|
La rilettura delle regole dell’arte
del costruire è oggi non solo curiosità storica ma incentivo
per una profonda riflessione di quanto realizzato
dall’architettura sulla base di regole collaudate e quindi,
nei secoli a noi più vicini, di essenziali procedimenti di
calcolo. Inoltre, la rivisitazione storica permette di porre
in relazione il diverso approccio tenuto di fronte al problema
di materializzare le idee progettuali sulla base delle
conoscenze di ogni periodo e area culturale.
Possiamo
osservare, in primo luogo, che le primitive forme di
costruzioni in muratura, risalenti al VI-VII millennio a.C.
(per esempio l’urbanizzazione di Gerico) erano in impasto di
argilla cruda, forse rinforzata con elementi in legno, di
spessore non eccessivo per le dimore e, al contrario, di
consistente spessore per le mura difensive, sancendo una prima
forma di procedimento di proporzionamento delle murature
secondo le funzioni previste. Successivamente nella cultura
mesopotamica e in quella egizia le mura, in mattone o in conci
lapidei, assumono grande possenza, spessori inusitati, secondo
un principio di sovrapposizione e reciproco contrasto della
struttura concepita come sommatoria di “piccoli elementi”.
-
Delos, Tempio di Apollo, sezione prospettica della muratura
portante in conci lapidei e connettori metallici di
collegamento. M. Mislin, Geschichte der Baukonstruktion und
Bautechnik, Werner Verlag, Düsseldorf, 1997.
Il
processo di riduzione degli spessori inizia con la tecnica
greca, viene sviluppato dalla tecnica romana e quindi esaltato
durante il gotico in cui le nervature, le costolature, i
contrafforti permettono, oltre a maggiori superfici forate,
una diversa visione della struttura muraria che però non è
solo tamponamento di un’ossatura; la struttura gotica è un
insieme di paramenti murari e nervature che apparentemente
segnano l’andamento delle sollecitazioni ma che in realtà
sono distribuite in tutta la “scatola” muraria.

-
Sistemi di ancoraggio rinforzi metallici delle murature
medioevali. Sturgis Russell, A dictionary of architecture
and building, New York, 1901-1902.
Le
prime “regole” scritte iniziano ad apparire nel
Rinascimento; per esempio Andrea Palladio (I quattro libri
dell'architettura, Venezia, 1570, Libro Primo) codifica la
regola di diminuire progressivamente lo spessore delle
murature con il procedere in altezza, e soprattutto
specificava che “il mezo de’ muri di sopra deve cascare
a’ piombo al mezo di quelli di sotto; onde tutto il muro
pigli forma piramidale”, sancendo, in pratica, la regola che
nelle murature il carico debba essere applicato il più
possibile in maniera assiale per evitare i fenomeni di
presso-flessione. In precedenza Leonardo da Vinci, fra i primi
a correlare i temi della meccanica all’architettura, aveva
già svolto ricche e preziose osservazioni sul comportamento
delle murature, in termini di analisi delle fessurazioni,
degli archi e delle volte.
Vincenzo
Scamozzi invece pone l’attenzione su un problema di grande
attualità (Dell’idea della architettura universale di
Vincenzo Scamozzi, Venezia, 1615, Parte seconda, Libro
Ottavo):
E
perché la maggior parte de’ Capi mastri molte volte
inavvertentemente fanno le mura senza legarle, e concatenarle
bene, né che rendino alcuna gratia all’occhio: & ancor
apportano non picciolo danno alla sicurezza; in tanto che
questi loro modi riescono d’espresso pergiudicio alle
fabbriche e perciò ne daremo qualche buona avvertenza; e’
prima parlando delle mura più ordinarie d’una pietra, e
meza, elle si potranno legare sicuramente in più modi,
l’uno differente dall’altro, fra i quali descriveremo tre.
L’uno
darà mettendo nel primo corso due pietre in chiave, l’una a
canto l’altra, cioè a traverso della grossezza della mura,
ma in modo che l’una faccia vista al difuori, e l’altra
all’indentro; a canto delle quali si metti poi una pietra al
lungo: così alla chiave di fuori, come a quella di dentro, e
dopo si mettino altre pietre in chiave, & a lungo; ma
nell’altro corso sopra le pietre in chiave deono risponder
le pietre al lungo, e poi le chiave; e così di corso in corso
procedere vicendevolmente.
