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                                                    le costruzioni in rete

Sul numero di settembre di domus: l’architettura del paesaggio a New York, l’urbanistica della cocaina e delle bombe a Medellín e la Turbulence House di Steven Holl

Il reportage di domus da Pyongyang: Stefano Boeri risponde a Jan Kaplicky sulle ragioni dell’iniziativa

Olivetti: il rilancio industriale di un grande marchio del made in Italy grazie ai nuovi prodotti disegnati da IDEO e James Irvine con Alberto Meda

 Ufficio Stampa domus

Data di pubblicazione: 09/2005

  

1/ Il landscape design a New York

Domus racconta come a New York, nell’ultimo decennio, un numero crescente di aziende del paesaggio abbiano fatto della consapevolezza ecologica e della eco-sostenibilità gli elementi chiave del loro lavoro. Questa nuova concezione dell’architettura sembra oggi esprimere meglio l’umore della città, ed è rappresentata da due progetti di grande rilevanza: il progetto di Diller Scofidio + Renfro in collaborazione con Field Operations per la riqualificazione della High Line, e quello del giardino pensile per il MoMA di Ken Smith.

La High Line fu costruita tra il 1929 e il 1934 e restò attiva fino al 1980, quando l’intera circolazione ferroviaria fu abolita. Nel 2003 l’amministrazione comunale di New York ha deciso di stanziare dei fondi per un progetto destinato a trasformare la linea ferroviaria in un parco passeggiata di sette acri.

Il progetto di Field Operations e Diller Sconfidio + Renfro è basato su un sistema che gli architetti chiamano ‘agri-tettura’. L’idea che lo sostiene è che il miglior completamento paesaggistico per questo tipo di struttura debba essere un paesaggio intatto o addirittura vergine, in grado di bilanciare le linee nette dell’architettura, preservando l’atmosfera ‘surreale e da altro mondo’ e il carattere ecologico della natura selvatica della linea ferroviaria.

Il progetto dell’architetto newyorkese Ken Smith, chiamato a realizzare un giardino pensile che troverà spazio sul tetto della nuova ala del MoMA, si fonda invece sul concetto di mimetizzazione, inteso come commistione tra lo stile urbano e il paesaggio naturale. Smith appartiene ad una nuova generazione di architetti paesaggisti le cui opere sono caratterizzate da un uso esuberante di colori, materiali artificiali, scale surreali e senso dell’umorismo. Uno stile che, per il prestigioso museo di New York, ha dato vita ad uno spazio artificiale fatto di frammenti di vetro e di marmo, plastica nera riciclata, topiari in plastica verde e legno di bosso e coni cavi in plastica bianca e nera. Il risultato ottenuto è divertente, originale e affascinante da vedere.

Il giardino non sarà accessibile al pubblico, ma potrà essere ammirato soltanto dall’alto, da un’angolatrura molto scoscesa.

 

2/ Medellín e l’urbanistica della cocaina: bombe ed esplosivo ridisegnano la mappa della città

Lo sviluppo urbanistico di Medellìn, città moderna e cosmopolita, si è svolto tutto tra il 1975 e il 1994, ed è attribuibile al fiume di dollari che invase la Colombia in quegli anni grazie al traffico di cocaina raffinata verso gli Stati Uniti. Oggi, dopo quattordici anni, circa sessanta edifici appartenenti ai narcotrafficanti sono in attesa di passare definitivamente alla proprietà pubblica. Si tratta di una collezione di architetture bizzarre, prodotte dalle fantasie di un benessere pacchiano, scheletri di edifici danneggiati dal tritolo, discoteche convertite in scuole, tenute principesche in abbandono. Juan Camilo Mendina Ramirez racconta a domus la città di Medellín attraverso quattro edifici simbolo: il Dallas, il Monáco, il Loma Linda e l’Ovni.

Il Dallas è uno dei tanti scheletri di cemento, marmo e dinamite che punteggiano il paesaggio del settore del Poblado, la zona più ricca di Medellín. Non venne mai inaugurato: il 19 aprile 1993 due cariche di 50 chili di eplosivo vennero fatte brillare da Los Pepes, un gruppo terrorista in conflitto con l’organizzazione di Pablo Escobar. L’edificio fu gravemente dannegiato, ma la sua struttura, pensata come quella di un bunker, resistette all’urto.

A prova di attentato si dimostrò anche il Monáco, la prima delle residenze di Escobar colpite da un’autobomba nel 1998, che, dal 2000, ospita la Direzione Amministrativa e Finanziaria della Pubblica Accusa del Tribunale.

Nella “milla de oro” del Poblado si trova anche il Loma Linda, un gigantesco centro commerciale; la costruzione del mall è stata abbandonata nel 1994, poco dopo la morte di Escobar. Oggi resta un’enorme massa di cemento armato lasciato a vista. E infine l’Ovni, un edificio proprietà del luogotenente di Escobar, assassinato un anno prima di lui, dove oggi si trova la fondazione Hogares Claret, che si occupa del recupero dei tossicodipendenti.

 

3/ The Turbulence House, una piccola casa attraversata dai venti del New Mexico

E’ stato l’artista statunitense Richard Tuttle ad affidare a Steven Holl il compito di progettare una struttura in grado di alloggiare gli ospiti per la sua casa ad Abique, nel deserto del New Messico.

Nasce così la Turbulence House, una costruzione che si sviluppa attorno ad un vuoto e consiste in un involucro teso da un’intelaiatura in alluminio i cui componenti sono stati prefabbricati in Kansas e poi assemblati nel sito definitivo. La struttura è riparata dalla luce, e i venti del deserto possono attraversarla grazie ad un passaggio ricavato al suo interno, che incanala il vento estivo nella struttura rinfrescandola. Concepita come un’unità autonoma è autosufficiente dal punto di vista elettrico ed è dotata di una cisterna per l’acqua piovana.

