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                                                    le costruzioni in rete

Viñoly a Boston

  Luigi PRESTINENZA PUGLISI

Data di pubblicazione: 23/11/2005

  www.prestinenza.it
 
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Robert Campbel, commentando sul Boston Globe il Convention & Exhibition Centre progettato per la città da Rafael Viñoly, notava che queste strutture gigantesche solo con molta difficoltà vengono assorbite dai tessuti urbani, sia pur dilatati, delle metropoli americane, correndo anzi il rischio di apparire come enormi scatoloni decontestualizzati. E, in effetti, la nuova opera, ubicata nella zona centrale del South Boston Waterfront e completata nel 2004, ha dimensioni gigantesche: occupa un’area che e' stata stimata pari all’estensione di 12 campi di football per una superficie utile di 157.935 mq. di cui circa 50.000 per la sola exhibition hall. C’e' voluta quindi tutta l’abilità di uno dei professionisti più dotati d’America per riuscire a trasformare quello che altrimenti sarebbe stato un eco-mostro da 875 milioni di dollari in un edificio convincente, in grado se non di dialogare, almeno di confrontarsi con il contesto urbano caratterizzato oltretutto, sul lato sud, da un’edilizia residenziale minuta che affaccia direttamente sul waterfront. Nato a Montevideo, poi trasferitosi a Buenos Aires e, infine, nel 1978 approdato negli Stati Uniti ( per sfuggire alla dittatura militare argentina, sostiene lui; per semplici ragioni di opportunità professionale e senza farsi scrupolo di collaborare con il regime, sostengono invece gli avversari che così gli hanno fatto saltare la commessa del secolo, cioè l’incarico per la ricostruzione delle Twin Towers, una volta che era giunto a un soffio dal traguardo) Viñoly ha al suo attivo realizzazioni in tutto il mondo, tra le quali spicca il giustamente celebrato International Forum di Tokyo (1996), un capolavoro in cui la moderna tecnologia si combina con una magistrale articolazione degli spazi. Ed ha recentemente completato un altro Convention Center a Pittsburgh (2003) mostrando dei sapersi muovere con grande abilità all’interno del non facile tema della grande dimensione, del bigness direbbe Rem Koolhaas che – lo notiamo a titolo di pura curiosità- gli e' coetaneo (entrambi sono nati nel 1944, insieme a Massimiliano Fuksas, Tom Mayne, Bernard Tschumi).
La strategia adottata da Viñoly per Boston e' tanto semplice quanto convincente: un gigantesco corpo centrale destinato alla sala per le esposizioni, affiancato sui lati lunghi da spazi più minuti per le attività complementari che ne articolano la massa, evitando l’effetto scatolone di cui dicevamo prima. A evitare, il pericolo opposto,  cioè di una eccessiva frammentazione, provvede la copertura, una brillante opera di ingegneria che sorretta da esili pilastri a V , corre per tutta la lunghezza dell’edificio, aggetta coraggiosamente per evidenziare l’ingresso e, infine, garantisce l’illuminazione dall’alto degli spazi espositivi. Unità quindi nella diversità un po’ come, sempre con successo, Viñoly aveva sperimentato in un’altra delle sue opere: il Kimmel Centre for Performing Arts di Philadelphia (2001), caratterizzato da una grande copertura a volta in ferro e vetro e, all’interno, da alcuni oggetti plasticamente caratterizzati  ( come uno scrigno –dichiara Viñoly - in cui sono contenti alcuni preziosi gioielli). Curatissima, come in tutte le opere dello studio, l’esecuzione e la cura dei dettagli: dalle esili e dinamiche strutture di sostegno a V ai due ponti che, leggeri, attraversano l’exhibition hall collegando tra loro le strutture di servizio poste lungo le ali, dai rivestimenti della copertura che vola libera di supporti su una luce di 50 metri alle grandi vetrate del salone per i ricevimenti che affacciano sulla baia di Boston.

Apparso su L’arca novembre 2005

 




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