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1/ Il landscape design a New York
Domus
racconta come a New York, nell’ultimo decennio, un
numero crescente di aziende del paesaggio abbiano fatto
della consapevolezza ecologica e della eco-sostenibilità
gli elementi chiave del loro lavoro. Questa nuova
concezione dell’architettura sembra oggi esprimere
meglio l’umore della città, ed è rappresentata da due
progetti di grande rilevanza: il progetto di Diller
Scofidio + Renfro in collaborazione con Field
Operations per la riqualificazione della High Line, e
quello del giardino pensile per il MoMA di Ken Smith.
La
High Line fu costruita tra il 1929 e il 1934 e restò
attiva fino al 1980, quando l’intera circolazione
ferroviaria fu abolita. Nel 2003 l’amministrazione
comunale di New York ha deciso di stanziare dei fondi
per un progetto destinato a trasformare la linea
ferroviaria in un parco passeggiata di sette acri.
Il
progetto
di Field Operations e Diller Sconfidio + Renfro è
basato su un sistema che gli architetti chiamano ‘agri-tettura’.
L’idea che lo sostiene è che il miglior completamento
paesaggistico per questo tipo di struttura debba essere
un paesaggio intatto o addirittura vergine, in grado
di bilanciare le linee nette dell’architettura,
preservando l’atmosfera ‘surreale e da altro mondo’ e il
carattere ecologico della natura selvatica della linea
ferroviaria.
Il
progetto dell’architetto newyorkese Ken Smith,
chiamato a realizzare un giardino pensile che troverà
spazio sul tetto della nuova ala del MoMA, si fonda
invece sul concetto di mimetizzazione, inteso come
commistione tra lo stile urbano e il paesaggio naturale.
Smith appartiene ad una nuova generazione di architetti
paesaggisti le cui opere sono caratterizzate da un uso
esuberante di colori, materiali artificiali, scale
surreali e senso dell’umorismo. Uno stile che, per il
prestigioso museo di New York, ha dato vita ad uno
spazio artificiale fatto di frammenti di vetro e di
marmo, plastica nera riciclata, topiari in plastica
verde e legno di bosso e coni cavi in plastica bianca e
nera. Il risultato ottenuto è divertente, originale
e affascinante da vedere.
Il
giardino non sarà accessibile al pubblico, ma potrà
essere ammirato soltanto dall’alto, da un’angolatrura
molto scoscesa.
2/
Medellín e l’urbanistica della cocaina: bombe ed
esplosivo ridisegnano la mappa della città
Lo
sviluppo urbanistico di Medellìn, città moderna e
cosmopolita, si è svolto tutto tra il 1975 e il 1994,
ed è attribuibile al fiume di dollari che invase la
Colombia in quegli anni grazie al traffico di cocaina
raffinata verso gli Stati Uniti. Oggi, dopo quattordici
anni, circa sessanta edifici appartenenti ai
narcotrafficanti sono in attesa di passare
definitivamente alla proprietà pubblica. Si tratta di
una collezione di architetture bizzarre, prodotte dalle
fantasie di un benessere pacchiano, scheletri di edifici
danneggiati dal tritolo, discoteche convertite in
scuole, tenute principesche in abbandono. Juan
Camilo Mendina Ramirez racconta a domus la città
di Medellín attraverso quattro edifici simbolo: il
Dallas, il Monáco, il Loma Linda e l’Ovni.
Il
Dallas è uno dei tanti scheletri di cemento, marmo e
dinamite che punteggiano il paesaggio del settore del
Poblado, la zona più ricca di Medellín. Non venne mai
inaugurato: il 19 aprile 1993 due cariche di 50 chili di
eplosivo vennero fatte brillare da Los Pepes, un gruppo
terrorista in conflitto con l’organizzazione di Pablo
Escobar. L’edificio fu gravemente dannegiato, ma la sua
struttura, pensata come quella di un bunker, resistette
all’urto.
A
prova di attentato si dimostrò anche il Monáco, la prima
delle residenze di Escobar colpite da un’autobomba nel
1998, che, dal 2000, ospita la Direzione Amministrativa
e Finanziaria della Pubblica Accusa del Tribunale.
Nella “milla de oro” del Poblado si trova anche il Loma
Linda, un gigantesco centro commerciale; la costruzione
del mall è stata abbandonata nel 1994, poco dopo la
morte di Escobar. Oggi resta un’enorme massa di cemento
armato lasciato a vista. E infine l’Ovni, un edificio
proprietà del luogotenente di Escobar, assassinato un
anno prima di lui, dove oggi si trova la fondazione
Hogares Claret, che si occupa del recupero dei
tossicodipendenti.
3/
The Turbulence House, una piccola casa attraversata dai
venti del New Mexico
E’
stato l’artista statunitense Richard Tuttle ad affidare
a Steven Holl il compito di progettare una struttura in
grado di alloggiare gli ospiti per la sua casa ad Abique,
nel deserto del New Messico.
Nasce così la Turbulence House, una costruzione che
si sviluppa attorno ad un vuoto e consiste in un
involucro teso da un’intelaiatura in alluminio i cui
componenti sono stati prefabbricati in Kansas e poi
assemblati nel sito definitivo. La struttura è
riparata dalla luce, e i venti del deserto possono
attraversarla grazie ad un passaggio ricavato al suo
interno, che incanala il vento estivo nella struttura
rinfrescandola. Concepita come un’unità autonoma è
autosufficiente dal punto di vista elettrico ed è dotata
di una cisterna per l’acqua piovana.
