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Le Architetture sottili |
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premesse
urbane di prossimità umane |
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Paolo
MARZANO |
Data di
pubblicazione: 05/2004 |
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“[…] Da quando una molecola di Dna, lunga 10,4 nanometri,
è stata intrappolata dal campo elettrico di un
nanocircuito metallico (l’annuncio su «Nature» 2001), la
comunità scientifica sta prendendo coscienza che la
ricerca fisica del futuro sarà un approccio
interdisciplinare e trasversale, condotto — senza più
compartimenti stagni — da biologi, chimici e ingegneri,
oltre che dai fisici. «I confini sono diventati
veramente sottili e tutto sembra preludere a
un’interpretazione globale della natura e dei suoi
meccanismi di base”.
Così iniziava l’articolo di Luigi Dell’Aglio che
riportava parole di Roberto Cingolani, direttore del
Laboratorio nazionale di nanotecnologia dell’Università
di Lecce, che fa parte dell’Istituto nazionale di fisica
della materia (Infm).
«…Per capire e spiegare le infinite varietà che la
natura ci offre, bisogna dunque studiare non gli
elementi ma l’architettura secondo la quale sono
combinati. E questa architettura può spiegarla soltanto
la nanotecnologia».
Ora gli scienziati possono esplorare e talvolta imitare
le capacità architettoniche della natura, anche nel
mondo biologico. Trasformare elementi abbondanti e
semplici in strutture complesse che si autogenerano,
autoriproducono e autoriparano.
Le nanoparticelle
potranno trasportare i farmaci in situ, cioè fino
al bersaglio. L’industria potrà produrre tessuti,
membrane e materiali assolutamente biocompatibili. Potrà
essere realizzata l’interconnessione nervo-cellula con
sistemi (elettronici) artificiali. Sarà a portata di
mano la visione artificiale. Perciò Cingolani è convinto
che l’interazione biologico-inorganico sia la forza
trainante per lo sviluppo della nanotecnologia.
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Daniele Mancini, Interaction, Design Institute
Ivrea, CICCIO (Curiously Inflated Computer
Controlled Interactive Obiet), rassegna Intimacy,
Firenze 2003 (foto da n.48 di Metamorfosi). |
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Sono notizie certo
che ci proiettano nel più affascinante e
sconvolgente mondo del piccolissimo,
dell’impercettibile se non dell’invisibile, ma che
testimoniano la volontà di ricerca per quanto
riguarda il miglioramento della vita nell’esistenza
umana. Ancora più attinente al campo architettonico
oltrechè concettuale, è stata invece la notizia che
sempre nello stesso laboratorio di nanotecnologia
dell’Istituto nazionale di fisica della materia di
Lecce, si è scoperto un liquido in grado di
emettere luce bianca. |
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Rafael Lozano-Hammer, Posicion del miedo, Graz 1997,
(foto da n.48 di Metamorfosi). |
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Si sfrutta la formazione di speciali complessi
molecolari chiamati ecciplessi, capaci di emettere
luce bianca quando tornano dallo stato eccitato
(cioè in cui un elettrone è passato a un livello
energetico superiore) a quello fondamentale.
Con il passaggio della corrente il liquido si
illumina, 10 cm. quadrati danno luce come una
lampada da 40 watt consumando meno.
Il liquido può essere steso su varie superfici
permettendo di creare LED organici.
Pensate a quale innumerevoli
possibilità interpretative ed espressive può dare
luogo questa pratica materica e progettuale che è
stata scoperta (come abbiamo sempre supposto, la
strumetazione per l’intervento dell’architetto si
amplia innescando nuovi scenari e possibili nuove
relazioni). Un liquido che emette luce, proprio
adesso che dalle ultime visioni utopiche
dell’architettura e dai progetti fantascientifici
che popolano le riviste specializzate, è evidente
una fase ‘fluida’ dei corpi costruttivi. I flussi
prendono il posto dei volumi dando luogo ad una
persistente volontà di un ‘panta rei’ (tutto
scorre) generale e letteralmente coincidente con la
definizione. Ciò che osservammo in alcuni miei
scritti di qualche anno fa specialmente quelli
rispettivamente dal titolo
Simulazione d'assenza
e
La soglia in dissolvenza,
oltre ad essere verificato il complesso limite
‘mediale’ che come vettore informazionale può
‘cavalcare’ possibili strutture spaziali e
architettoniche attivandole come schermi nati per
caso su superfici piane. Si decompone così, la loro
prima funzione d’uso, viene rielaborata
l’interpretazione di corpo solido e percettivamente
è verificata costantemente la loro presenza nel
contesto dell’uomo a ‘contatto’ di un ambiente
urbano mutante. Uno scenario alternativo in cui,
mai come in questo momento, sentiamo vicino l’altro
(sia esso mondo sia individuo), alla nostra
esistenza e alla nostra stessa identità. Riflessione
che prefigura complicità in atto e complesse
mutazioni confluenti. In questo sottile
pensiero esiste una mole immane di accezioni
culturali che abbiamo già individuato altre volte.
