(1)
«L’imbasamento
geologico
della
regione,
costituto da
una potente
serie
scistoso-cristallina,
cui si
accompagnano
rocce
magmatiche,
sia
intrusive
che
effusive,
offre ottimi
graniti,
come quelli
bianco-neri
e rosei
(questi
ultimi anche
con varietà
a grossa
grana) della
zona
dell’antica
Syene
(attuale
Assuan),
porfidi e
porfiroidi,
talora di
magnifico
effetto
decorativo,
come il
cosiddetto
porfido
rosso antico
dell’Alto
Egitto (Gebel
Dukhan), e
persino
rocce
clastiche,
largamente
impiegate in
antichità,
come la
breccia
verde della
valle del
Qessir, pure
nell’Alto
Egitto. Le
coltri
sedimentarie
mesozoiche
(Cretaceo) e
paleogeniche,
eminentemente
calcaree,
offrono
materiali -
talvolta
anche
arenacei -
di più
modesto
pregio, ma
di più
facile
escavazione
e
lavorazione,
e perciò di
assai largo
impiego,
anche nelle
lavorazioni
monumentali.
Tra questi
materiali,
ricordiamo
anzitutto i
calcari a
grandi
mummuliti
dei
cosiddetti
‘strati di
Mokattam’
dell’Eocene.
L’impiego
più
importante
di questi
calcari fu,
indubbiamente,
quello per
la
costruzione
della massa
principale
delle
piramide del
gruppo di
Gizah (Kheops,
Khephren e
Mykerinos).»
Attilio
Moretti,
“Muraria,
Arte” p.276,
in
Enciclopedia
dell’Arte
Antica
Classica ed
Orientale,
Roma,
Poligrafico
dello Stato,
1963, pp.
267-284.
(2)
Le sepolture
regali (mastabe)
dei primi
sovrani
rappresentano
-
contrariamente
ai templi -
una
tipologia
ricorrente,
“permanente”,
di
costruzione
per tutto il
periodo
protodinastico.
La loro
genesi è da
collegarsi
al rito di
monumentalizzazione
del tumulo
di terra (o
di sabbia)
che resta
dopo lo
scavo della
tomba
stessa.
«Come
sappiamo -
usando le
parole di
Kazimierz
Michalowski
- la terra
che ricopre
una tomba
prenderà
sempre, per
ragioni
puramente
statiche, la
forma di un
tumulo dalle
pendici
oblique. La
mastaba,
come tomba
di notabili,
era composta
da tre parti
principali:
la camera
funeraria
sotterranea,
il pozzo che
la collegava
verticalmente
alla
superficie e
una
costruzione
a forma
rettangolare,
in mattoni
crudi o
pietra, a
sezione
trapezoidale,
che agli
arabi
ricordava un
banco, in
arabo
mastaba, da
cui il
nome.»
Kazimierz
Michalowski,
“L’orizzonte
di Ra” p.
146, in
L’Arte
dell’Antico
Egitto,
Milano,
Garzanti,
1990 (ed.
or.,
L’Art de
l’Ancienne
Egypte,
1968), pp.
605.
(3)
La figura di
Imhotep è
entrata nel
mito
ricevendo,
addirittura,
onori divini
nel Nuovo
Regno (a
File si
conserva un
tempietto
costruito in
suo onore
elevato da
Tolomeo
Filadelfo)
sia pur per
attributi
non
specificatamente
connessi
all’attività
artistica o
scientifica;
visir di re
Zoser, primo
architetto
di cui si
sia
tramandato
il nome ed
una lunga
fama postuma
associati ad
un edificio
monumentale.
Lo storico
greco-egizio
Manetone
(vissuto nel
III sec. a.
C.,
codificatore
della prima
cronologia
dei regni
dinastici
egiziani)
indica
esplicitamente
Imhotep
quale
inventore
dell’arte di
costruire
con la
pietra da
taglio.
Sullo
zoccolo
basamentale
della statua
del sovrano
collocata
nel recinto
funerario si
leggono
incisi il
nome e i
titoli di
Imhotep,
figura
inequivocabilmente
dominante:
“Portasigilli
del Re del
Basso
Egitto,
primo agli
ordini del
Re,
amministratore
della grande
dimora,
principe,
Capo dei
veggenti.”
La
considerazione
guadagnata
in vita con
la
costruzione
della
piramide a
gradoni e la
posizione
raggiunta -
primo
sacerdote di
Ra ad
Eliopoli
(ovvero la
più alta
carica
religiosa
dopo il
faraone) -
nel regno di
Zoser
confermano
il
riconoscimento
tributato,
come a
pochi,
all’interno
del mito
faraonico,
indirizzato,
per secoli,
ad assorbire
ogni talento
individuale
nell’attività
collettiva
di corte,
regolamentata
da decreti
reali, . Si
preferiva
lodare i
meritevoli
quali ottimi
funzionari
piuttosto
che
riconoscere
loro le
qualità di
geniali
artisti o di
grandi
architetti.
