistema di riferimenti per cui
l’intensificarsi degli sforzi umani stà nel fatto di
rendere utilizzabili questi apparati, queste
etensioni, questi luoghi differenziati -
differiti posti in una complessa intelaiatura
funzionale. Sono protesi dinamiche del corpo
collettivo, utili per soddisfare le normali esigenze
umane d'accesso ai luoghi. Niente di più razionale e
nello stesso tempo, niente di più difficile. La
dimensione della ‘trilogia’ degli scritti di tempo
fà
L' Uomo altrove
L’Uomo Diffuso
L’Uomo urbano,
è praticamente realizzata. Ne parlammo
approfonditamente apportando altre osservazione sul
tipo di limite esistente in questa
‘diffusione’
intesa come appropriazione di spazio. Abitiamo
quindi, porzioni della città diffusa o de L’ipercittà
di André Corboz. Vivere in una città, lo abbiamo
compreso, è quindi, ‘accedere’ a sistemi
comunicativi diversi.
Entrare in essa è la
condizione necessaria per poterne vivere l’essenza,
prima che entità concettuale, è importante la sua
'primordiale' potenza relazionale. La città lancia
sul corpo fisico, aculei informativi d'intensità
inaudita, tangibili sovrapposizioni di senso, uno
zapping che non lascia respiro e intensifica la
sua potenza dirompente in quadri prospettici
deformati piuttosto invasivi. Sono questi gli
effetti percepibili, le regole inderogabili di una
legge urbana diffusa e soprattutto vitale. La
città è un oggetto relazionale, "…possiede
un'esistenza oltre la sua propria realtà e che crea
con il pubblico una relazione duale, non
semplicemente interattiva, fatta di momenti di
deviazione, di contraddizione e di destabilizzazione.",
da Architettura e nulla - Oggetti
singolari, J.Baudrillard/ J.Nouvel. La città è
rivelazione continua che si attua con
semplici azioni minimali di chiara e ravvisabile
intimità individuale, un flusso trasparente chiaro
nei suoi significati che imponderabilmente coinvolge
l’attenzione sollecita la percezione, ha il grande
potere di assemblare connettendo visioni oppure di
'scollare' divincolando funzioni che sembravano
prima sotto controllo. Ad un passo da questo
concetto, esiste una piccola grande verità; la
città è il punto di connessione tra il
'territorio' e il 'corpo', tra il desiderabile e il
posseduto. Franco Rella nell’introduzione al
testo di P.Eisenman La fine del classico, (Cluva
Editrice), parla della filosofia come cura al ‘male
del reale’, per noi essa è il riferimento per
spiegare caratteristiche fenomenologiche
architettoniche non comprensibili in altro modo.
Ritengo perciò la città, il pharmakon,
dell’uomo, nell’accezione greca, inteso come veleno
e nello stesso tempo, rimedio, alla sua esistenza. I
‘contatti’, percepiti nel tessuto urbano, diventano
rivelazioni; i percorsi, i luoghi che essa riserva e
compone, sono riserve di conoscenza sempre attive ed
utilizzabili, l'alternanza perpetua tra il corpo e
il territorio è qui, che ha ragione di esistere.
Certo il primo è poco controllabile perché soggetto
a sconvolgimenti repentini a livello emozionale, a
passioni incontrollate a scontri ‘salutari’
(aggiungo io), di schoc continui come sono
stati definiti da W.Benjamin; è la stessa città, che
avvolge destrutturando sistemi di valutazione
individuali. Tramuta la percezione in evento
appartenente però al singolo corpo, da qui nascono
percorsi nuovi capaci, nella loro dinamicità, di
trasformare le sensazioni in scelte. La conoscenza,
è chiaro, privilegia i percorsi a rischio secondo
ordini naturali (vedere a proposito
R.Arnheim, Entropia
e Arte – Saggio sul disordine e l’ordine,
Einaudi 89 oppure E.Gombrich, J.Hochberg, M.Blanck,
Arte percezione e realtà, Einaudi 97).
Quale meraviglioso artefatto, allora può essere la
città dell’uomo! Quante intelligenze usiamo
nell’attraversare una città? Innumerevoli, come gli
sguardi che ci vogliono per esplorare l’azione che
realizziamo. Tante saranno le intelligenze che
estrapoleranno piccoli episodi da una complessa
realtà e per ognuno di essi faranno implodere
l’esperienza vissuta per coordinarli in una continua
e definita visione di spazio, inserito nel tempo.
Questo scritto fin
qui potrebbe presentare delle emergenze, ma per lo
più sono elementi ben conosciuti, già evidenziati e
discussi. Adesso, però, come è successo per ogni mio
scritto, affrontiamo una situazione ‘limite’,
stabiliamo dunque un ambito; la città,
riconosciamole l’enorme mole di relazioni che è
capace di creare e osserviamola da un altro punto di
vista. Come ho sempre ripetuto, la questione
complessa è quella di porre la giusta domanda per
tarre quante più informazioni possibili utili “…
dell’indomabile bestia”, come diceva Le Corbusier
parlando della città.
