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APPUNTI E
RIFLESSIONI SUL PIANO REGOLATORE GENERALE DI PALERMO |
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Arch.
Flavio CASGNOLA |
Data di
pubblicazione: 06/2005 |
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Parte prima
Ragioni e limiti del
Piano Adottato
A
distanza di quasi undici anni dalla data di consegna
degli elaborati finali della variante generale ed a
circa otto anni dalla sua adozione, ritengo opportuno
esprimere alcune opinioni personali sul Piano regolatore
generale della Città di Palermo che, solo con la “presa
d’atto” del Consiglio comunale del 21/01/04 sembra,
finalmente giunto al porto dell’approvazione definitiva.
Come
appare ovvio, data la complessità del tema, le
considerazioni che seguono non hanno la pretesa di
esaurire l’argomento attraverso una verifica sistematica
sugli effetti derivati dalle scelte operate in sede di
pianificazione degli interventi ma vuole essere,
piuttosto, un piccolo contributo al dibattito, troppo
spesso solo politico-ideologico e, raramente,
tecnico-scientifico sulla questione.
Con
tutto il rispetto per l’intero staff degli estensori del
Piano e la profonda stima per il prof. Cervellati del
quale nessuno mette in dubbio l’assoluta onestà
intellettuale, oltre ovviamente alle indiscusse capacità
scientifiche e professionali, è mia opinione che questo
PRG di Palermo, sia nato male e stia morendo peggio.
Nato
male in quanto, prigioniero di un sogno, delinea scenari
affascinanti e fortemente suggestivi verso una città da
riscoprire e riconoscere attraverso la memoria del suo
costruito. Delinea cioè il percorso culturale attraverso
il quale ritrovare i connotati stessi della propria
specificità.
Operativamente, pur basandosi
sulla zonizzazione
tradizionale, si fonda sull’individuazione del
cosiddetto netto storico, ovvero il costruito risultante
da un rilievo aerofogrammetrico del 1939, oltre che
sull’identificazione e la conservazione del cosiddetto
verde storico.
Gli edifici storici vengono classificati come zone A e
comprendono la città ottocentesca, l’edilizia delle
borgate e gli edifici monumentali sopravvissuti in brani
del territorio agricolo. L’attribuzione di zona A (netto
storico) viene limitata agli edifici (e/o alle aree di
sedime di edifici non più esistenti) con l’esclusione
della rete viaria e degli spazi inedificati, dando luogo
quindi a zone A discontinue.
Tutto ciò produce di fatto un arresto dello sviluppo,
inteso, almeno secondo le dinamiche fisiologiche
tradizionali, per quanto distorte, della città moderna e
indirizza ogni processo di crescita verso il recupero e
la riqualificazione dell’esistente.
Ecco quindi il sogno. La città della memoria.
La città è un organismo vivente e come tale ha assoluta
necessità, oltre che ovviamente di conservare la propria
memoria storica, anche, e non come mera opzione
marginale, di darsi una ragione di crescita e, vorrei
dire, un rinnovato orgoglio che la indirizzi secondo
dinamiche virtuose di sviluppo e progresso. Ha assoluta
necessità di ritrovare fiducia nel proprio futuro.
In un sistema di economia di mercato, una certa cultura
cosiddetta progressista, ritiene, ancora oggi, che
“sviluppo” sia solo il susseguirsi di logiche e
dinamiche tese a generare bisogni superflui, mentre il
Progresso, che appartiene all’uomo come valore etico
profondo, rappresenta la storica necessità di soddisfare
l’esigenza di diffondere i beni necessari a tutta la
collettività.
Ritengo che un tale approccio culturale, ancorché
superato nei fatti, produce come logica conseguenza,
laddove “informa” scelte strategiche di crescita e di
governo del territorio, pericolose distorsioni delle
fisiologiche dinamiche economiche.
Sia ben chiaro che, nella fattispecie, non intendo dire
che il P.R.G. di Palermo sia nato solo da questo
approccio culturale, ovviamente la questione è ben più
complessa e articolata, tuttavia appare con una certa
evidenza, attraverso i vari “aggiustamenti” apportati
all’impianto originario a seguito di modifiche e
correzioni in sede di Decreti di approvazione, che
l’”abito” pensato per la Città appariva, sin da subito,
piuttosto stretto.