Uno
dei primi procedimenti per il proporzionamento dello spessore
delle murature è presente nelle opere di Guarino Guarini (Architettura
Civile, 1737 a cura di Bernardo Vittone), che propone un
metodo lineare per stabilire lo spessore delle murature
portanti in proporzione all'altezza dell'edificio. Per gli
edifici pluripiano Guarini suggerisce di applicare uno
spessore di 1/10 dell'altezza rispetto alle murature del piano
più alto, spessore da aumentare progressivamente, scendendo
verso il basso, di un quarto di piede.
Corrado
Latina così commenta questo modo di procedere nel
dimensionamento della muratura (Muratura portante in
laterizio, Laterconsult, Roma, 1994):
Un
esempio di regola dimensionale di tipo proporzionale,
probabilmente già diffusa dal XVI secolo, viene esplicitato
dal Guarini (Architettura Civile, pubblicato postumo a
Torino nel 1737) e tramandato dalla pratica costruttiva fin
quasi ai nostri giorni. Si tratta del rapporto tra spessore
dei muri e luce netta, che nel caso di costruzioni a un solo
piano può variare da 1/10 a 1/12. Per costruzioni a più
piani, il valore ottenuto dal rapporto precedente serve al
dimensionamento dei muri all’ultimo livello, da incrementare
di un quarto di piede per ogni piano sottostante. Un ulteriore
criterio di dimensionamento è proposto da C.E. Briseux (L’arte
de batir des maisons de campagne, Parigi, 1743), il quale,
osservando che nei muri sottili la presa troppo rapida del
legante va a detrimento della solidità strutturale, conclude
di “dare ai muri perimetrali delle case di campagna almeno
due piedi di spessore”.
Nel
Settecento Teofilo Gallacini avverte ancora il problema della
proporzionalità degli spessori, specificando la necessità di
diminuirne lo spessore in progressione all’altezza; nel suo
saggio ... sopra gli errori degli architetti (Trattato
di Teofilo Gallacini sopra gli errori degli architetti,
Venezia, 1767), infatti, afferma:
Laonde
allora gli Architetti errano nelle proporzioni delle parti
delle opere, quando le misure non sono fra loro
corrispondenti, e proporzionali. Come quando le parti
superiori delle muraglie non hanno la grossezza proporzionata
alle inferiori, cioè, quando o sono più grosse delle parti
vicine ai fondamenti, o sono troppo sottili: e quando le
altezze de’ luoghi non son fatte a proporzione delle
larghezze.

La
regola lineare del Guarini viene ripresa e approfondita da
Jean Baptiste de Rondelet (Traité theorique et pratique de
l’art de batir, Parigi, 1802-1803), che diffonde il
criterio della proporzionalità dello spessore delle murature
pari a 1/8, 1/10 e 1/12 dell’altezza di interpiano; inoltre
per gli edifici monoambiente prevede un criterio che tiene in
maggiore considerazione il problema della presso-flessione:

dove:
L
= larghezza massima dell'edificio
h
= altezza massima dell'edificio.
I
criteri di proporzionamento delle murature di Rondelet trovano
larga diffusione e sono spesso riproposti nella coeva e
successiva manualistica tecnica. Per esempio Jean Claudel nel
suo Manuale degli Ingegneri, Architetti e Misuratori (Torino,
1852) ribadisce il procedimento di Rondelet:
Secondo
le osservazioni di Rondelet sugli edifici di ogni specie,
risulta che un muro avrà una forte stabilità se ha per
grossezza 1/8 della sua altezza, che con 1/10 avrà una
stabilità media e con 1/12 la minima stabilità che può
avere. Intanto siccome negli edifici i muri si consolidano
scambievolmente, avendo anche una grossezza minore possono
alcune volte avere una stabilità sufficiente. Un muro affatto
isolato resiste meno di un muro appoggiato da un altro in un
estremo, e questo meno di un muro sostenuto da un altro in
ciascuno estremo. Di più un muro sostenuto d'ambi gli estremi
esige una grossezza tanto maggiore quanto più è lungo, e
quando è lunghisssimo la sua lunghezza dev'esser la stessa
come se fosse isolato.