«L’abilità
del grande
architetto
era intesa
come
un’esecuzione
splendida di
un ordine
regale,
sullo stesso
livello
dell’organizzazione
di una
numerosa e
difficile
spedizione
alle cave di
pietra, o di
un’opera di
pulizia di
canali
navigabili...»
Barry J.
Kemp “Il
ruolo
dell’iniziativa
individuale”
p. 107 in
Antico
Egitto.
Analisi di
una civiltà,
Milano,
Electa, 2000
(ed. or.
Ancient
Egypt.
Anatomy of a
Civilation,
1989), pp.
331.
(4)
«L’originalità
più profonda
dell’architettura
come tale
risiede
forse nella
massa
interna.
Dando una
forma
definita a
questo
spazio cavo,
essa crea
veramente il
suo proprio
universo.
Senza dubbio
i volumi
esterni e i
loro profili
inseriscono
un elemento
nuovo e del
tutto umano
nell’orizzonte
delle forme
naturali,
alle quali
anche il
loro
conformarsi,
o il loro
accordo
meglio
calcolati,
aggiungono
sempre
qualcosa
d’imprevisto.
Ma, a ben
riflettere,
la cosa più
meravigliosa
è l’avere in
qualche modo
concepito e
creato un
inverso
dello
spazio.
L’uomo
cammina ed
agisce
all’esterno
di tutte le
cose: egli è
perpetuamente
al di fuori
e, per
penetrare
oltre le
superfici,
bisogna che
le spezzi.
Il
privilegio
unico
dell’architettura
tra tutte le
arti,
ch’essa
costruisca
dimore,
chiese o
navigli, non
è d’assumere
un vuoto
comodo e di
circondarlo
di garanzie,
ma di
costruire un
mondo
interno che
si misura lo
spazio e la
luce secondo
le leggi
d’una
geometria,
d’una
meccanica e
d’un’ottica
che di
necessità
rimangono
incluse
nell’ordine
naturale, ma
su cui la
natura non
ha presa.»
Henri
Focillon,
“Le forme
nello
spazio” p.
35, in
Vita delle
forme,
Torino,
Einaudi,
1990 (ed.
or. Vie
des Formes,
1943), pp.
134.
(5)
Il
rinvenimento,
negli spazi
di accesso
alla
piramide, di
elementi di
rivestimento
in calcare
accuratamente
sagomati con
tagli
obliqui, ha
portato
alcuni
studiosi ad
avanzare
l’ipotesi
che la
piramide a
gradoni
rappresentasse
solo il
primo nucleo
di una
costruzione
(ottenuta
con blocchi
grossolanamente
lavorati)
destinata a
ricevere in
un secondo
tempo -
secondo il
modello
delle
piramidi
classiche -
un
rivestimento
in materiale
più duro. La
massa litica
sovrasta e
protegge una
serie di
corridoi a
distribuzione
di camere
sotterranee
che
individuano,
nell’insieme,
l’appartamento
funerario di
re Zoser. Il
suolo viene
scavato fino
ad una
profondità
di 28 m per
l’allestimento
delle
stanze; la
cripta che
custodisce
il sarcofago
reale viene
rivestita di
blocchi
enormi di
granito di
Assuan
(monoliti
alti circa 4
m,
trasportati
sulle acque
del Nilo per
circa 1000
km). Ornano
e “danno
luce” a
questo regno
delle
tenebre una
serie di
pannelli
maiolicati
in toni
saturi di
blu posti ad
evocare il
cielo; in
posizione
laterale si
può ammirare
la
raffigurazione
incisa di
Zoser che
presiede
alla
cerimonia
della festa
Sed,
con lo
stesso passo
sostenuto
(indicante
la corsa)
che
contraddistingue
la
simbologia
connessa al
grande
cortile che
fronteggia
la piramide
a gradoni.
Per una
esauriente
esame del
complesso
funerario di
re Zoser si
vedano i
dettagliati
lavori di
Jean-Philippe
Lauer: La
Piramide à
degrés,
Cairo, 1936
(-1933);
Histoire
monumentale
des
pyramides d’Egypte,
Cairo, 1962;
“Les
monuments
des trois
premières
dynasties,
mastabas et
pyramides à
degrés” pp.
34-51 in
AA.VV.,
L’art
égyptien au
temps des
pyramides,
Paris-New
York,
Réunion des
Musées
Nationaux,
1999, pp.
415.
