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NOTE all'articolo

L'ARCHITETTURA DI PIETRA. GLI INIZI.

  Alfonso Acocella

Data di pubblicazione: 17/01/2006

 

(1) «L’imbasamento geologico della regione, costituto da una potente serie scistoso-cristallina, cui si accompagnano rocce magmatiche, sia intrusive che effusive, offre ottimi graniti, come quelli bianco-neri e rosei (questi ultimi anche con varietà a grossa grana) della zona dell’antica Syene (attuale Assuan), porfidi e porfiroidi, talora di magnifico effetto decorativo, come il cosiddetto porfido rosso antico dell’Alto Egitto (Gebel Dukhan), e persino rocce clastiche, largamente impiegate in antichità, come la breccia verde della valle del Qessir, pure nell’Alto Egitto. Le coltri sedimentarie mesozoiche (Cretaceo) e paleogeniche, eminentemente calcaree, offrono materiali - talvolta anche arenacei - di più modesto pregio, ma di più facile escavazione e lavorazione, e perciò di assai largo impiego, anche nelle lavorazioni monumentali. Tra questi materiali, ricordiamo anzitutto i calcari a grandi mummuliti dei cosiddetti ‘strati di Mokattam’ dell’Eocene. L’impiego più importante di questi calcari fu, indubbiamente, quello per la costruzione della massa principale delle piramide del gruppo di Gizah (Kheops, Khephren e Mykerinos).» Attilio Moretti, “Muraria, Arte” p.276, in Enciclopedia dell’Arte Antica Classica ed Orientale, Roma, Poligrafico dello Stato, 1963, pp. 267-284.

(2) Le sepolture regali (mastabe) dei primi sovrani rappresentano - contrariamente ai templi - una tipologia ricorrente, “permanente”, di costruzione per tutto il periodo protodinastico. La loro genesi è da collegarsi al rito di monumentalizzazione del tumulo di terra (o di sabbia) che resta dopo lo scavo della tomba stessa. «Come sappiamo - usando le parole di Kazimierz Michalowski - la terra che ricopre una tomba prenderà sempre, per ragioni puramente statiche, la forma di un tumulo dalle pendici oblique. La mastaba, come tomba di notabili, era composta da tre parti principali: la camera funeraria sotterranea, il pozzo che la collegava verticalmente alla superficie e una costruzione a forma rettangolare, in mattoni crudi o pietra, a sezione trapezoidale, che agli arabi ricordava un banco, in arabo mastaba, da cui il nome.» Kazimierz Michalowski, “L’orizzonte di Ra” p. 146, in L’Arte dell’Antico Egitto, Milano, Garzanti, 1990 (ed. or., L’Art de l’Ancienne Egypte, 1968), pp. 605.

(3) La figura di Imhotep è entrata nel mito ricevendo, addirittura, onori divini nel Nuovo Regno (a File si conserva un tempietto costruito in suo onore elevato da Tolomeo Filadelfo) sia pur per attributi non specificatamente connessi all’attività artistica o scientifica; visir di re Zoser, primo architetto di cui si sia tramandato il nome ed una lunga fama postuma associati ad un edificio monumentale. Lo storico greco-egizio Manetone (vissuto nel III sec. a. C., codificatore della prima cronologia dei regni dinastici egiziani) indica esplicitamente Imhotep quale inventore dell’arte di costruire con la pietra da taglio. Sullo zoccolo basamentale della statua del sovrano collocata nel recinto funerario si leggono incisi il nome e i titoli di Imhotep, figura inequivocabilmente dominante: “Portasigilli del Re del Basso Egitto, primo agli ordini del Re, amministratore della grande dimora, principe, Capo dei veggenti.”
La considerazione guadagnata in vita con la costruzione della piramide a gradoni e la posizione raggiunta - primo sacerdote di Ra ad Eliopoli (ovvero la più alta carica religiosa dopo il faraone) - nel regno di Zoser confermano il riconoscimento tributato, come a pochi, all’interno del mito faraonico, indirizzato, per secoli, ad assorbire ogni talento individuale nell’attività collettiva di corte, regolamentata da decreti reali, . Si preferiva lodare i meritevoli quali ottimi funzionari piuttosto che riconoscere loro le qualità di geniali artisti o di grandi architetti. «L’abilità del grande architetto era intesa come un’esecuzione splendida di un ordine regale, sullo stesso livello dell’organizzazione di una numerosa e difficile spedizione alle cave di pietra, o di un’opera di pulizia di canali navigabili...» Barry J. Kemp “Il ruolo dell’iniziativa individuale” p. 107 in Antico Egitto. Analisi di una civiltà, Milano, Electa, 2000 (ed. or. Ancient Egypt. Anatomy of a Civilation, 1989), pp. 331.