Jean
Nicolas Louis Durand (Précis des leçons d’architecture
données a l’Ecole Royale Polytechnique, Parigi,
1817-1819) riassume con precisa sintesi il tema dello spessore
delle murature:
Lo
spessore dei muri è in rapporto alla loro lunghezza ed
altezza; negli edifici comuni nei quali i muri divisori ed i
diversi solai li legano tra loro, sia orizzontalmente che
verticalmente, i muri d’ambito si fanno 64 centimetri (2
piedi), quelli divisori e mediani di 48 centimetri (18
pollici); a parità di lunghezza ed altezza, se l’edificio
è composto di un’unica sala, come una chiesa ecc.,
bisognerebbe dare loro uno spessore maggiore poiché non c’è
il legamento di cui abbiamo parlato.
E'
caso rarissimo che nelle costruzioni venga posta a cimento la
resistenza assoluta delle pietre, in modo da poter dubitare
della sua efficacia. Quindi poco o nulla si sono curati i
costruttori di conoscerne l'intensità nelle varie specie di
pietre, e non si offrono a questo proposito che i risultati
d'alcuni pochissimi sperimenti, che tuttavia non lasceremo di
citare. Per le sperienze di Rumford, riferisce il Venturoli (Elementi
di Meccanica e d'Idraulica, vol.1, lib. III, cap. XVI) che
la resistenza assoluta di varie specie di macigni si manifestò
di chilog. 1336 per ogni centimetro quadrato della sezione. In
una pietra bianca compatta e omogenea la tenacità fu
riconosciuta da Coulomb (n.d.a. Mèmoires des savants ètrangers,
1755) del valore di chilog. 1440 per centimetro quadrato. Ed
il Tredgold ultimamente riconobbe per via d'esperimenti, che
la pietra calcare di Portland nell'Inghilterra ha una
resistenza assoluta di chilog. 602 per centimetro quadrato.
San
Bertolo avverte il lettore che i valori delle resistenze
assolute riportati sono efficaci per “un'azione istantanea,
ma non reggerebbero a una azione continuata e perciò nelle
costruzioni si dà per massima che debbano ridursi alla metà;
vale a dire che non debba farsi sopportare alle pietre una
pressione continuata maggiore della metà di quella, cui
sarebbero capaci di resistere per qualche istante”.

-
A. F. Fleischinger, W. A. Becker, Die Mauerwerks und Stein
Constructionen, Berlino, 1859, tavola 10. Irrigidimento
del setto murario con lesene-contrafforti esterni.
Per
quanto riguarda il laterizio, San Bertolo si pone il problema
della valutazione della resistenza allo
"schiacciamento" argomento che rielabora dagli studi
di Gauthey, Barlow, de Coulomb, Venturoli, Tredgold, ecc.
Riportando le esperienze di E. M. Gauthey ritiene che i
mattoni abbiano resistenze a rottura variabili da un massimo
di 173 dN/cm2 a un minimo di 134 dN/cm2,
valori da cui estrae la media di 149 dN/cm2; per i
mattoni "inglesi", la resistenza media a
compressione la ritiene attestata su 72,5 dN/cm2 ;
quindi afferma:
Finché
non costi per mezzo di particolari sperienze il valore della
resistenza allo schiacciamento de' mattoni nostrali, ovvero
parlando in generale di quelli che qua e là si offrono pei
bisogni delle costruzioni sarà conforme alla prudenza di non
valutare le resistenza stessa nelle statiche ricerche più di
chil. 40 per centimetro quadrato, vale a dire del minimo fra i
più bassi risultati dell'esperienze del Gauthey e del Rennie.
E quando si tratti d'un esercizio di lunga durata, il prefato
valore dovrà poi essere ridotto alla metà, come già si
disse per le pietre naturali; ed in grazia d'alcune di quelle
medesime considerazioni che furono già dedotte in proposito
della resistenza rispettiva e della resistenza alla
compressione del legname.