Architetto
ed
archeologo,
Lauer -
morto nel
2001 all’età
di 99 anni -
ha lavorato
con
continuità a
Saqqara per
oltre
settant’anni
(più del
doppio del
tempo
impiegato
per la
costruzione
del
monumentale
complesso).
Si deve a
lui la
scoperta
(1926),
l’attento
studio e il
restauro
della
piramide a
gradoni,
strappata al
deserto che
la lasciava
appena
affiorare
all’interno
di un
immenso mare
di sabbia.
(6)
Zygmunt
Bauman, “C’è
vita dopo
l’immortalità?”
p. 299 in
La società
individualizzata,
Bologna, Il
Mulino, 2002
(ed. or.
The
Individualized
Society,
2001), pp.
318.
(7)
«Sono tutti
d’accordo -
afferma
Diodoro
Siculo nel I
sec. a. C.,
intrattenendosi
sulle
“meraviglie”
architettoniche
dell’Antico
Regno - nel
dire che
questi
monumenti
sono
superiori a
tutti gli
altri
innalzati in
Egitto, non
solo per la
mole delle
costruzioni
e per le
spese
impiegate,
ma anche per
l’abilità
tecnica
rivelata dai
loro
costruttori.
E aggiungono
che si
devono
ammirare più
gli
architetti
delle opere
che i
sovrani che
le hanno
commissionate
e
finanziate:
infatti per
realizzare i
loro
progetti i
primi hanno
fatto
ricorso al
proprio
ingegno e al
proprio
desiderio di
gloria,
mentre i
secondi non
hanno fatto
altro che
ricorrere
alle
ricchezze
avute in
eredità e
alle
molestie
inferte agli
altri.»
Biblioteca
storica I
63. Il brano
è riportato
a p. 169 del
volume di
Peter A.
Clayton e
Martin J.
Price, Le
Sette
Meraviglie
del Mondo,
Milano,
Einaudi,
2003 (ed.
or. The
Seven
Wonders of
the Ancient
World),
pp. 210.
(8)
Ci preme
sottolineare
come la
“misura”
dimensionale
della
piramide di
Saqqara,
intesa quale
grandiosa
mole,
conseguita
da Imhotep,
rappresenti
solo una -
sia pur
molto
peculiare -
delle
connotazioni
specifiche
della
materia
litica, la
cui
potenzialità
(insieme
alla
durevolezza)
è, per
prima,
recepita e
“messa in
valore”
nella fase
iniziale
della storia
dell’architettura
di pietra.
Col tempo si
aggiungeranno
al vigore
delle
dimensioni
dei “giganti
di pietra”
dell’Egitto,
le
raffinatezze
plastiche di
piccole
dimensioni
tradotte dai
Greci grazie
all’uso dei
calcari, e
del marmo
bianco, e
più tardi in
età augustea,
la
“seduzione”
dei marmi
policromi e
rilucenti
della
tradizione
di Roma.
Alla base di
ogni
aggiornamento,
di ogni
evoluzione
applicativa
della
varietas
delle pietre
rimane,
comunque, la
stessa
strategia:
colpire i
sensi.
(9)
«Avvicinarsi
a questa
tradizione
costruttiva
a base
lignea è
possibile
solo per via
indiretta,
attraverso
antichissime
immagini
(molto avare
di
dettagli),
oppure
mediante i
reperti di
tabernacoli-tende
dell’Antico
Regno
(utilizzati
per i viaggi
dei
funzionari
di corte,
per i
funerali sul
Nilo o per
le
celebrazioni
solenni)
venuti alla
luce in
alcune
tombe. “I
due più
celebri -
come avverte
Barry J.
Kemp - sono
le cabine
delle barche
funerarie di
Khufu (Cheope)
a Giza e la
tenda della
regina
Hetepheres,
madre di
Khufu,
rinvenuta
nella tomba
di costei,
sempre a
Giza. Le
varie fonti
concordano
sulla loro
struttura:
sottili
supporti
lignei,
spesso
terminanti
superiormente
in un
germoglio di
papiro;
intelaiature
anch’esse
lignee,
sottili e
piatte, per
la
copertura, a
volte
leggermente
incurvate in
modo
regolare, o
anche
asimmetrico.
Nella parete
frontale
queste tende
di carattere
ufficiale
potevano
essere
aperte
completamente,
oppure in
parte, con
lo schermo
che ne
celava la
zona
inferiore.
Il termine
antico per
definire
queste
costruzioni
era seh e
uno dei
geroglifici
usati per
scriverlo
era il
disegno
semplificato
della
costruzione
stessa.”
Barry J.
Kemp, “Le
tipologie
ideali in
architettura”
p. 94 in
Antico
Egitto.
Analisi di
una civiltà,
Milano,
Electa, 2000
(ed. or.
Ancient
Egypt.
Anatomy of a
Civilation,
1989), pp.
331.