L’instabilità di questa realtà sociale è molto più
vicina alle caratteristiche umane di quanto si possa
credere; le difficoltà di accettazione dell’
altro tanto declamate da teorie architettoniche,
filosofiche, cyberpunk, tecnologiche (teniamo
presente che la ricerca di questo sacro contatto
con l’ambiente esterno, è in sintesi, il
concetto base di tutto il ‘900, ) hanno, in questo
momento una verifica più che mai coincidente con i
desideri, i sogni, le aspettative degli individui.
Se nel ventennio passato erano le periferie a
sconvolgere le menti degli architetti e funzionavano
come tavolo di prova delle scelte architettoniche,
ora si sono aggiunte al complesso sistema altre
variabili che vedono nell’antico centro la
possibilità che esso si ‘esponga’ volontariamente e
scardini percettivamente le regole che l’hanno
congelato, plastificato incelofanato in un immanente
paesaggio invidiabile alla tecnica di Christo.
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Parcheggio per 20 posti auto, progetto del gruppo R&Sie…,
presso la città di ToKamashi, su Arch’it ‘architetture’ |
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E’ interessante notare come il
nostro tempo sia caratterizzato proprio da questo
fenomeno; lo stesso corpo costruito e progettato per
soddisfare un’esigenza, molto probabilmente nel
futuro, cambierà destinazione d’uso sommando a
quella prevista, una destinazione ‘indotta’. Questo,
per un processo tecnologico capace di avviluppare
precipitosamente strutture già esistenti
trasformandole e adattandole a ritmi ed a tempi di
fruizione o di gestione nuovi, occupando luoghi
imprevisti e schoc-cando; come diceva
W.Benjamin nello scritto di Baudelaire a Parigi.
L’incontro con sagome e profili architettonici nuovi
e alternativi (a me piace chiamarle IBRIDAZIONI
architettoniche vedi:
Ibridazioni – Le riconversioni funzionali)
riapre discussioni tecnologiche e procede a
sottolineare la stimolante stagione che stiamo
vivendo. Lo schoc (urto indifferente) fisico tra
individui che si muovevano veloci nelle vie di una
città (non lontano da un contesto letterario dell’
uomo della folla di E.Poe) previsto da
Benjamin (ripreso poi in
Interazione 'reale' o alterazione 'virtuale'
?), riavviva il concetto dell’incontro con
l’abitato e lo schoc non è più dell’individuo
indifferente, diventa perciò visivo, è
l’impatto dell’uomo urbano con la città, ora
referente. |
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Bilbao, Fosteritos Metro System di Norman Foster |
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L’architettura in primis entra nel nostro
discorso e come sempre diventa l’interprete
fondamentale. L’individuo non incontra solo il
singolo oggetto della città (un tempo), ma completa
la composizione visiva, risolve l’attesa, inquadra
contemporaneamente tutta la città, con lo sguardo,
badate bene, linka l’urbano, (ora) grazie al
potere informazionale la città si sovra-espone alla
sua attenzione, questo è ciò che le nuove strutture
realizzano ormai IBRIDATE dal tempo tecnologico.
Realmente attuano dei link di genere
urbano. Questi episodi costruttivi partecipano
coralmente ad una fondamentale comunità collaborante
e interattiva applicando lo stesso principio di una
rete informativa.