Questo
è forse uno dei più interessanti brani dell'opera di San
Bertolo sul tema delle murature in quanto afferma la necessità
di non affidarsi al valore medio della resistenza a
compressione ma di fare riferimento al valore minore di
resistenza. San Bertolo intuisce che in una muratura la
presenza di un mattone debole diventa punto
cruciale di debolezza per tutta la compagine muraria.
Inoltre, prescrivendo di ridurre a metà il valore della
resistenza minima a compressione, espone con chiarezza il
principio del metodo delle tensioni ammissibili (per una
muratura in laterizio e buona malta prescrive un “carico di
sicurezza” non superiore a 20 dN/cm2).
Gauthey
(1732-1806), citato da San Bertolo, è fra i primi a compiere
rigorose sperimentazioni sulla resistenza dei mattoni. Già
nel 1774 nel Journal de phisique, rileva che la
resistenza a compressione dei laterizi per murature varia fra
130 e 170 dN/cm2, valori più alti di quelli
rilevati da J. Rennie che nel 1818 pubblica, nel Philosophycal
Transaction, i risultati delle sue ricerche sui “mattoni
inglesi”, trovando che tali mattoni avevano resistenze
variabili fra 40 e 120 dN/cm2.
Louis
Vicat, nel 1833, compie invece una serie di sperimentazioni
per la valutazione delle resistenze dei mattoni di argilla
cruda, individuando in valori non superiori a 30-35 dN/cm2,
la resistenza massima degli elementi in argilla cruda.
Dalle
ricerche in atto nella seconda metà dell’Ottocento inizia a
consolidarsi la conoscenza che la resistenza della muratura
non dipende solo da quella dei singoli elementi (mattoni o
pietre) ma anche e soprattutto dalla malta, e quindi iniziano
a comparire tabelle e indicazioni che forniscono la resistenza
del setto murario.
Per
esempio, Alberto Gabba nel suo trattato Corso di
costruzioni civili e militari, Torino, 1876, propone una
tabella di resistenza della muratura, assunta dagli studi del
Collignon, con valori di “sicurezza” compresi fra 6 e 10
dN/cm2 (murature in mattoni e malta di calce o
malta di cemento).
Gustav
Aldoph Breymann nel suo celebre trattato (Baukonstruktionslehere,
in Italia appare nel 1884 con il titolo Trattato generale
di costruzioni civili) fa riferimento alle regole lineari
di Rondelet, sviluppandole in funzione della tipologia
dell'edificio e della luce dei solai, che però diventano
regole di dimensionamento da verificare a compressione e
presso-flessione utilizzando i metodi della scienza delle
costruzioni. Breymann sulla base dei risultati ottenuti da
sperimentazioni di laboratorio, in particolare quello della Hoshschule
di Monaco di Baviera, applica il metodo delle tensioni
ammissibili alle murature con valori delle stesse variabili da
un minimo di 3-4 dN/cm2, per murature di scarsa
resistenza in ciottolame e malta di modesta qualità, a un
massimo di 50 dN/cm2 per murature in granito a
conci perfettamente squadrati. Valori che applica nella
verifica del dimensionamento utilizzando le formule della
compressione semplice, sc
= N / A, e della presso flessione, sc
= Ne /W + N/A impiegata per valutare gli effetti del
carico eccentrico trasmesso dai solai o dalla presenza del
vento.
Particolarmente
significativa è la tavola di predimensionamento dello
spessore delle murature in funzione dell’altezza che
ritroveremo in altri trattati, riletta e reinterpretata, e nei
regolamenti edilizi delle città tedesche della seconda metà
dell’Ottocento.

-
Gustav Aldoph Breymann, Baukonstruktionslehre, Band I,
Stein, edizione di Karlsruhe, 1903.