(4) «L’originalità più profonda dell’architettura come tale risiede forse nella massa interna. Dando una forma definita a questo spazio cavo, essa crea veramente il suo proprio universo. Senza dubbio i volumi esterni e i loro profili inseriscono un elemento nuovo e del tutto umano nell’orizzonte delle forme naturali, alle quali anche il loro conformarsi, o il loro accordo meglio calcolati, aggiungono sempre qualcosa d’imprevisto. Ma, a ben riflettere, la cosa più meravigliosa è l’avere in qualche modo concepito e creato un inverso dello spazio. L’uomo cammina ed agisce all’esterno di tutte le cose: egli è perpetuamente al di fuori e, per penetrare oltre le superfici, bisogna che le spezzi. Il privilegio unico dell’architettura tra tutte le arti, ch’essa costruisca dimore, chiese o navigli, non è d’assumere un vuoto comodo e di circondarlo di garanzie, ma di costruire un mondo interno che si misura lo spazio e la luce secondo le leggi d’una geometria, d’una meccanica e d’un’ottica che di necessità rimangono incluse nell’ordine naturale, ma su cui la natura non ha presa.» Henri Focillon, “Le forme nello spazio” p. 35, in Vita delle forme, Torino, Einaudi, 1990 (ed. or. Vie des Formes, 1943), pp. 134.

(5) Il rinvenimento, negli spazi di accesso alla piramide, di elementi di rivestimento in calcare accuratamente sagomati con tagli obliqui, ha portato alcuni studiosi ad avanzare l’ipotesi che la piramide a gradoni rappresentasse solo il primo nucleo di una costruzione (ottenuta con blocchi grossolanamente lavorati) destinata a ricevere in un secondo tempo - secondo il modello delle piramidi classiche - un rivestimento in materiale più duro. La massa litica sovrasta e protegge una serie di corridoi a distribuzione di camere sotterranee che individuano, nell’insieme, l’appartamento funerario di re Zoser. Il suolo viene scavato fino ad una profondità di 28 m per l’allestimento delle stanze; la cripta che custodisce il sarcofago reale viene rivestita di blocchi enormi di granito di Assuan (monoliti alti circa 4 m, trasportati sulle acque del Nilo per circa 1000 km). Ornano e “danno luce” a questo regno delle tenebre una serie di pannelli maiolicati in toni saturi di blu posti ad evocare il cielo; in posizione laterale si può ammirare la raffigurazione incisa di Zoser che presiede alla cerimonia della festa Sed, con lo stesso passo sostenuto (indicante la corsa) che contraddistingue la simbologia connessa al grande cortile che fronteggia la piramide a gradoni.
Per una esauriente esame del complesso funerario di re Zoser si vedano i dettagliati lavori di Jean-Philippe Lauer: La Piramide à degrés, Cairo, 1936 (-1933); Histoire monumentale des pyramides d’Egypte, Cairo, 1962; “Les monuments des trois premières dynasties, mastabas et pyramides à degrés” pp. 34-51 in AA.VV., L’art égyptien au temps des pyramides, Paris-New York, Réunion des Musées Nationaux, 1999, pp. 415. Architetto ed archeologo, Lauer - morto nel 2001 all’età di 99 anni - ha lavorato con continuità a Saqqara per oltre settant’anni (più del doppio del tempo impiegato per la costruzione del monumentale complesso). Si deve a lui la scoperta (1926), l’attento studio e il restauro della piramide a gradoni, strappata al deserto che la lasciava appena affiorare all’interno di un immenso mare di sabbia.