La natura accorre a specificare e a volte a trovare
le giuste metafore; pensiamo un po’ al nostro corpo
ed al travagliato mutamento che l’evoluzione sta
procedendo continuamente ad attuare, bene, la città
è un organismo ed è facile percepire come
l’evoluzione, in questo caso, obblighi l’uomo a
trasformare parti e aree di essa perché possa
evidentemente continuare a crescere. La complessità
esiste proprio in questo; c’è l’uomo e c’è la città.
Non è semplice avvicinare le due componenti, deve
esistere una zona interstiziale che favorisce
l’incontro; dall’uomo partono una serie di relazioni
‘sensazionali’, dalla città proviene invece la sua
‘esposizione’ diversificata che permette tali
relazioni. Ora, diventa complesso analizzare quali,
quanti e di che intensità sono i flussi di queste
relazioni. Abituiamoci a osservare da vicino le
città in cui viviamo a recepirne fenomeni e a
discuterne le possibilità d’interpretazione.
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di Monica Bonvicini – Dont’Miss, London – Institute,
Millbank, 2003,
da Exibart n.12 |
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Come sempre è successo nei miei scritti, gli aspetti
positivi dell’innovazione architettonica o delle
riflessioni intorno a concetti che entrano in
processi urbani legati alle nuove tecnologie, vanno
messi sul tavolo da laboratorio della ricerca,
esattamente come devono essere osservati i suoi
limiti e anche gli aspetti discutibili; dai
possibili punti deboli riconosciuti, infatti, saremo
in grado di essere pronti ad arginare eventuali
deviazioni che potrebbero limitare la sua stessa
espressività. Guardate come i nuovi grandi progetti
degli architetti d’avanguardia e la moltitudine di
studenti d’architettura, ormai bravissimi nell’usare
le tecnologie più innovative per rappresentare i
loro lavori d’architettura, esprimono passione e
volontà di evoluzione che arriva, a volte a
risultati davvero pregevoli. Ma pensandoci bene, in
effetti, osservando le loro proposte e
sperimentazioni essi, stanno contribuendo a
costruire tanti contenitori o protesi
meccaniche-strutturali che verranno poi inglobate o
rivestire dalla medialità della realtà comunicativa
(sono diverse le tavole di concorsi in cui appaiono
già strutture con scritte giganti, sovrapposizioni
di immagini e di volti sfocati o appena individuati,
ombre interattive, risultati questi, di velocità che
viaggiano su superfici indistinte e non in spazi
emozionali).
Il rischio è finire per creare un’architettura che
funge solo da ‘appoggio’ per i veloci prodotti
dell’informazione, tali visioni architettoniche
possono certo inaugurare ‘ponti’ per il superamento
di barriere culturali tra uomini, possono regolare
schermi per supportare la mole infinita di notizie e
linguaggi mediali. Ma possono determinare una forma
effimera di realtà offrendo mondi possibilissimi e
allo stesso tempo irrealizzabili. Questi sono i soli
termini che definiscono questo concetto? No,
l’architettura, diventando essa stessa
informazione, deve predisporsi a rivalutare
certe sue ben precise caratteristiche. Da questi
ragionamenti abbiamo compreso come il rischio che
essa corre è proprio quello di trasformarsi nel
mitico ‘cavallo di Troia’, praticamente un supporto
per funzioni d’uso ‘altre’, passate le quali,
l’involucro può benissimo essere riusato o se è
rovinato magari distrutto. La nuova frontiera
certamente guarderà alla ‘riconfigurazione’
dell’abitare, certamente dovrà affiancare le nuove
ipotesi di trasformazione delle città che la nuova
realtà multimediale prevede e, a quanto pare,
pretende. |
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Sequenze di animazioni grafiche, sul fronte verso
Time Square, (foto da n.48 di Metamorfosi). |
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L’altra faccia della moneta informatica, questa
volta a nostro favore stabilisce le possibilità
delle nuove generazioni che, affilando gli strumenti
informatici e le proprietà multimediali, potranno
debilitare le incombenti e sempre più probabili
direttive per una società controllata, impoverendone
così le contaminanti energie prevaricatrici che
minacciano il nostro spazio vitale
(architettonico!?). Molti più studenti si chiedono
cosa c’è dietro la definizione di ‘spazio
architettonico’, che magari non viene evidenziato da
rendering strepitosi e visioni apprezabili di lavori
e progetti astrusi. L’architettura, sappiamo, dallo
studio approfondito dei tanti testi sull’argomento,
può cadere nell’uso deviato delle sue ‘aure’
informatiche e ‘sublimamente’ rappresentative
(vedi:
L' Uomo altrove,
L’Uomo Diffuso,
L’Uomo urbano)
diventano allora solo immagini
di valore rappresentativo vengono fuori delle esperienze
complesse in cui generazioni di artisti, designers,
architetti hanno trovato il loro campo naturale
d’espressione
e di ricerca regolando la loro individuale frequenza
con il mondo.