In
Italia il trattato di Giovanni Curioni (L'arte di
fabbricare, ossia Corso completo di istituzioni
teorico-pratiche per gli Ingegneri, per Periti in Costruzione
e pei Periti Misuratori, edito in sei volumi e
appendici, a Torino dal 1864 al 1884) riporta accurate tabelle
di resistenza dei mattoni in funzione della fornace, con
valori variabili da 40 dN/cm2 per i mattoni poco
cotti “albasi”, ai 150 dN/cm2 per quelli
“troppo cotti o ferrioli”.
Il
Manuale dell'Architetto di Daniele Donghi, edito a
Torino, nel 1905, ispirato, come afferma lo stesso autore, al Baukunde
des Architekten, riassume nel primo volume i temi della
“costruzione” trattati a livello di nozioni di base, una
sorta di sintesi dei fondamentali criteri di scienza e tecnica
delle costruzioni. Non mancano indicazioni sui valori di
resistenza dei materiali, come per esempio, la tabella
contenuta nel primo volume, inerente alla “resistenza allo
schiacciamento per varie qualità di mattoni”:
|
tipo
di mattone
|
carico
di rottura in dN/cm2 dell’elemento
|
carico
di sicurezza in dN/cm2 della muratura
|
|
mattoni
ordinari
|
150
- 200
|
6
- 8
|
|
mattoni
scelti
|
200
- 250
|
8
- 10
|
|
mattoni
durissimi
|
300
- 350
|
12
- 14
|
|
mattoni
pieni porosi
|
100
- 150
|
4
- 6
|
|
mattoni
vuoti porosi
|
50
- 80
|
2
- 3
|
|
mattoni
galleggianti
|
15
- 25
|
0,75
- 1
|
|
mattoni
forati o vuoti
|
100
- 150
|
4
|
La
tabella è oltremodo significativa, sia per i valori di
rottura sia per i coefficienti di sicurezza adottati,
dimostrando la diffusione assunta dalle sperimentazioni di
laboratorio e dalla diffusione del concetto di “carico di
sicurezza” della muratura.
Interessante
testimonianza sulla questione del dimensionamento delle
murature, è presente nel testo di Francesco Masciari-Genoese,
Trattato di costruzioni antisismiche, Milano, 1915.
Pubblicato dopo il violento terremoto di Messina del 1908, lo
scritto di Masciari sintetizza le conoscenze tecniche dei
primi del Novecento rilette in chiave sismica. Non mancano in
alcuni punti incertezze e dubbi, ma nell'ottica di restituire
un manuale pratico per il progetto degli edifici in zona
sismica, l'autore propone in sintesi le principali formule di
dimensionamento degli elementi costruttivi e in particolare
per le strutture in muratura.
Nel
capitolo XXIX disquisisce sulla stabilità delle murature,
affermando:
La
stabilità è tanto maggiore:
1°
quanto maggiore è il peso del corpo, a parità delle altre
condizioni;
2°
quanto più la verticale del suo baricentro è lontana dal
perimetro della base, cioè quanto più questa è ampia;
3°
quanto più il centro di gravità è vicino alla base.
Ne
consegue che un muro costrutto con materiali specificatamente
più pesanti di quelli di un altro, ha un grado maggiore di
stabilità di questo; ed in contrafforti e le scarpe,
ampliando la base, accrescono parimenti la stabilità. Lo
stesso dicasi dell'importante ufficio dei muri trasversali di
una casa, quando siano tra loro molto ravvicinati, cioè
quando essa sia, come suol dirsi, a telaio fitto. La stabilità
pertanto bisogna considerarla in rapporto alla distanza della
verticale del baricentro dallo spigolo più prossimo del
perimetro di base. La piramide tetraedrica è il corpo
geometrico più stabile, perché meglio degli altri risponde
alle dette condizioni di stabilità...
Si
dice inoltre che una costruzione si trova in condizioni di
stabilità allorché essa può rimanere inerte alle forze che
tenderebbero a rovesciarla, od a farla scorrere sul piano di
posa, ovvero a comprimerne i materiali; ed il grado di
stabilità del corpo, del sistema della costruzione, è
misurato dalla intensità della forza che devesi impiegare a
produrre detti effetti.