  
L'individuo,
evolutosi in un tecnomade, sintesi e
confluenza di spostamento fisico-percettivo
supportato da un apparato estensivo tecnologico,
attraversa la città, oppure è attraversato da essa?
Uniamo a questa domanda la
riflessione espressa nello scritto
Sublimi
transitorietà;
e componiamo l'altra domanda, diretta conseguenza
della prima;
i percorsi, i
flussi, le vie di comunicazione al momento della
loro progettazione ed al loro conseguente
inserimento come vuoti nello spazio urbano,
comprendono quei parametri che riguardano l’uso
quotidiano di queste componenti?
Se queste sono le
premesse allora teoricamente possiamo affermare che
l’imponderabile carattere distruttivo del
quotidiano, sottile riflessione benjaminiana,
pretende una sua concreta considerazione ai fini di
capire la duttilità dello spazio
architettonico. Un esempio che ho sempre tenuto
presente, quando si trattava di analizzare quest’uso
dello spazio, è l’esempio chiarificatore che
spiegava a lezione di Storia Contemporanea nella
facoltà di architettura di Firenze, il prof.
Giovanni Klaus Koenig, parlando dello scalmo del
remo di un’imbarcazione, in quel caso era una
gondola. Bene, nessun progettista poteva prevedere
la conformazione della parte che, per attrito
rimaneva ‘tracciata’ da segni unici e originali, da
graffi che si definivano come alterazioni
conseguenti a sottrazione di materia da un corpo
organizzato, praticamente da eventi eccezionali ma
previsti nell’uso che se ne faceva. Il remo e la
forma della sua adattata conformazione, rifletteva
quindi, solo l’uso che ne faceva quel gondoliere con
quei movimenti con quel ritmo con quella forza
impressa “nel tempo”. Trasliamo il concetto e
facciamolo aderire, ora al nostro discorso sulla
città. La città paradossalmete vive un continua
mutazione, un misto tra ‘consumo’ e ‘rinnovo’,
quindi procede ad un' autorigenerazione organica.
Essa, attraversa i corpi, creando quegli eventi che
la percezione coglie, ma dei quali prendiamo lo
stretto necessario alle condizioni di vita che
conduciamo ed eliminiamo tristemente le altre
possibilità conoscitive. Della città conosciamo le
sue molteplici rappresentazioni che occupano i primi
posti nella ricerca urbana; si tratta però, sempre
di analisi di piccoli settori urbani e le ricerche,
pur se innovative, rimangono contestualizzate per
quel settore e per quel tempo della parte presa in
esame. Cerco di spiegare meglio ciò che in effetti
ha una sua complessità di descrizione. E’ come se,
in un grande puzzle, facessimo scivolare tra
le giunzioni, tra le fessure o fughe create, delle
piccole parti che lo compongono, un flusso di
liquido ‘abrasivo’, tanto che molti degli stessi
pezzi, dell’intera, e già frammentata composizione,
cambierebbero la loro conformazione nel tempo e in
certe zone si azzererebbero addirittura i pezzi,
destituendoli della loro forma compositiva e
alterando il senso generale del quadro finale. Ecco
come và intesa una città ‘mutante’. Essa è un
organismo vivente del quale ogni tassello compositvo
ha strette relazioni con tutta la struttura.
 
Inconsapevoli dell’esaltante materia di
sperimentazione che abbiamo fra le mani (nella
mente), rimaniamo mervigliati purtroppo dalle
molteplici spettacolarizzazioni di visioni virtuali.
Ma attenzione, perché virtuale potrebbe essere anche
l’emozione dell'attimo che esse provocano facendoci
immergere in quell'aura informatica di cui già
abbiamo parlato. Rimangono piccoli quadri,
composizioni architettoniche ‘singole’ e staccate
comunque da un tessuto urbano. Diverso è il momento
della loro realizzazione quando sono pronte ad
essere inserite e consumate, sollecitate da quelle
meravigliose dinamiche che solo la città riesce ad
produrre, una verifica strutturale un ‘collaudo’ che
nella maggior parte dei casi viene soddisfatto
apportando dovute modifiche alla nuova struttura
in quanto, solo il passare del tempo può permetterne
il controllo. E’ una massa informe, una strabiliante
performance mediale moltiplicata per quanti
sono i pixel che la formano. E’ solo una
rappresentazione. L’architettura infatti si
legge nello spazio, nell’uso e nel tempo;
unica e sola verifica. Sembra che l’uomo tenti di
porre limite alla sua incompiutezza affidando a
verosomilglianze ‘di mondo’ i suoi desideri
aspettative e speranze architettoniche, compiendo
con soddisfazione atti di controllo palesemente
illusorio. Nessuno schermo fin adesso ha reso
soluzioni che una volta realizzate nello spazio,
siano rimaste soddisfacenti come l’asetticità di un
renderig plastificato di ultima generazione,
aveva previsto. Compaiono accanto alle architetture
delle piccole sagome umane differentemente trattate,
questi tecnomadi recuperano la scala di
proporzioni dell’architettura presentata ma
aggiungono una notevole informazione forse più
importante della composizione architettonica stessa.