Nemmeno è credibile pensare che l’attacco all’integrità
del piano risponda esclusivamente a logiche speculative
dato che tali logiche spesso, se non sempre, si adattano
alla oggettività del contesto in cui operano.
Del resto, come argomentato dallo stesso Prof.
Cervellati (“Bologna: difesa di un progetto” 1974
Archivio di studi urbani e regionali) “Non è poi
azzardato continuare a sostenere l’ipotesi che alla
riscoperta e al recupero filologico del centro storico
abbiano contribuito le spinte della speculazione
immobiliare. In un contesto che fa della città il centro
della speculazione, l’area storica ne risulta, quindi,
vero e proprio baricentro”.
Quindi, non si vede per quale motivo Palermo dovrebbe
rappresentare l’eccezione alla regola, la speculazione
in quanto tale può trovare ampi spazi di manovra anche
in ambiti di recupero e non necessariamente solo nel
nuovo costruito e nella conseguente espansione urbana.
Anzi, a ben guardare, il plusvalore determinato dalla
rivalutazione della rendita fondiaria, in tale caso, è
certamente superiore a qualsiasi altro tipo di
investimento immobiliare, non fosse altro che per il
fatto che determina una rendita di posizione altrimenti
inesistente.
Le ragioni pertanto del cosiddetto “stravolgimento” del
Piano debbono ricercarsi altrove.
Esaltato dal sindaco Orlando come uno straordinario
contributo alla salvaguardia dell’ambiente naturale e
storico ed avversato dall’opposizione di centro-destra
come uno strumento di non sviluppo della città, il nuovo
Piano Regolatore indicava come priorità assolute da un
lato il recupero dell’immenso patrimonio immobiliare
degradato e la valorizzazione delle risorse disponibili:
la costa, il mare i beni storici, culturali e ambientali
e, dall’altro, il mantenimento e la salvaguardia del
verde agricolo e urbano con la nascita di nuovi parchi
tra cui quello di Ciaculli, dell’Uscibene, il parco
della villa dei Colli, del fiume Oreto e il parco
centrale, nel cuore della città.
La città, suddivisa in 8 municipalità, coincidenti con
le borgate storiche, dotate di servizi e
all’incentivazione delle attività produttive.
Cinquecento ettari di superficie destinati a scuole,
verde pubblico, impianti sportivi, attrezzature per il
tempo libero e parcheggi, passando da 3,3 metri quadrati
disponibili per abitante ai 14 mq. di superficie reali.
Ed ancora nuove aree produttive, destinate ad ospitare
industrie, imprese artigiane e commerciali, pari a circa
173 ettari che si aggiungono ai 300 esistenti. Viene
privilegiato il mezzo pubblico (fatta eccezione per la
linea metropolitana che si ritiene inadatta alla
città…!?) a scapito di quello privato: previste 8 linee
di tram, 6 percorsi di piste ciclabili, una serie di
opere di grande viabilità che dovrebbe celermente
collegare il porto e le aree industriali con
l’autostrada per Messina e per Trapani. Si prevedono
inoltre parcheggi per 35 mila nuovi posti.
Tutto sembra estremamente adeguato ai reali bisogni
della Città e, tuttavia, sin da subito, nasce l’esigenza
di modificare non solo aspetti di dettaglio ma le stesse
linee guida.