Successivamente
Masciari tratta della stabilità al rovesciamento delle
murature; ponendo l'equilibrio fra il “momento di
rovesciamento” e il “momento statico del muro”,
evidenzia il contributo dei contrafforti e tratta del
“periodo di oscillazione e vacillamento” del muro durante
un sisma. Inoltre Masciari dedica ampio spazio alla questione
delle tipologie, ribadendo i vantaggi della pianta simmetrica.
Nel capitolo “Condizioni speciali di stabilità e solidità
dei muri”, analizza le murature rispetto all'azione di
carichi laterali, e impone che “lo spessore dei muri e
simili, per la necessaria resistenza antisismica, si può
calcolare fino a 1/3 e a 1/2 circa superiore di quello
adottato in casi analoghi nelle regioni asismiche”.
Nel
capitolo sulle “armature” contro i “moti ondulatori”,
cioè i tiranti di collegamento da inserirsi negli edifici,
dopo numerose formule, Masciari afferma:
Quindi
per la massima accelerazione sismica orizzontale in Italia o
Europa, basta che un muro ben fatto abbia soltanto uno
spessore:
s
= 1/10 h
perché
esso si regga da sé nelle oscillazioni e non si rovesci. Il
calcolo confermò l'attendibilità delle formole empiriche
stabilite dal Rondelet, per determinare la grossezza da
assegnare ai muri isolati, in rapporto all'altezza, cioè di:
h/8,
h/10, h/12
secondo
che si vuole una grande, una media, una sufficiente stabilità;
anch'egli deducendola dall'osservazione di numerosi fabbricati
che avevano dato prova di inalterata stabilità, eziandio a
prova di terremoti, nel lungo periodo della loro esistenza.
Giuseppe
Colombo nel Manuale dell’ingegnere (Milano,
1877, ed. 1971) riporta una serie di carichi di sicurezza
delle murature, elaborati tenendo in considerazione la
resistenza degli elementi componenti e delle malte:
Per
muri di spessore >= 0,45 m si possono ritenere i seguenti
carichi di sicurezza in dN/cm2:
muro
di mattoni con malta comune 5
con
malta di cemento 7,5
muro
di pietrame con malta comune 4
con
malta di cemento 5
calcestruzzo
comune 5-6
calcestruzzo
con cemento 8-15 secondo la ricchezza del cemento.
Per
muri di spessore < 0,45 m si ridurrà il carico a 1/2-1/3
dei valori precedenti; per pilastri a 1/2.
Per
quanto riguarda lo spessore delle muratura, troviamo ancora
una volta la regole di Rondelet:
Muri
e pilastri isolati di altezza h: spessore s = da 1/8 a
1/10 h
Negli
edifici pluripiano con murature in mattoni e solai, il minimo
spessore dei muri portanti viene sancito in 3 teste; per i
muri dei piani inferiori propone l'aumento di una testa per
piano nei muri perimetrali esterni e di una testa ogni due
piani per i muri interni. I muri “di tramezzo” che
sostengono i solai e scale “almeno tre teste per tutta
l'altezza”. Tramezze secondarie “spessore costante di due
teste o una o 1/2 a seconda dei casi”. Come si vede il
Colombo propone un criterio di proporzionamento di estrema
modernità in quanto garantisce, senza troppe sofisticazioni,
una adeguata stabilità in ogni situazione. Per gli edifici
pluripiano con larghezza “di fabbricato” non superiori a
12-15 metri e 1 o 2 file di colonne, Colombo ripropone la
regola dello spessore non inferiore alle 3 teste, con riseghe
di una testa per piano. Per i “capannoni industriali” lo
spessore dei muri d'ambito viene proposto da 2 a 4 teste
secondo l'altezza, rinforzati da lesene a distanze che variano
dai 4 ai 7 metri.
Altri
manuali ritengono invece che le lesene debbano avere interassi
minori. Il concetto di “rinforzare” la muratura con lesene
e articolazioni planimetriche appare spesso come metodo più
idoneo per migliorare l'inerzia del setto murario, e nel caso
delle presenza di capriate, travi di colmo, o rompitratta, per
risolvere il problema della necessaria profondità
dell'appoggio, regola oggi spesso disattesa.
