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                                                    le costruzioni in rete

 ACCIAIO VS TITANIO

 Paolo MARZANO

Data di pubblicazione: 07/2005

 

"…l'arte si proietta nella vita degli uomini, a volte si solidifica diventando architettura. La materia usata è scelta dal tempo, i segni e le sue forme le scopre lo spazio, la percezione di essi che ne rielabora l'uomo, sposta in avanti la sua civiltà".

 

(da Prossimità di senso inedito 2002)

 

Succede, a volte, che la realtà connetta, per motivi quasi casuali, delle lingue diverse e dei messaggi inaspettati. E' allora che si rivela la sapiente opera dell'uomo. Egli può solo giocare con i segni gestendo forme, sommando o sottraendo materia al suo divenire incessante, ridiscutendo all'occorrenza, le sue coordinate spaziali in questo mondo. Quando l'arte, intesa come elemento conoscitivo d'intervento dell'uomo sulla materia, sposta il suo campo d'azione avvicinandosi a quel 'sublime' contatto dell'individuo alla sua realtà, allora si comprende l'effimera valenza di una virtualità di quei mondi possibili, e della loro precaria e labile struttura visiva. Ci trovammo a raccontare tempo fa dell'imponderabile ma riconoscibilissima 'connessione' tra la Casa del Fascio di G. Terragni a Como, quando Dan Graham creò l' installazione "Half square half crazy", due anni prima in Spazio…alle riflessioni, descrivevo come la trasparenza poteva generare un modo diverso di vivere la città ridiscutendo la sua stessa percezione, poi in Sublimi transitorietà, consideravo la fondamentale componente del tempo sulle opere artistiche dell'uomo. Le verifiche si susseguono apportando con particolare precisione e concretizzando ciò che in passato sembrava un gioco di metafore e di terminologie a volte prive della giusta forza. 

La connessione non prevista, tra l'opera di un artista e quella di un architetto, ancora una volta ha creato un ambito variabile, il luogo dove la confluenza di segni del tempo, di volumi, di masse di materia, apre una passaggio percettivo incommensurabile. E' il caso dell'opera dell'artista Richard Serra nel Guggenhem di Bilbao dell'architetto F. Gehry. Si tratta ancora una volta di un' installazione, "The Matter of Time". Linee di flusso, nastri d'acciaio di pochi centimetri di spessore, identificano dei passaggi veloci dove lo sguardo scivola e risucchia lo spazio, una commutazione temporale che sceglie strategie ancora sconosciute per suggerirci sistemi formali nuovi. Serra ha generato un congegno espressivo, derivato dalle sue ricerche di una vita artistica su esperienze formali osservando dei particolari di alcuni interni romani, come il San Carlo di Borromini. L'artista di San Francisco, è stato attratto dal vortice circolare nel momento in cui sdoppia il suo centro generando i due fuochi sempre più distanti, di quel dinamismo 'ellittico' caro all'architetto del seicento romano. Questa volta non il titanio, ma l'acciaio. Una materia affetta da 'sublime transitorietà', vive del mondo reale, l'opera, da esso trae opacità e colore. Che sia la prassi degenerativa dei corpi per cui le confluenze metalliche stabiliscono atmosfere inquietanti, oppure l'ossidazione dello stesso metallo, ne esprime il lento esistere nel quotidiano, è certo che Serra ha creato il suo spazio espositivo in un contenitore fin'ora incastrato in un circuito perverso di auotoreferenzialità (prevedibile!). Ora, fluttuanti lastre d'acciaio lunghe 15 metri e alte quattro, hanno coordinato lo spazio scandendo il tempo della sensazione. Il Guggenheim richiama l'attenzione con la luminosa insegna di titanio per il suo nucleo d'acciaio rossiccio e ossidato a tratti annerito da venature adombranti qualunque illusoria presunzione di perfezione. E' il potere del transitorio legato indissolubilmente all'evento architettonico. L'uso dei programmi computerizzati (Catia) a quanto pare è comune ai due artisti e anche in questo caso siamo di fronte sensibilità diverse; chi si fa prendere dalla febbre innovativa spingendosi a 'vezzi' barocchi e chi sceglie la strada più razionale meditando i gesti e i conseguenti segni nello spazio. Secondo una visione Futurista, mi piace pensare ai flussi dinamici borrominiani che rielaborati dal sensibile R. Serra (si è infatti, comportato da architetto) e 'mossi' da una velocità (propagandistica prettamente espressionista) geheryana, abbiano generato l'ambito del Guggenheim. Mancava infatti, a quel museo, una colta essenza spaziale che Serra sicuramente gli ha saputo dare. L'opera generale risulterà completata solo dalla presenza della relazionalità umana che ognuno di noi saprà costruire sul posto, oppure osservando le opere e decidendo volta per volta quale sia il contenuto e quale il contenitore; a voi la ricchezza di quest'esercizio percettivo!

A quando un altro imponderabile binomio (spero tra Sol Lewitt artista e Peter Eisenman architetto) per spostare la nostra civiltà e ricchezza artistica ancora più in avanti?

 

http://www.guiarte.com/noticias/muestracronica.asp?id=937&titulo=Richard%20Serra,%20al%20Guggen

http://www.newsitaliapress.it/interna.asp?sez=267&info=77792

http://www.museionline.it/ita/news/news.asp?id=3363

http://thenewyorkartworld.com/pastIssue/MayEditorial2005.htm#review01

http://www.guggenheim.org/press_releases/release_86.html

 

 

Nota biografica dell'autore

 



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