(10)
A distanza
di circa
duemila anni
si
riassisterà
in Grecia ad
un fenomeno
simile,
legato al
processo di
litizzazione
dell’architettura
sacra
dell’età
geometrica,
quando i
muri di
argilla
delle celle
diventeranno
scrigni
litici
stereotomici,
i pali
lignei del
porticato si
trasformeranno
in peristasi
di pietra.
Le
problematiche,
per molti
aspetti,
sono già
annunciate,
anticipate a
Saqqara;ma
tale
coincidenza
non ci
meraviglia
più di
tanto,
consci del
fatto che
l’uomo
ricomincia,
spesso, la
stessa
storia, sia
pure in
condizioni e
modi sempre
diversi.
(11)
Eugenio
Battisti,
“Prima, il
monumento”
pp. 85-91 in
Angelo
Ambrosi,
Enrico
Degano Carlo
Zaccaria (a
cura di),
Architettura
in pietra a
secco,
Fasano,
Schena
Editore,
1990, pp.
578; si
veda, per
l’analisi
delle
tecniche
costruttive,
il volume di
Kazimierz
Michalowski,
L’Arte
dell’Antico
Egitto,
Milano,
Garzanti,
1990 (ed.
or. L’Art
de
l’Ancienne
Egypte,
1968), pp.
605.
(12)
Plinio, nel
libro XXXVI
della Storia
Naturale,
riporta una
lista di
dodici
autori
antichi che
si sono
intrattenuti
a descrivere
con
ammirazione
le piramidi
di Giza.
Erodoto,
Diodoro di
Sicilia,
Strabone -
fra questi -
ne
rappresentano
le figure
più note ma
anche le più
profonde per
le
osservazioni
svolte.
Filone di
Bisanzio, in
età più
tarda, verso
la fine
dell’impero
romano, così
sintetizza
lo
spettacolo
delle
piramidi di
Giza: «La
costruzione
delle
piramidi di
Menfi è
quasi
impossibile,
e la loro
descrizione
incredibile.
Sono infatti
montagne
sovrapposte
a montagne,
ed è
inconcepibile
con la mente
come si
poterono
alzare massi
cubici di
tali
dimensioni,
senza che
nessuno
riesca a
capire
nemmeno con
quale mai
forza si
poterono
smuovere
simili pesi.
La base
quadrangolare
di sostegno
è formata di
pietre
affondate
nel terreno
della stessa
dimensione
di quelle
sovrastanti,
e il tutto
si ritira
lievemente,
in modo da
formare la
figura di
una piramide
o di una
squadra.
L’altezza è
di trenta
cubiti, il
perimetro di
sei stadi.
L’intera
opera è così
compatta e
levigata, da
sembrare, il
tutto,
un’unica e
nativa
struttura di
sasso.
Invece vi
sono
congiunti
diversi
generi di
pietre
colorate.
Ora la
pietra è
bianca e
marmorea,
ora etiopica
e nera, e
ancora la
cosiddetta
ematite, la
variopinta
verde e
diafana
portata fin
lì, dicono,
dall’Arabia;
altre pietre
ancora sono
di un viola
vitreo, o
simile alla
cotogna,
ovvero di
porpora, non
diversa da
quella che
si estrae
dai
crostacei
marini.»
Filone di
Bisanzio, I
Sette grandi
spettacoli
del Mondo,
p. 161 in
Peter A.
Clayton e
Martin J.
Price, Le
Sette
Meraviglie
del Mondo,
Torino,
Einaudi,
2003 (ed.
or. The
Seven
Wonders of
the Ancient
Word,
1988), pp.
210.
(13)
Le cave,
coltivate
dagli
egiziani sin
dalla I
dinastia,
saranno
mantenute in
attività e
potenziate
dai romani
che ne
estrarranno
grandi
quantità di
granito
trasferendole,
via mare,
sia nella
capitale che
in tutte le
importanti
città
dell’impero.
Le regioni
prossime ad
Assuan
forniranno a
Roma anche
altri
graniti
(granito
bigio,
granito nero
ecc.) che
verranno,
comunque,
sempre
finalizzati
ad usi di
tipo
“arredativo”
od
“allestitivo”
(statue,
vasche,
pavimentazioni
ecc.).
(14)
Raniero
Gnoli,
“Graniti,
dioriti,
serpentine”
p. 145, in
Marmora
Romana,
Roma,
Edizioni
dell’Elefante,
1988 (I ed.
1971), pp.
289.
(15)
Giorgio
Ortolani,
“Lavorazioni
di pietre e
marmi nel
mondo
antico”, p.
22 in
Gabriele
Borghini (a
cura di),
Marmi
antichi,
Roma,
Edizioni De
Luca, 1997,
pp. 341.
Blog:
architetturadipietra.it