Negli
anni Trenta Emilio Marrullier, Egidio Garuffa, nell’Enciclopedia
delle conquiste dell’industria, ripropongono a grandi
linee gli stessi valori di carico di sicurezza del Colombo:
Muri...
Se i muri sono destinati a sorreggere semplici solai e tetti
la loro grossezza di fissa, col criterio di far corrispondere
ad ogni centimetro quadrato della base di ogni tratto
verticale, un peso non superiore ai 5 o 6 chilogrammi. Se ai
muri si appoggiano delle volte, oltre a tener conto del carico
occorre aver riguardo alla spinta che la forma incurvata della
volta produce, la quale spinta tendendo a rovesciarli in
fuori, deve essere controbilanciata dal loro peso od
altrimenti venire eliminata con catena di ferro (barre
colleganti i muri opposti e ad essi trattenute con chiavarde).
E
se i muri sono di perimetro, il loro spessore si determina non
solo in relazione alla resistenza di cui bisogna dotarli, ma
altresì all’ufficio che devono compiere di impedire la
facile dispersione del calore degli ambienti e l’ingresso
del freddo esterno.
La
grossezza dei muri, pertanto, risulta minima all’ultimo
piano, cresce col succedersi di questi e diventa massima al
pianterreno. La rastremazione progressiva (diminuzione di
spessore) si pratica per salti, e cioè, lasciando una risega
di circa 10 cm, in corrispondenza di ciascun pavimento...
Fino
alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le regole del
Rondelet per il dimensionamento delle murature rappresentano
un fondamentale riferimento per la determinazione degli
spessori, con alcune diverse interpretazioni, da manuale a
manuale, riconducibili comunque ai seguenti rapporti:
spessore
murature in pietrame o in mattoni con “ampia sicurezza”:

spessore
murature in mattoni o pietra squadrata:

Stabilito
lo spessore di massima con queste elementari regole, si
applicava la formula della compressione semplice, rispetto a
contenute tensioni di riferimento, da 3-4 dN/cm2
per le murature in pietrame, a 8-10 dN/cm2, per
quelle in mattoni e fino a 20 dN/cm2 per quelle in
pietra e malta di buona qualità
Le
murature in pietra a conci perfettamente squadrati divengono
sempre meno frequenti, per scomparire quasi del tutto nel
secondo dopoguerra, tranne che nelle regioni del Sud Italia
dove era ed è tuttora presente una pietra come il tufo che
permette murature con carico di sicurezza non superiori a 3-4
dN/cm2.
Come
ribadito da diversi autori, difficilmente nelle costruzioni in
muratura, con spessori di circa 1/10 dell’altezza libera,
magari aumentati di una testa per ogni piano, si raggiungevano
al piede stati tensionali molto elevati. Il problema maggiore
consisteva nella presenza del carico eccentrico dovuto ad
eventuali volte, peraltro sempre meno impiegate, e nella
adeguata profondità di appoggio delle travi entro la
muratura, problema in genere risolta utilizzando valori
tensionali molto ridotti.
Gli
spessori minimi delle murature erano comunque in genere più
consistenti degli odierni, risolvendo in parte i problemi
derivati dalla concentrazione dei carichi trasmessi da travi o
capriate (muri in mattoni da 36 a 40 cm a seconda delle
dimensioni del mattone ancora non unificato, pietrame da 40 a
50 cm, conci lapidei perfettamente squadrati non meno di 30
cm).
Il
problema delle opere murarie esposte all’azione del vento
appare presente già in alcuni manuali della seconda metà
dell’Ottocento. Il Claudel, precedentemente citato,
proponeva una tabella di comparazione fra l’impetuosità del
vento e l’azione diretta nelle superfici esposte,
analogamente a quanto fatto dal Masciari. Fino alla prima metà
del Novecento il carico del vento era preso in considerazione
solo per edifici di altezza superiore ai tre piani e comunque
in zone particolarmente e notoriamente esposte al vento. In
generale si registrano valori di carico laterale, staticizzati,
compresi fra 50 dN/m2 e 250 dN/m2. Il
carico del vento era considerato applicato a “metà
parete” esposta e imponendo l’equilibrio fra il “momento
rovesciante” e quello “stabilizzante” dovuto alla massa
muraria, analogamente a quanto fatto nei muri di sostegno
delle terre.