Sono sagome evanescnti, quasi parvenze disseminate
tra gli edifici o dentro gli ambienti. Trasparenti
immagini di riflessi umani. Mosse da vibrazione
sembrano quasi coinvolte da intime velocità, forse
nel momento di una percezione. Sono tecnomadi
in procinto di spostarsi nell’altrove. L'uomo è il
primo interprete della città e quindi
dell’architettura, il suo profilo che un tempo era
nitido e ben definito, ora, vive una condizione
fondamentale per il nostro tempo, ha compreso
l’importanza dello spazio, da esso infatti, si
lascia attraversare e con esso, da tutta la
città. Una condizione di mutazione in corso, una
genetica lenta irreversibile ininterrotta
trasformazione che la nostra percezione
dell'esistere, sta attuando.
Il tecnomade è l’ultimo stadio della muazione,
esso è però, anche connessione quindi, confluenza di
spazio architettonico. Le estensioni tecnologiche
che il presunto o illusorio controllo del
quotidiano, gli ha dato per meglio relazionarsi al
luogo, contribuisce a svelare il suo stato di figura
attraversata e attraversante.
Corpi che con il loro movimento secondo percorsi e
flussi sempre più de-territorializzati (vedere
l’articolo di Massimo Cacciari, Nomadi in
prigione) consumano materia. Lo spostamento 'abrasivo',
consuma la città smussando brani di costruito,
cesellando nuove forme compositive che nessuno aveva
previsto e descritto fin adesso. E' l'uso della
città che ne fa il tecnomade a suggerire le
nuove vie di fuga, (vedere fughe metropolitane
articolo on – line, dell’arch. Paola D’Arpino) di
trasformazioni inattese ed impreviste, a permettere
quella mutazione del corpo sia cittadino e sia
organico dell'individuo attraversante (vedi
Simulazione
d'assenza).
Nell'istante dell'urto fisico-visivo, deforma e
sbozza quei profili umani trasformandosi in
individuabili ambiti senza margini, irriducibili
percezioni di tecnomadi immersi in un urbano
tutto ancora da conquistare. Percepiamo allora
l’essenza decostruttiva come una delle molteplici e
fondamentali possibilità di forme di
comunicazione-traduzione del reale (teoria di J.
Derrida).
Quanti pezzi di città sono rimasti nella nostra
mente, arrivati da un lungo viaggio?
Quanti ambiti spaziali la nostra percezione ha
raccolto, quanti profili umani e architettonici
abbiamo prelevato da quegli spazi vissuti?
Quante visioni diverse abbiamo
composto osservando il paesaggio durante il viaggio?
Lo spostamento fisico e percettivo, rende i corpi
sensibilissimi (La
soglia in dissolvenza
) favorendone la scomparsa dei margini, e la città,
intanto non ha fatto altro che attraversarci
lasciadoci esperienze residuali da reinvestire nel
prossimo spostamento guidati, ora da una nuova
fascinosa velocità. Quanti dipinti ed opere del
grande genio U. Boccioni dovrei raccontare per
confermare il profetico studio formale di verità
architettoniche contemporanee che fondono il corpo
umano e la città generando l’individuo tecnomade?
Le sue intuizioni
scultoree certo precorrevano incidenti metropolitani
raccontati da J.G.Ballard, le sue contaminazioni
materiche preparavano ad una connessione
estensiva trattata da Mac Luhan. Io credo, che
dal Frankenstein di Mary Shelley, al Nexus – 6 (androide
di Blade Runner), l’idea di uomo urbano, stia
mutando nella sua essenza, modificando il concetto
stesso di corpo, non più somma di più parti diverse,
ma una sottrazione del corporeo per una maggiore
confluenza delle percezioni. Il timore è la perdità
dell’identità però il discorso è affascinantemente
paradossale! Più la tecnologia estende le nostre
funzioni corporee per territorializzarle, quindi ci
avvicina a controllare l’ambiente e più la nostra
mente evade partecipando a mondi altri, in un tempo
‘denso’ di percezioni distanti, alternative
poste in velocità.
"La
forma dinamica, per la sua essenza mutevole ed
evolutiva, è una specie di alone invisibile tra
l'oggetto e l'azione, tra il moto relativo e il moto
assoluto, tra il visibile e l'invisibile, tra
l'oggetto e il suo proprio indivisibile ambiente. E'
una specie di sintesi analogica che vive ai confini
tra l'oggetto reale e la sua potenza plastica ideale
e solamente afferrabile a colpi di intuizione."
Da
Pittura e scultura futuriste di Umberto
Boccioni, Vallecchi editore.
"…l'uomo
occidentale vede tutto il mondo rifluire entro di
sé, direttamente e letteralmente dentro il suo
corpo.
Dopo l'esplosione
dell'uomo nel mondo, l'implosione del mondo
nell'uomo".
tratta da, Il
corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo
disseminato nelle reti, Padova, Muzzio 96. |