(6) Zygmunt Bauman, “C’è vita dopo l’immortalità?” p. 299 in La società individualizzata, Bologna, Il Mulino, 2002 (ed. or. The Individualized Society, 2001), pp. 318.

(7) «Sono tutti d’accordo - afferma Diodoro Siculo nel I sec. a. C., intrattenendosi sulle “meraviglie” architettoniche dell’Antico Regno - nel dire che questi monumenti sono superiori a tutti gli altri innalzati in Egitto, non solo per la mole delle costruzioni e per le spese impiegate, ma anche per l’abilità tecnica rivelata dai loro costruttori. E aggiungono che si devono ammirare più gli architetti delle opere che i sovrani che le hanno commissionate e finanziate: infatti per realizzare i loro progetti i primi hanno fatto ricorso al proprio ingegno e al proprio desiderio di gloria, mentre i secondi non hanno fatto altro che ricorrere alle ricchezze avute in eredità e alle molestie inferte agli altri.» Biblioteca storica I 63. Il brano è riportato a p. 169 del volume di Peter A. Clayton e Martin J. Price, Le Sette Meraviglie del Mondo, Milano, Einaudi, 2003 (ed. or. The Seven Wonders of the Ancient World), pp. 210.

(8) Ci preme sottolineare come la “misura” dimensionale della piramide di Saqqara, intesa quale grandiosa mole, conseguita da Imhotep, rappresenti solo una - sia pur molto peculiare - delle connotazioni specifiche della materia litica, la cui potenzialità (insieme alla durevolezza) è, per prima, recepita e “messa in valore” nella fase iniziale della storia dell’architettura di pietra. Col tempo si aggiungeranno al vigore delle dimensioni dei “giganti di pietra” dell’Egitto, le raffinatezze plastiche di piccole dimensioni tradotte dai Greci grazie all’uso dei calcari, e del marmo bianco, e più tardi in età augustea, la “seduzione” dei marmi policromi e rilucenti della tradizione di Roma.
Alla base di ogni aggiornamento, di ogni evoluzione applicativa della varietas delle pietre rimane, comunque, la stessa strategia: colpire i sensi.

(9) «Avvicinarsi a questa tradizione costruttiva a base lignea è possibile solo per via indiretta, attraverso antichissime immagini (molto avare di dettagli), oppure mediante i reperti di tabernacoli-tende dell’Antico Regno (utilizzati per i viaggi dei funzionari di corte, per i funerali sul Nilo o per le celebrazioni solenni) venuti alla luce in alcune tombe. “I due più celebri - come avverte Barry J. Kemp - sono le cabine delle barche funerarie di Khufu (Cheope) a Giza e la tenda della regina Hetepheres, madre di Khufu, rinvenuta nella tomba di costei, sempre a Giza. Le varie fonti concordano sulla loro struttura: sottili supporti lignei, spesso terminanti superiormente in un germoglio di papiro; intelaiature anch’esse lignee, sottili e piatte, per la copertura, a volte leggermente incurvate in modo regolare, o anche asimmetrico. Nella parete frontale queste tende di carattere ufficiale potevano essere aperte completamente, oppure in parte, con lo schermo che ne celava la zona inferiore. Il termine antico per definire queste costruzioni era seh e uno dei geroglifici usati per scriverlo era il disegno semplificato della costruzione stessa.” Barry J. Kemp, “Le tipologie ideali in architettura” p. 94 in Antico Egitto. Analisi di una civiltà, Milano, Electa, 2000 (ed. or. Ancient Egypt. Anatomy of a Civilation, 1989), pp. 331.