Attorno
alla metà del Novecento iniziano a diffondersi le normative
per le costruzioni in muratura, norme che in Italia sono rese
attive solo dal 1987.
Per
esempio, il British Standard Code of Pratice, degli
anni Cinquanta e Sessanta imponeva il seguente criterio per il
dimensionamento delle murature:
rapporto
empirico di snellezza =

Carico
di sicurezza k con elementi caratterizzati da un carico di
rottura non inferiore a 200 dN/cm2:
per
“snellezza” 10
k = 12 dN/cm2
per
“snellezza” 12
k = 10 dN/cm2
per
“snellezza” 18
k = 6 dN/cm2
per
“snellezza” 24
k = 4 dN/cm2
Le
norme tedesche, Din 1053, fino agli anni Sessanta, imponevano
uno spessore minimo delle murature portanti di 24 cm; per le
pareti interne “caricate” con spessore inferiore a 24 cm,
era ammessa la riduzione dello spessore fino a 11,5 cm, purché
la tensione al piede non superasse 2,75 dN/cm2, e
l’edificio fosse di non oltre tre piani.
La
normativa italiana del 1987 e l’Eurocodice hanno
sancito regole e procedimenti molto efficaci, permettendo
anche il calcolo semplificato degli edifici in muratura di non
oltre tre piani fuori terra.
La
verifica semplificata, che ha avuto notevole influenza nella
diffusione della muratura portante, anche se spesso
relegandola all’edificato minore, è resa possibile se
l’edificio è nelle seguenti condizioni:
-
costruzione di non oltre 3 piani fuori terra (oltre a un
semi-interrato con setti in calcestruzzo armato);
-
planimetria regolare inscrivibile in una figura rettangolare
con il lato minore non inferiore a 1/3 di quello maggiore;
-
area delle sezioni di muratura resistente alle azioni
(verticali e orizzontali) non inferiore al 4% della superficie
totale dell'edificio, in ciascuna delle due direzione
principali, escluse le parti aggettanti (non sono presi in
considerazione i muri di lunghezza inferiore ai 50 cm)
-
spessore delle murature non inferiore a 1/12 dell'altezza
libera di interpiano;
Se
queste condizioni sono rispettate è ammessa la verifica con:
s
= N / (0,65 A) < sammissibile
dove:
s
= sollecitazione unitaria a compressione
N
= totalità dei carichi al piede della muratura
A
= superficie della muratura al piede.
Nel
caso di costruzioni in muratura in zona sismica, ferme
restando le precedenti prescrizioni, il dimensionamento
semplificato può essere eseguito adottando quanto prescritto
dalla normativa del 16-1-1996, che prevede:
s
= N / (0,5 A) < sammissibile
Per
gli edifici di oltre tre piani l’attuale normativa impone il
procedimento di calcolo completo con l’espletamento delle
seguenti verifiche attuabili sia con il metodo delle tensioni
ammissibili sia con quello semiprobabilistico agli stati
limite.
Il
progresso dei procedimenti di calcolo e verifica quindi ha
avuto una naturale ed ovvia evoluzione, ma richiedono ancora
una accurata riflessione. I calcoli troppo sofisticati non
sempre sono gratificanti a causa di una realtà costruttiva
incerta e imprecisa per la natura stessa del materiale.
E’
sufficiente pensare alla variazione di valori di resistenza di
un elemento per murature, delle malte, e alle incertezze di
posa in opera, in particolare lo spessore dei giunti di malta,
sempre diverso e irregolare.
Torna
allora in primo piano l’arte del costruire, quel complesso
di regole sancite dall’esperienza che permettono di
impostare strutture e soluzioni costruttive secondo precetti
specificatacamente dedicati all’architettura e che tornano
ad essere di grande attualità se riletti nella loro essenza.
Costruzioni.net
ringrazia Tecnologos.it
per aver permesso la pubblicazione del presente
articolo.
HOME
SU |