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Luigi PRESTINENZA PUGLISI |
Data di
pubblicazione: 17/11/2005 |
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www.prestinenza.it |
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Nella prima metà degli anni Novanta, si registra una linea
minimalista in controtendenza al dominante decostruttivismo. Lo
testimonia nel 1992 la vittoria del progetto di Yusoke Fujiki al
concorso avente per tema una casa senza stile, promosso dalla
rivista Japan Architect. Nel 1995 Terence Riley organizza al MoMA la
mostra Light Construction. Sempre nel 1995 Rodolfo Machado e
Rodolphe el-Khoury scrivono Monolithic Architecture. Nel 1996
Vittorio Savi e Joseph M. Montaner pubblicano Less is More:
Minimalism in Architecture and Other Arts. Nel 1998, esce un libro,
edito dal NAi, dal titolo Supermodernism, scritto da Hans Ibelings.
E' il momento dei giapponesi: Toyo Ito, Shigeru Ban, Kazuyo Sejima,
Waro Kishi. E degli svizzeri. Il fenomeno ha presa internazionale.
In Olanda conta sulla generazione dei nuovi architetti che
interpretano in senso minimalista la lezione di Rem Koolhaas. E nei
paesi anglofoni si fa riferimento alle opere degli americani Steven
Holl, Billie Tsien e Tod Williams, e all'inglese David Chipperfield.
Nel 1997 Taniguchi, inaspettatamente, si aggiudica il concorso per
l'ampliamento del Museum of Modern Art.Il1 luglio del 1999 sempre al
MoMA di New York si apre la mostra The Un-Private House con un'ampia
selezione di architetti, che pur rifacendosi all'Information
Architecture, riducono a pochi segni il proprio lessico. Nel maggio
del 2000 si inaugura il nuovo edificio della Tate a Londra,
ristrutturato dagli svizzeri Herzog e de Meuron.
C'è voglia di purezza, semplicità, semplificazione. E di reazione
agli eccessi figurativi degli anni Ottanta per superare l'estetica
della frammentazione, del caos, dei frattali. Sul banco di accusa
naturalmente non sono né le magnifiche architetture di Gehry, né le
straordinarie frammentazioni di Libeskind, ne’l'esuberante
esplosività della Hadid. Ma piuttosto le opere minori di chi
risolveva i complessi problemi formali con travi storte, piani
inclinati e un titanismo espressivo, spesso inadeguato e
balbettante.
Tra i precursori della tendenza minimalista vi sono gli spagnoli
Abalos e Herreros, i quali ne hanno sostenuto le posizioni sia
attraverso i progetti sia con il lavoro teorico e didattico,
culminato nel libro del 1997 Areas de impunitad e in una serie di
scritti apparsi sulla rivista El Croquis.
Si tratta di posizioni teoriche rilevanti che meritano di essere
analizzate, anche perché emblematiche: esprimono insieme i punti di
forza e di debolezza di quello che oggi appare come un fenomeno
insieme propulsivo e di reazione.
Nel lavoro di Abalos e Herreros vi è, innanzi tutto, un rifiuto per
i grandi valori, le visioni assolutizzanti, le drammatizzazioni.
Insomma per tutte le certezze che, indicando la direzione verso la
quale l'architettura deve tendere, diminuiscono il fattore sorpresa
e, conseguentemente, il nostro interesse verso la disciplina. E, in
realtà, se noi osserviamo il concreto lavoro degli artisti, ci
accorgiamo che a guidarci raramente sono le grandi idee quanto,
spesso, la ricerca di un semplice piacere e, a volte, addirittura,
le nostre fobie, attraverso l'imperativo di evitare soluzioni già
percorse.
Quarantenni, Abalos e Herreros hanno incontrato, nel corso della
loro formazione universitaria, due figure contro le quali sono stati
costretti a fare i conti: Aldo Rossi e Robert Venturi. Li accusano
di aver tradito i valori disciplinari, nel paradossale tentativo di
perseguirli attraverso l'ossessiva attenzione ai segni.
L'architettura parlata, fondata sull'assoluto prevalere del
significante, si è trasformata spesso in un'architettura di carta
piena di tensioni nostalgiche e pronta a precipitare nel titanismo
alla Ben Hur di Leon Krier.
E' stato il dramma dei giovani formatisi a cavallo tra gli anni
Settanta e Ottanta: mentre fuori tutto era moderno - le canzoni, i
film, i romanzi, il modo di vivere- all'interno delle università di
architettura si praticava la nostalgia chiacchierona e solenne.
Meglio, allora, rifiutare lo storicismo postmoderno e tornare al
moderno, alla sua tradizione disciplinare, più poetica, meno
autocommiserante. Ma solo dopo averla vista con un occhio immorale,
o, meglio, disincantato (cioè realmente postmoderno) che permette di
sottrarre all'ansia modernista il suo substrato macchinista, cioè la
proiezione etica verso un mondo perfettamente organizzato come un
orologio svizzero. No a Ben Hur, quindi, ma anche no a Henry Ford.
