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Al 1071 della Fifth
Avenue, a New York, la struttura del Guggenheim di
Frank L. Wright ha determinato un salto di qualità
per la storia dell'architettura e per questo anche
della percezione di una città, anzi di una
'promenade' urbana che dovremmo sforzarci di
comprendere. Parlo di percezione perchè la conosco
più della politica. Bene, la 'passeggiata'
newyorkese, essendo, in effetti un esterno, reso
interno da una genialità ancora insuperata, è stato
illuminato da infinite soluzioni espositive sia
architettoniche sia artistiche, ma nessuna di esse
pur esaltandolo, ha funzionato come continuazione di
quello spazio architettonico 'originario'; tutte
hanno contribuito, però a leggerlo nella sua
dirompente qualità costruttiva profetica e
soprattutto ancora vitale! Ora, trasliamo, non il
contesto ma il concetto, nel centro storico di
Firenze che, in effetti, si presenta come una
galleria d'arte (interna) appartenente ad un esterno
'cittadino'; la verifica è semplice: trasformiamo
questa architettura leggera e lineare di Isozaki in
una (termine in uso in questo periodo)
'INSTALLAZIONE' architettonica, quindi osserviamola,
fotografiamola, cataloghiamola, illuminiamola
creiamole intorno un ambito espressivo adeguato,
però appena passato un certo periodo di tempo
togliamola e lo spazio sarà adibito ad un'altro
progetto 'sensibile' ma non duraturo. Ecco come si
rende vitale tutto un centro storico, con quelle che
io ho chiamato le 'Architetture sottili'.
EVENTI continui,
‘evenemenziali’ che apportano espressività
alternative a luoghi storicizzati, ne guadagnerebbe
lo spazio architettonico, che continuerebbe così ad
insegnare quell’ attività relazionale tanto
trascurata nei nostri centri urbani. Intanto
l'edificio intero degli Uffizi rimarrebbe con il suo
aspetto imponente e la sua forza originaria, come
segno immanente di un’epoca straordinaria. Sappiamo
come, non è certo in questi casi, che l’architettura
contemporanea, deve mostrare la sua carica durevole
e necessaria! Che la struttura, pure se valida ed
adeguata al luogo, venga vista come 'superfetazioni'
costruttiva o 'qualità aggiunta' dal tempo (come
suppongo verrebbe giudicata dalle diverse parti),
questo è una componente fisiologica di un contesto,
come quello fiorentino, culturalmente preparato
(adesso) alle evoluzioni del tempo; e se proprio
siamo costretti a parlare o a trattare la
contemporaneità, allora a maggior ragione non vedo
perché la struttura di Isozaki dovrebbe essere
fissa.
Non è forse una
prerogativa della contemporaneità il carattere
dell'effimero, del mutevole del sostituibile, del
transitorio ?
Sono appunto, le
'sublimi transitorietà' dell'architettura che
dovremmo comprendere, perché i flussi d’individui,
delle idee, delle merci, degli spostamenti mediali
che agevolano delle nuove regole relazionali
dell’urbano vivere. Esse sono capaci di ‘consumare’,
(io preferisco) ‘scolpire’ il tessuto cittadino
suggerendone nel tempo la giusta direttiva
compositiva, magari inattesa o non progettata.
Un insegnamento ci è
arrivato ultimamente dalle decisioni prese in campo
di demolizione nel tessuto fiorentino nelle
vicinanze della stazione del genio Michelucci.
Pensilina di Toraldo
di Francia DOCET !
http://www.architettiroma.it/archweb/index.asp
http://www.costruzioni.net/transitorieta.htm
http://www.costruzioni.net/ibridazioni2.htm |