Si
sono determinate così quelle relazionalità che prima
o poi dovevano realizzarsi dopo almeno vent’anni che
se ne parla e se ne discutono limiti e le
possibilità d’individuazione. Ebbene il momento
penso che sia arrivato; l’incontro con la scala
dimensionale degli interventi sulla città è
diventata pratica di ricerca e di progettualità
vivifica. Non sono soltanto i volumi, i contenitori
o i vuoti che formano una città, sono anche le
relazioni tra essi e che l’uomo stabilisce creando
nella sua mente l’idea di città come organismo
vivente come un riferimento di vita possibile.
E’ in questa realtà ed in questo flusso d’equilibri
e di relazioni umane che interstizialmente e
subdolamente s’inserisce l’informazione sempre più
‘mediata’ e non ‘mediale’. Nella discussione che
riguardave l’importanza del predisporsi ad
affrontare realtà nuove di cui si parlava in
Prossimità di senso inedito,
c’è la presa d’atto di una mutazione costante e
naturale degli eventi architettonici
Ancora prima di stabilire quali e quanti eventi
possono essere indicati per seguire una vera e
propria tendenza del futuro, bisogna che vengano
fuori i riferimenti culturali giusti che guarda caso
riguardano proprio quello di cui abbiamo parlato in
questi scritti dall’inizio della mia ricerca. |
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Alberto Garutti, Bolzano, Progetto di Arte sul
Territorio, Provincia Autonoma di Bolzano 2003, su
Exibart n. 12 |
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L’arte è l’iniziatrice di queste visioni, arte è
prettamente un’azione umana di relazione
all’esistente sia reale sia possibile,
nello stesso tempo. Ad essa sono date proiezioni e
creazioni di mondi possibili, è il riferimento primo
rispetto al quale anche la tecnologia deve
muoversi. Fa benissimo, allora, J.Baudrillard quando
in Verità o radicalità dell’architettura,
chiarisce che l’architettura non riempie uno
spazio, ma lo genera. I modi per attuare questa
direttiva? Sicuramente è la sensibilizzazione ai
codici dell’arte e ai circuiti interpretativi del
linguaggio visivo e costruttivo di realtà nuove,
dove ‘nuove’ si legge come mutanti e in
evoluzione. Baudrillard sceglie l’esempio del
giardino giapponese, una realtà che genera un punto
di fuga dove è difficile capire il limite del
giardino o la sua infinita continuità. Ma, senza
scomodare il giardino giapponese abbiamo esempi di
non-finito michelangiolesco, di metafisica pittorica
cezanniana, di impressionismo scultoreo medardiano,
di linearismo congenito boccioniano che trova altri
codici interpretativi e si evolve nella definizione
del concetto di Malerisch stil wolffliniano.
Applichiamo il metodo secondo cui realizzare delle
indagini verticali (come dicono gli storici);
percependo La forma del tempo, di G.Kubler e
La vita delle forme, di H. Focillon, ma ancor
di più in Entropia e arte– saggio
sull’ordine e il disordine di R.Arnheim,
E.Gombrich,
J.Hochberg, oppure in M.Blanck, Arte perceione e
realtà, e ancora G.Bachelard, La
poetica dello spazio e U.Eco (Stefan Collini a
cura di), Interpretazione e sovrainterpretazione.
