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Succede, a volte, che
la realtà connetta, per motivi quasi casuali, delle
lingue diverse e dei messaggi inaspettati. E' allora
che si rivela la sapiente opera dell'uomo. Egli può
solo giocare con i segni gestendo forme, sommando o
sottraendo materia al suo divenire incessante,
ridiscutendo all'occorrenza, le sue coordinate
spaziali in questo mondo. Quando l'arte, intesa come
elemento conoscitivo d'intervento dell'uomo sulla
materia, sposta il suo campo d'azione avvicinandosi
a quel 'sublime' contatto dell'individuo alla sua
realtà, allora si comprende l'effimera valenza di
una virtualità di quei mondi possibili, e della loro
precaria e labile struttura visiva. Ci trovammo a
raccontare tempo fa dell'imponderabile ma
riconoscibilissima 'connessione' tra la Casa del
Fascio di G. Terragni a Como, quando Dan Graham creò
l' installazione "Half square half crazy", due anni
prima in Spazio…alle riflessioni, descrivevo
come la trasparenza poteva generare un modo diverso
di vivere la città ridiscutendo la sua stessa
percezione, poi in Sublimi transitorietà,
consideravo la fondamentale componente del tempo
sulle opere artistiche dell'uomo. Le verifiche si
susseguono apportando con particolare precisione e
concretizzando ciò che in passato sembrava un gioco
di metafore e di terminologie a volte prive della
giusta forza.
La connessione non
prevista, tra l'opera di un artista e quella di un
architetto, ancora una volta ha creato un ambito
variabile, il luogo dove la confluenza di segni
del tempo, di volumi, di masse di materia, apre una
passaggio percettivo incommensurabile. E' il caso
dell'opera dell'artista Richard Serra nel Guggenhem
di Bilbao dell'architetto F. Gehry. Si tratta ancora
una volta di un' installazione, "The Matter of
Time". Linee di flusso, nastri d'acciaio di pochi
centimetri di spessore, identificano dei passaggi
veloci dove lo sguardo scivola e risucchia lo
spazio, una commutazione temporale che sceglie
strategie ancora sconosciute per suggerirci sistemi
formali nuovi. Serra ha generato un congegno
espressivo, derivato dalle sue ricerche di una vita
artistica su esperienze formali osservando dei
particolari di alcuni interni romani, come il San
Carlo di Borromini. L'artista di San Francisco, è
stato attratto dal vortice circolare nel momento in
cui sdoppia il suo centro generando i due fuochi
sempre più distanti, di quel dinamismo 'ellittico'
caro all'architetto del seicento romano. Questa
volta non il titanio, ma l'acciaio. Una materia
affetta da 'sublime transitorietà', vive del mondo
reale, l'opera, da esso trae opacità e colore. Che
sia la prassi degenerativa dei corpi per cui le
confluenze metalliche stabiliscono atmosfere
inquietanti, oppure l'ossidazione dello stesso
metallo, ne esprime il lento esistere nel
quotidiano, è certo che Serra ha creato il suo
spazio espositivo in un contenitore fin'ora
incastrato in un circuito perverso di
auotoreferenzialità (prevedibile!). Ora, fluttuanti
lastre d'acciaio lunghe 15 metri e alte quattro,
hanno coordinato lo spazio scandendo il tempo della
sensazione. Il Guggenheim richiama l'attenzione con
la luminosa insegna di titanio per il suo nucleo
d'acciaio rossiccio e ossidato a tratti annerito da
venature adombranti qualunque illusoria presunzione
di perfezione. E' il potere del transitorio
legato indissolubilmente all'evento architettonico.
L'uso dei programmi computerizzati (Catia) a quanto
pare è comune ai due artisti e anche in questo caso
siamo di fronte sensibilità diverse; chi si fa
prendere dalla febbre innovativa spingendosi a
'vezzi' barocchi e chi sceglie la strada più
razionale meditando i gesti e i conseguenti segni
nello spazio. Secondo una visione Futurista, mi
piace pensare ai flussi dinamici borrominiani che
rielaborati dal sensibile R. Serra (si è infatti,
comportato da architetto) e 'mossi' da una velocità
(propagandistica prettamente espressionista)
geheryana, abbiano generato l'ambito del Guggenheim.
Mancava infatti, a quel museo, una colta essenza
spaziale che Serra sicuramente gli ha saputo dare.
L'opera generale risulterà completata solo dalla
presenza della relazionalità umana che ognuno di noi
saprà costruire sul posto, oppure osservando le
opere e decidendo volta per volta quale sia il
contenuto e quale il contenitore; a voi la ricchezza
di quest'esercizio percettivo!
A quando un altro
imponderabile binomio (spero tra Sol Lewitt artista
e Peter Eisenman architetto) per spostare la nostra
civiltà e ricchezza artistica ancora più in avanti?
http://www.guiarte.com/noticias/muestracronica.asp?id=937&titulo=Richard%20Serra,%20al%20Guggen
http://www.newsitaliapress.it/interna.asp?sez=267&info=77792
http://www.museionline.it/ita/news/news.asp?id=3363
http://thenewyorkartworld.com/pastIssue/MayEditorial2005.htm#review01
http://www.guggenheim.org/press_releases/release_86.html
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