(10) A distanza di circa duemila anni si riassisterà in Grecia ad un fenomeno simile, legato al processo di litizzazione dell’architettura sacra dell’età geometrica, quando i muri di argilla delle celle diventeranno scrigni litici stereotomici, i pali lignei del porticato si trasformeranno in peristasi di pietra. Le problematiche, per molti aspetti, sono già annunciate, anticipate a Saqqara;ma tale coincidenza non ci meraviglia più di tanto, consci del fatto che l’uomo ricomincia, spesso, la stessa storia, sia pure in condizioni e modi sempre diversi.

(11) Eugenio Battisti, “Prima, il monumento” pp. 85-91 in Angelo Ambrosi, Enrico Degano Carlo Zaccaria (a cura di), Architettura in pietra a secco, Fasano, Schena Editore, 1990, pp. 578; si veda, per l’analisi delle tecniche costruttive, il volume di Kazimierz Michalowski, L’Arte dell’Antico Egitto, Milano, Garzanti, 1990 (ed. or. L’Art de l’Ancienne Egypte, 1968), pp. 605.

(12) Plinio, nel libro XXXVI della Storia Naturale, riporta una lista di dodici autori antichi che si sono intrattenuti a descrivere con ammirazione le piramidi di Giza. Erodoto, Diodoro di Sicilia, Strabone - fra questi - ne rappresentano le figure più note ma anche le più profonde per le osservazioni svolte.
Filone di Bisanzio, in età più tarda, verso la fine dell’impero romano, così sintetizza lo spettacolo delle piramidi di Giza: «La costruzione delle piramidi di Menfi è quasi impossibile, e la loro descrizione incredibile. Sono infatti montagne sovrapposte a montagne, ed è inconcepibile con la mente come si poterono alzare massi cubici di tali dimensioni, senza che nessuno riesca a capire nemmeno con quale mai forza si poterono smuovere simili pesi. La base quadrangolare di sostegno è formata di pietre affondate nel terreno della stessa dimensione di quelle sovrastanti, e il tutto si ritira lievemente, in modo da formare la figura di una piramide o di una squadra. L’altezza è di trenta cubiti, il perimetro di sei stadi. L’intera opera è così compatta e levigata, da sembrare, il tutto, un’unica e nativa struttura di sasso. Invece vi sono congiunti diversi generi di pietre colorate. Ora la pietra è bianca e marmorea, ora etiopica e nera, e ancora la cosiddetta ematite, la variopinta verde e diafana portata fin lì, dicono, dall’Arabia; altre pietre ancora sono di un viola vitreo, o simile alla cotogna, ovvero di porpora, non diversa da quella che si estrae dai crostacei marini.» Filone di Bisanzio, I Sette grandi spettacoli del Mondo, p. 161 in Peter A. Clayton e Martin J. Price, Le Sette Meraviglie del Mondo, Torino, Einaudi, 2003 (ed. or. The Seven Wonders of the Ancient Word, 1988), pp. 210.

(13) Le cave, coltivate dagli egiziani sin dalla I dinastia, saranno mantenute in attività e potenziate dai romani che ne estrarranno grandi quantità di granito trasferendole, via mare, sia nella capitale che in tutte le importanti città dell’impero. Le regioni prossime ad Assuan forniranno a Roma anche altri graniti (granito bigio, granito nero ecc.) che verranno, comunque, sempre finalizzati ad usi di tipo “arredativo” od “allestitivo” (statue, vasche, pavimentazioni ecc.).

(14) Raniero Gnoli, “Graniti, dioriti, serpentine” p. 145, in Marmora Romana, Roma, Edizioni dell’Elefante, 1988 (I ed. 1971), pp. 289.

(15) Giorgio Ortolani, “Lavorazioni di pietre e marmi nel mondo antico”, p. 22 in Gabriele Borghini (a cura di), Marmi antichi, Roma, Edizioni De Luca, 1997, pp. 341.

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