
Forme diffe(re)ferenziate.
Soluzioni architettoniche immerse
nel fluttuante informatico,
composizioni, renderigs tanto
perfetti quanto plastificati,
immagini verosimili a cosa?
La
realtà, nello spazio e della materia
dei corpi, contiene l’effetto tempo
che, come funzione, ancora non è
stata prevista dalle infinite
librerie dei soliti ‘meccanici’
programmi di modellazione (http://www.costruzioni.net/transitorieta.htm).
Intorno alle
immagini dell’ultima meraviglia (qualuque)
architettonica, c’è sempre la
volumetricamente triste città.
Un’omologata, uguale ripetitiva
costante ritmica realizzazione di
cubo-casette che rimangono uno fondo
grigio rispetto all’opera
(qualunque) di innestimabile valore
architettonico. Intorno però, quelle
misere composizioni quadrangolari
che s’inchinano all’oggetto in
questione al nuovo vitello d’oro.
Ma la città?
Ma l’utopia
della città? Come dovrebbe essere la
città intorno a oggetti ‘isolati’
di questo genere? Può essere solo il
rapporto di distanza e la
differenza di trattamento, renderli
interessanti (
http://www.costruzioni.net/l%27uomourbano.htm)

La galleria
d’immagini, che la realtà
architettonica propone, continua la
sua pratica mediale, sempre poco
convincente. Architetture come spot
che valgono per quello che
presentano nell’attimo della loro
‘patinata’ uscita sulla tolda
informatizzata, e dalla relazione
che instaurano tra il
lettore-osservatore e la grafica
scelta dalla rivista o dal sito
indagato velocemente. Poi discorsi,
teorie, rappresentazioni, segni,
visioni, diventano un contorno
fumoso e a volte, clik e si
va’ avanti, un’altra bell’immagine
da osservare rimanendo estasiati
dalla potenza della
rappresentazione virtuale e dal
prossimo “sublime informatico” da
sviluppare nella sua ri-velata
magnificenza. New layer,
extrude along path, intersect
solid, nurbs, texture,
oppure luci da spot o
puntiformi o ancora
direzionali poi, occhio al
riflesso dei vetri e all’ombra su
quella superficie rugosa, ancora da
controllare …un solo momento…ok, va
bene così, anzi, va’ perfettamente
bene così. E’ così che può succedere
l’inevitabile; per esempio la
‘nuvola’ di Fuksas finisce per non
discostarsi dall’effetto “altare
della patria”, lo riconosciamo
tutti, (competenti in materia
compositiva e conoscendo il
‘segreto’ alchemico delle forme)
perché l’influenza volumetrica e i
rintocchi del ‘sublime’
convincono sempre, ma quanto la loro
retorica influenza percettiva.

Non ci si meraviglia più (questo è
allucinante), la città appare un
‘contorno’ come un’insignificante
brodaglia informe e ibrida,
l’effetto di un’immagine che
comunque la si guardi è
asimmetrica rispetto a una
relazionalità attesa con la
città; la realtà è un’altra cosa. (http://www.costruzioni.net/l%27uomoaltrove.htm)
La nuvola capitolina, più solida che
mai, peserà sui cittadini romani più
di quanto si possa immaginare, come
lo fa l’Altare della Patria posto in
un punto di cerniera tra la Roma
antica e la città contemporanea,
creato come segno (pesante) dalla
grandezza …dei simboli che,
messi alla rinfusa ed esagerati
nelle dimensioni e a quella scala,
creano un’atmosfera surreale (enfatica-rappresentativo-scenografica).
Intorno, le casine e gli
omini di un plastico chiamato
città (http://www.costruzioni.net/luomodiffuso.htm),
sempre più in attesa di un’utopia
critica che la indaghi nella sua
essenza. Piccoli e indifesi gli
omini, di fronte al potere
virtuale viaggiano, ancora nel
(nuovo) polo fieristico di Milano.
Percettivamente sollecitate le
realzioni rimangono imbrigliate in
nasse illusoriamente
trasparenti che, da tempo, hanno già
catturano le loro visioni e i liberi
percorsi di una creatività a-tipica
e logorante dell’uguale visibile.
Ora si comprende cosa provano i
pesci prima di cadere in trappola;
la curiosità di una nuova fine.
Di fronte a queste soluzioni
spettacolari che sono in attesa che
qualcuno chiuda la scena, rimane
troppo difficile e troppo
impegnativa l’idagine, della e sulla
città, rispetto alla facilità del
potere a poco prezzo (scontato)
del viruale. Noi non siamo
convinti di queste soluzioni, il
nostro parere rimane sospeso in
quell’ambito di mediocrità e
ricerchiamo nuove utopie che
ritrovino la città nella sua
essenza, di questi esercizi di
stile trattati come frame
disarticolati e scomposti, sempre
troppo ‘isolati’ e scollegati, è
zeppa la realtà architettonica. Ma
esisterà ancora un città utopica
senza architetture logo-tipiche e
che giocano banalmente ancora un
avolta (poveri noi) sull’elementare
evidenziazione della forma-fondo?
Torniamo al blocco magico di
schizzi, (invece che dello scanner
tridimensionale ormai abusato) i
gesti della matita e il viaggio
della mano sul foglio lasciano il
computer e le sue congestionate,
infinite librerie, all’età della
pietra, se non al brodo primordiale,
del fluttuante virtuale. Il
segno di una matita è già traccia di
un’altra città, non ha bisogno di
superflue media-azioni, è
l’utopia che funziona così.

Schizzi di Paolo Marzano
Immagini di testa tratte dal sito:
http://www.archiportale.com/News/schedanews.asp?idDoc=9596&iDCat=37
http://www.archivioeuropeo.it/mestieri/nassa/nassa.htm