Dal rifiuto del macchinismo deriva il sospetto per ogni concezione
che vede l'edificio come un organismo in cui l'esterno riflette
l'interno e viceversa. La facciata, sostengono Abalos e Herreros, è
fine a se stessa. La nobiltà risiede nella intensità. Gli oggetti
della nostra società -pensiamo alla Twingo o a uno Swatch- rifuggono
la profondità. E architetti quali Nouvel, Koolhaas, Herzog & de
Meuron dimostrano che è possibile realizzare edifici di grande
intensità con facciate completamente svincolate dallo spazio
interno. Fine del modernismo? Tutt’altro: forse fine del Calvinismo.
E ripresa di una tradizione che possiamo far risalire a Valéry il
quale sosteneva che ciò che é di più profondo é proprio la
superficie, la pelle. O, se vogliamo, ai filosofi Rorty, Deleuze e
Jamenson. Oppure, ancora, agli artisti del filone pop e minimalista:
da Andy Warhol a Jeffrey Koons.
La seconda conseguenza di un approccio modernista disincantato è il
rifiuto del particolare ineffabile. Cioè dell'ansia di disegnare
ogni dettaglio, sia pure il più insignificante. Abalos e Herreros
preferiscono lavorare con i cataloghi, assemblando e montando
oggetti di produzione industriale, già preconfezionati. In questo
modo, sostengono, sfruttano l'esperienza tecnologica che si accumula
nel tempo lavorando "with the intellectual and inventive energy of
others"; evitano l'ingenuità di dover ogni volta ripartire da zero;
abbandonano il professorale quanto dilettantistico atteggiamento di
chi, ogni volta, vuole spiegare al Mondo come le cose vadano fatte.
"Pop- come diceva Andy Warhol - is liking things". Da qui anche
l’accettazione del semplice e l'abolizione del complesso.
D'altronde la nostra società moderna tende alla trasparenza, alla
disapparizione. Pensiamo per esempio agli occhiali: sono stati
sostituiti dalle lenti a contatto e , presto, queste ultime saranno
eliminate grazie alla laserterapia. O al denaro sostituito dalle
carte di credito. L'amore per le cose - sostengono Abalos e Herreros
- è quindi minimizzazione della presenza e dematerializzazione. Cioè
leggerezza . Che può essere intesa in tre sensi. Come sostituzione
dei valori luminosi ai tettonici. Come sprezzatura, cioè facilità ad
eseguire operazioni complesse (la stessa facilità con la quale un
ballerino compie un salto mortale o un nuotatore scorre nell'acqua).
Come intellettualizzazione del processo a scapito della meccanicità
o della materialità.
Privata di segni, all’architettura restano due prospettive: trovare
rapporti più originali e stimolanti con gli utenti, stimolando nuovi
gradi di libertà per il corpo; lavorare sull'ornamento, sul graphic
design, sul packaging, sulla supergrafica. Abalos e Herreros le
perseguono entrambi. Ad esempio nelle case prefabbricate AH
(1994-86) dove agli spazi interni fluidi e di vago sapore miesiano
contrappongono involucri serigrafati con disegni ripresi
direttamente da Andy Warhol. O nella libreria a Madrid
caratterizzata da spazi cristallini ma dove sulle pareti e gli scuri
sono serigrafate scritte che alludono all'universo dei segni
racchiuso nei libri contenuti nell'edificio stesso.
Dicevamo all'inizio che Venturi è stato, insieme, a Rossi una
presenza ingombrante da rimuovere. Occorre però aggiungere che con
Venturi, diversamente da Rossi, Abalos e Herreros hanno mantenuto un
costante dialogo, fondato su una comune attenzione per il fenomeno
Pop. E su un condiviso disincanto verso lo spazio urbano, inteso,
nella sua configurazione tradizionale. Che senso ha, infatti,
progettare piazze , ispirate da modelli medioevali o rinascimentali,
quando è mutato, innanzi tutto, l'uomo che tali spazi occupava?
Nessuno, se non quello della regressione nostalgica.
E, viceversa, che senso ha opporsi titanicamente a una società dei
consumi di cui, nonostante tutto, divoriamo avidamente i prodotti?
Nessuno, perché la battaglia è ipocrita e perdente.
Ecco allora che emerge il bisogno di individuare una alternativa che
si distacchi tanto dalla nostalgia passatista quanto dal ribellismo
avanguardista. Abalos e Herreros provano a delinearla a partire
dalla filosofia pragmatista di Richard Rorty, secondo il quale è
possibile guadagnare frammenti di libertà individuale, pur
all'interno dell'ideologia totalizzante della civiltà moderna. Ma a
condizione di perdere il mito della propria centralità, per
acquisire dimensioni periferiche e laterali. In termini
architettonici, ciò può essere fatto individuando all'interno dei
luoghi del consumo, spazi di libertà e trasgressione- àreas de
impunitad - dove prevalga la soggettività contro i modelli egemonici
e il carattere nomade e felicemente parassita del nostro ego contro
la forzata collettivizzazione dei gusti e delle intelligenze.
è apparso su Il Progetto
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