Nella Turbulence House Steven Holl ha definito un nuovo paradigma della casa del futuro: non solo si è liberi di inventarla, ma la si può anche ordinare fornendo via e-mail tutte le informazioni necessarie.

Il progetto è stato elaborato simultaneamento per due diverse localizzazioni e destinazioni: oltre a essere una casa per ospiti in New Mexico, questa ‘casa dei venti’ troverà posto a Schio, in provincia di Vicenza, dove diventerà un padiglione per opere d’arte.

 

4/ Jan Kaplicky – Stefano Boeri: la questione Pyongyang

Dopo la pubblicazione su domus 882, nel giugno scorso, del reportage da Pyongyang, molte sono state le voci che si sono levate pro e contro l’iniziativa del direttore, Stefano Boeri, che, dalla capitale nordcoreana, ha lanciato una consultazione di idee ‘tra architettura e geopolitica’ per ripensare all’immensa piramide di cemento del Ryugyong Hotel.

Sulla questione è intervenuto anche Jan Kaplicky, l’architetto fondatore nel 1979 di Future Systems: in una lettera indirizzata al direttore di domus Kaplicky scrive: “Domus 882 del giugno 2005, con le sue ventidue pagine e tre copertine di propaganda nordcoreana, mi ha lasciato inorridito, sgomento, sdeganto e infine addolorato. Propaganda a un regime che calpesta i diritti umani. (…) Le immagini e il testo dell’articolo che avete pubblicato sostengono un tale impero del male senza nemmeno un commento critico. (…) Inoltre ciò ci cui parlate non è nemmeno architettura, forse solo mucchi di mattoni e cemento, L’hotel Ryugyong non è certamente architettura: è vuoto al suo interno non c’è anima viva”. Kaplicky conclude affermando “L’architettura moderna non può esistere senza esseri umani liberi”.

A questa, come ad altre critiche, risponde sul numero di questo mese Stefano Boeri. “La dimensione politica dell’architettura non sta nelle etichette colorate che aggiungiamo ai nostri progetti e neppure nell’altisonanza delle nostre dichiarazioni politiche; sta nel produrre una conoscenza utile e critica sul mondo contemporaneo; utile perché critica…Nei mesi scorsi – scrive Boeri – abbiamo raccontato su domus le città nucleari e proibite dell’ex Unione Sovietica, le rotte dei clandestini nel mediterraneo, lo sfruttamento selvaggio degli immigrati nei cantieri di Shanghai, o il carcere infernale di Buenos Aires. E con lo stesso spirito, quello di un’indagine sullo spazio locale, siamo andati a Pyongyang. Da dove abbiamo raccontato – senza bisogno di proclami ideologici – una città agghiacciante, percorsa da immense strade vuote (…). Una città punteggiata da immensi monumenti semivuoti e rotante attorno ad un gigantesco rudere – il Ryugyong Hotel – simbolo e incidente di percorso di un regime fallimentare, che sta forse cercando di uscire da un isolamento suicida”.

Boeri difende dunque la sua scelta, quella di fare del Ryugyong Hotel un ponte simbolico, uno spiraglio per denunciare una dittattura e aprire una fessura nel suo isolamento. Come sottolinea ancora il direttore di domus a volte lo sguardo dell’architettura può rivelare punti di debolezza e spiragli che la politica delle spie e delle diplomazie internazionali non sa neppure cercare.

 

5/ I nuovi prodotti, disegnati da James Irvine con Alberto Meda e IDEO, rilanciano lo storico marchio Olivetti

La storia recente della Olivetti, grande marchio italiano, un tempo leader con il suo design e la sua tecnologia, nella scrittura (la mitica “Lettera 22”), nel calcolo (la “Divisumma”) e nella comunicazione, ha significato per molti la fine di quel capitalismo italiano che Adriano Olivetti rappresentava, un capitalismo di comunità, basato sul rapporto fabbrica-territorio, in grado di coniugare grandi gruppi, saperi territoriali, innovazione tecnologica, design e manifattura.

Da questo gruppo giunge oggi un segnale importantissimo di rilancio. Da settembre tre nuove stampanti, due disegnate da James Irvine e Alberto Meda e una da IDEO, entreranno in competizione con i grandi marchi globali. Attraverso questi oggetti domus racconta la rinascita di un marchio il cui stile è ancora un fattore competitivo.

James Irvine e Alberto Meda hanno disegnato per la Olivetti la macchina multifunzionale ink-jet a colori ANY_WAY, che integra in un unico oggetto le funzioni di stampante, scanner, copiatrice e fax. L’approccio di Irvine e Meda è stato quello di definire per questo oggetto, che nasce per l’ufficio, un’architettura chiara pensata in funzione dell’ambiente domestico; a questo scopo hanno modificato le disposizioni interne tradizionali, arrivando a produrre una soluzione inedita della testina a cui si accede dall’alto, aprendo la macchina come un libro.

Al rilancio del marchio Olivetti contribuirà anche IDEO, che per l’azienda canavese ha disegnato la stampante portatile MY_WAY, con la quale la Olivetti lancia una nuova generazione di oggetti connessi allo sviluppo della telefonia mobile. MY-WAY, infatti, è in grado di stampare fotografie scattate con il cellulare grazie allo sviluppo delle modalità di collegamento Bluetooth e Wi-Fi, fornite di serie, che aprono nuove prospettive di utilizzo per questo oggetto legate alla sua portabilità.

 
 




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