Nella Turbulence House Steven Holl ha definito un nuovo
paradigma della casa del futuro: non solo si è liberi di
inventarla, ma la si può anche ordinare fornendo via
e-mail tutte le informazioni necessarie.
Il
progetto è stato elaborato simultaneamento per due
diverse localizzazioni e destinazioni:
oltre a essere una casa per ospiti in New Mexico,
questa ‘casa dei venti’ troverà posto a Schio, in
provincia di Vicenza, dove diventerà un padiglione
per opere d’arte.
4/
Jan Kaplicky – Stefano Boeri: la questione Pyongyang
Dopo la pubblicazione su domus 882, nel giugno
scorso, del reportage da Pyongyang, molte sono state le
voci che si sono levate pro e contro l’iniziativa del
direttore, Stefano Boeri,
che, dalla capitale nordcoreana, ha lanciato una
consultazione di idee ‘tra architettura e geopolitica’
per ripensare all’immensa piramide di cemento del
Ryugyong Hotel.
Sulla questione è intervenuto anche Jan Kaplicky,
l’architetto fondatore nel 1979 di Future Systems:
in una lettera indirizzata al direttore di domus
Kaplicky scrive: “Domus 882 del giugno 2005, con le
sue ventidue pagine e tre copertine di propaganda
nordcoreana, mi ha lasciato inorridito, sgomento,
sdeganto e infine addolorato. Propaganda a un regime
che calpesta i diritti umani. (…) Le immagini e il testo
dell’articolo che avete pubblicato sostengono un tale
impero del male senza nemmeno un commento critico. (…)
Inoltre ciò ci cui parlate non è nemmeno architettura,
forse solo mucchi di mattoni e cemento, L’hotel
Ryugyong non è certamente architettura: è vuoto al suo
interno non c’è anima viva”. Kaplicky conclude
affermando “L’architettura moderna non può esistere
senza esseri umani liberi”.
A
questa, come ad altre critiche, risponde sul numero di
questo mese Stefano Boeri.
“La dimensione politica dell’architettura non sta
nelle etichette colorate che aggiungiamo ai nostri
progetti e neppure nell’altisonanza delle nostre
dichiarazioni politiche; sta nel produrre una conoscenza
utile e critica sul mondo contemporaneo; utile perché
critica…Nei mesi scorsi – scrive Boeri – abbiamo
raccontato su domus le città nucleari e proibite dell’ex
Unione Sovietica, le rotte dei clandestini nel
mediterraneo, lo sfruttamento selvaggio degli immigrati
nei cantieri di Shanghai, o il carcere infernale di
Buenos Aires. E con lo stesso spirito, quello di
un’indagine sullo spazio locale, siamo andati a
Pyongyang. Da dove abbiamo raccontato – senza
bisogno di proclami ideologici – una città
agghiacciante, percorsa da immense strade vuote (…).
Una città punteggiata da immensi monumenti semivuoti e
rotante attorno ad un gigantesco rudere – il Ryugyong
Hotel – simbolo e incidente di percorso di un regime
fallimentare, che sta forse cercando di uscire da un
isolamento suicida”.
Boeri difende dunque la sua scelta, quella di fare del
Ryugyong Hotel un ponte simbolico, uno spiraglio per
denunciare una dittattura e aprire una fessura nel suo
isolamento. Come sottolinea ancora il direttore di
domus “…
a volte lo sguardo
dell’architettura può rivelare punti di debolezza e
spiragli che la politica delle spie e delle diplomazie
internazionali non sa neppure cercare.”
5/ I
nuovi prodotti, disegnati da James Irvine con Alberto
Meda e IDEO, rilanciano lo storico marchio Olivetti
La
storia recente della Olivetti,
grande marchio italiano, un tempo leader con il suo
design e la sua tecnologia, nella scrittura (la mitica
“Lettera 22”), nel calcolo (la “Divisumma”) e nella
comunicazione, ha significato per molti la fine di
quel capitalismo italiano che Adriano Olivetti
rappresentava, un capitalismo di comunità, basato sul
rapporto fabbrica-territorio, in grado di coniugare
grandi gruppi, saperi territoriali, innovazione
tecnologica, design e manifattura.
Da
questo gruppo giunge oggi un segnale importantissimo di
rilancio. Da settembre tre nuove stampanti, due
disegnate da James Irvine e Alberto Meda e una
da IDEO, entreranno in competizione con i grandi marchi
globali. Attraverso questi oggetti domus racconta
la rinascita di un marchio il cui stile è ancora un
fattore competitivo.
James Irvine e Alberto Meda hanno disegnato per la
Olivetti la macchina multifunzionale ink-jet a colori
ANY_WAY, che integra in un unico oggetto le funzioni di
stampante, scanner, copiatrice e fax.
L’approccio di Irvine e Meda è stato quello di definire
per questo oggetto, che nasce per l’ufficio,
un’architettura chiara pensata in funzione dell’ambiente
domestico; a questo scopo hanno modificato le
disposizioni interne tradizionali, arrivando a produrre
una soluzione inedita della testina a cui si accede
dall’alto, aprendo la macchina come un libro.
Al
rilancio del marchio Olivetti contribuirà anche IDEO,
che per l’azienda canavese ha disegnato la stampante
portatile MY_WAY, con la quale la Olivetti lancia una
nuova generazione di oggetti connessi allo sviluppo
della telefonia mobile.
MY-WAY, infatti, è in grado di stampare fotografie
scattate con il cellulare grazie allo sviluppo delle
modalità di collegamento Bluetooth e Wi-Fi, fornite di
serie, che aprono nuove prospettive di utilizzo per
questo oggetto legate alla sua portabilità. |