![]() ![]() ![]() ![]() |
Robert Campbel,
commentando sul Boston Globe il Convention &
Exhibition Centre progettato per la città da
Rafael Viñoly, notava che queste strutture
gigantesche solo con molta difficoltà vengono
assorbite dai tessuti urbani, sia pur dilatati,
delle metropoli americane, correndo anzi il
rischio di apparire come enormi scatoloni
decontestualizzati. E, in effetti, la nuova
opera, ubicata nella zona centrale del South
Boston Waterfront e completata nel 2004, ha
dimensioni gigantesche: occupa un’area che e'
stata stimata pari all’estensione di 12 campi di
football per una superficie utile di 157.935 mq.
di cui circa 50.000 per la sola exhibition hall.
C’e' voluta quindi tutta l’abilità di uno dei
professionisti più dotati d’America per riuscire
a trasformare quello che altrimenti sarebbe
stato un eco-mostro da 875 milioni di dollari in
un edificio convincente, in grado se non di
dialogare, almeno di confrontarsi con il
contesto urbano caratterizzato oltretutto, sul
lato sud, da un’edilizia residenziale minuta che
affaccia direttamente sul waterfront. Nato a
Montevideo, poi trasferitosi a Buenos Aires e,
infine, nel 1978 approdato negli Stati Uniti (
per sfuggire alla dittatura militare argentina,
sostiene lui; per semplici ragioni di
opportunità professionale e senza farsi scrupolo
di collaborare con il regime, sostengono invece
gli avversari che così gli hanno fatto saltare
la commessa del secolo, cioè l’incarico per la
ricostruzione delle Twin Towers, una volta che
era giunto a un soffio dal traguardo) Viñoly ha
al suo attivo realizzazioni in tutto il mondo,
tra le quali spicca il giustamente celebrato
International Forum di Tokyo (1996), un
capolavoro in cui la moderna tecnologia si
combina con una magistrale articolazione degli
spazi. Ed ha recentemente completato un altro
Convention Center a Pittsburgh (2003) mostrando
dei sapersi muovere con grande abilità
all’interno del non facile tema della grande
dimensione, del bigness direbbe Rem Koolhaas che
– lo notiamo a titolo di pura curiosità- gli e'
coetaneo (entrambi sono nati nel 1944, insieme a
Massimiliano Fuksas, Tom Mayne, Bernard Tschumi).
La strategia adottata da Viñoly per Boston e'
tanto semplice quanto convincente: un gigantesco
corpo centrale destinato alla sala per le
esposizioni, affiancato sui lati lunghi da spazi
più minuti per le attività complementari che ne
articolano la massa, evitando l’effetto
scatolone di cui dicevamo prima. A evitare, il
pericolo opposto, cioè di una eccessiva
frammentazione, provvede la copertura, una
brillante opera di ingegneria che sorretta da
esili pilastri a V , corre per tutta la
lunghezza dell’edificio, aggetta coraggiosamente
per evidenziare l’ingresso e, infine, garantisce
l’illuminazione dall’alto degli spazi
espositivi. Unità quindi nella diversità un po’
come, sempre con successo, Viñoly aveva
sperimentato in un’altra delle sue opere: il
Kimmel Centre for Performing Arts di
Philadelphia (2001), caratterizzato da una
grande copertura a volta in ferro e vetro e,
all’interno, da alcuni oggetti plasticamente
caratterizzati ( come uno scrigno –dichiara
Viñoly - in cui sono contenti alcuni preziosi
gioielli). Curatissima, come in tutte le opere
dello studio, l’esecuzione e la cura dei
dettagli: dalle esili e dinamiche strutture di
sostegno a V ai due ponti che, leggeri,
attraversano l’exhibition hall collegando tra
loro le strutture di servizio poste lungo le
ali, dai rivestimenti della copertura che vola
libera di supporti su una luce di 50 metri alle
grandi vetrate del salone per i ricevimenti che
affacciano sulla baia di Boston.
Apparso su L’arca novembre 2005