Questi testi rappresentano i primi termini di una
vasta quanto interessante ricerca da intraprendere
facilmente per convincervi dell’esistenza di
potenzialità assolute che si trovano negli oggetti
proprio sotto i vostri occhi (non c’è nulla da
temere sono testi accessibilissimi sia come
significati sia dal punto di vista economico (dati
importanti). Trasponendone i significati potrete
concepire il valore e l’alto livello culturale dei
modi diversi d’espressività artistiche e della
materia che permette la comunicazione.
Fisiologicamente sia per la velocità tecnologica sia
perché l’attenzione è uno degli elementi che è più
stimolato da ovvie necessità di sopravvivenza, ecco
che sotto i nostri occhi, a differenza di quando
passava troppo tempo tra una scoperta e la sua
divulgazione, ci troviamo in un periodo in cui
diventa comune la possibilità di nuove espressività
e quindi l’evolversi di nuovi tipi di libertà
individuali. I tipi realtà metropolitane che già un
decennio fa incutevano orribili presagi di città
dirette alla rovina; ebbene hanno dato spunto allo
studio attento delle diverse realtà e dei bisogni
culturali oltrechè sociali che, se analizzati e
discussi nella maniera opportuna, possono
determinare soluzioni appropriate per la nascita di
nuove strutture capaci di attrarre interessi comuni
e far nascere delle possibilità nuove di
aggregazione. Le famose estensioni umane, di cui
abbiamo sempre parlato, possono benissimo essere
delle attività inglobate in strutture effimere o
itineranti che non hanno bisogno di grandi
finanziamenti e tempi lunghissimi di costruzione, ma
che nascono laddove esiste una sensibilità attenta
alle esigenze di quel luogo e soltanto di quello.
Quindi pensate alle diversità che si possono
cogliere in una stessa città rivalutando o generando
confluenze nuove di partecipazione a bisogni
comunitari (vedi:
Ibridazioni – Le postazioni connesse,
Ibridazioni – Le riconversioni funzionali).
Prima o poi questa sembra sia una dalle strade
percorribili dalle metropoli sollecitate dalla
sicurezza e dal controllo continuo. Le telecamere
aumentano il loro numero esponenzialmente, per
controllare pezzi di realtà urbana, bene
trasformiamo questa illusoria banalità in una forma
d’arte e facciamo in modo che esse inquadrino segni,
e composizioni artistiche, performance
stradali annunciate, o iniziative sociali o
postazioni che contribuiscono a stimolare la
collettività alle diverse problematiche che la città
stessa deve o dovrà affrontare.
Solo le menti creatrici capaci di approfondire le
loro analisi possono vedere in questo, una
stimolante possibilità di emersione dei significati
ancora nascosti dai centri storici, la
multimedialità, e non la rete in sè, entrerà tutta
in questo tema e sarà la variabile a cui daremo il
primo valore per poi avere di seguito tutti gli
altri. Guardiamo anche queste conclusioni come
possibilità concrete; mille altri segni nasceranno e
si evolveranno con noi nella città, cresceranno con
noi e assumeranno sempre più l’aspetto e i
significati vicini ad una maggiore comprensione del
mondo all’uomo. La scala di ‘avvicinamento’ alla
realtà quindi aumenterà a favore della percezione
dell’esistente e delle esperienze innescando, quindi
le sensazioni, le emozioni. La componente effettiva-
affettiva dello spazio dell’uomo avrà valore ed è in
queste relazioni che bisognerà, ancora una volta,
rielaborare sistemi d’approccio all’ambiente ed
ancora una volta sarà l’architettura a farci
riflettere sui suoi scenari e sulle nuove
possibilità di transito verso altre probabili
identità.
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Riferimenti di rete per
:
Laboratorio nazionale di nanotecnologia
dell’Università di Lecce, che fa parte dell’Istituto
nazionale di fisica della materia (Infm).
http://www.axiaonline.it/2001/biotech/Rassegna_stampa/giugno_2001/rassegna_stampa0630.htm
http://www.lighteducation.com/article.php?sid=163
http://robotica.mecc.polimi.it/maritacanina/corsi/progettazione/1esercitazione.htm
http://www.unile.it/ateneo/news/dettaglio_comunicati.asp?giorni=0&ident=2125
http://www.enel.it/magazine/boiler/arretrati/boiler58/html/articoli/Bollitore-Infm.asp |
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Nota
biografica dell'autore |
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