Il Piano adottato presenta il limite, insormontabile,
sia di non calarsi nella effettiva realtà economica
della Città e delle sue proprie dinamiche economiche di
sviluppo, sia di non “inventarne” di altre e
alternative. Non esistono adeguati mezzi di
finanziamento pubblico e le “suggestioni” che presenta
non sono in grado di attrarre significativi investimenti
privati. Il regime dei suoli, inoltre, per alcuni
aspetti, sembra quasi non tenere in conto alcuno la
natura giuridica degli stessi: un parco urbano “vero”
(nel senso di pubblico), ad esempio, non si comprende
come possa prescindere dall’esproprio dell’area di
sedime. Analogamente per quanto attiene il fabbisogno
abitativo, valutata la cosiddetta domanda “marginale”,
peraltro in vistoso difetto, ipotizza una disponibilità
di alloggi, derivata, oltre che dal recupero,
dall’immissione sul mercato del patrimonio immobiliare
privato inutilizzato a tal fine; ritenendo, in sostanza,
le abitazioni alla stregua di un cinema o di un teatro
dove i posti, non appena si liberano, possono essere
occupati da altri soggetti, dimenticando che
il
mercato edilizio è anelastico ed infatti l’emigrazione,
anche di intere famiglie, non comporta necessariamente
che gli alloggi vuoti vengano immessi nel mercato, per
la locazione e per la vendita.
Peraltro in tema di adeguato dimensionamento del
fabbisogno di edilizia residenziale, il Piano sembra non
partire da una corretta metodologia d’indagine e di
valutazione che tenga in debita considerazione Legge,
Giurisprudenza e, non ultimo, “Buon senso”.
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Parte seconda
Le carenze del
Piano in vigore
L’evoluzione demografica, sociale ed economica del
nostro paese, ha inciso profondamente anche sulle
strutture familiari: è aumentato il numero delle
famiglie, si è ridotto il numero medio dei suoi
componenti, si è modificata la distribuzione fra le
diverse tipologie familiari. In particolare,
principalmente a causa dell’invecchiamento della
popolazione, sono aumentate le famiglie di una sola
persona.
Il Piano non differenzia le famiglie nucleari dalle
famiglie anagrafiche, ovvero la famiglia in senso
stretto come complesso di persone, costituito dai
genitori e figli a carico dall’ “insieme” di persone
che coabitano all’interno di uno stesso
appartamento.
Ovviamente non è necessario essere legati da vincoli
di parentela o essere coniugati, infatti in una
famiglia anagrafica possono individuarsi anche più
nuclei familiari; pertanto, anche i figli
maggiorenni, dovrebbero essere considerati nuclei
familiari da computare nel fabbisogno abitativo, ne
consegue che valutare il fabbisogno abitativo
solamente in forza del trend demografico non solo
non è corretto ma alla fine può addirittura
risultare fuorviante, tale fabbisogno deve essere
calcolato in forza del trend dei nuclei familiari,
unico indicatore rilevante ai fini del calcolo del
fabbisogno di edilizia residenziale.
Non ritengo opportuno
dilungarmi oltre nell’esame sia delle metodologie,
sia delle strategie d’intervento, messe in campo dal
Piano, intendo solo cercare di dimostrare che
sarebbe oltremodo
superficiale e banale, ritenere che gli
“aggiustamenti”, di cui detto, rispondano
esclusivamente a logiche clientelari e speculative,
nel senso deteriore del termine. Sarà accaduto anche
questo, forse, ma, di certo, pensare che tutto
quanto prodotto dall’adozione in poi sia solo frutto
del “malaffare” significa fare la politica dello
struzzo senza cogliere l’occasione per affrontare il
problema con la dovuta serenità intellettuale.
La domanda che forse ci dovremmo porre è molto più
semplice ed al tempo stesso inquietante: oggi
Palermo ha un piano regolatore in grado di
rispondere ai bisogni veri della Città?
La domanda è ovviamente retorica dato che la
risposta, a mio parere, dovrebbe essere di tipo
interrogativo e provocatorio: “Ma di quale piano
stiamo parlando?”
Mi si perdoni l’iperbole semplificativa che può
anche risultare eccessivamente critica ma, ritengo
che dalla logica della “imbalsamazione” (Piano
adottato) si è passati a quella della
“disgregazione” (Piano approvato); da un Piano di
Città-museo (ma solo d’arte antica e spesso “pseudo”
o solo “ricordata nella citazione”) ad un Piano di
Città-ghetto che prospetta interventi episodici
senza alcuna pulsione propositiva in termini di “civitas”.
Se il piano adottato rappresenta, tuttavia, con una
certa coerenza, una determinata stagione culturale,
si badi bene assolutamente reazionaria e
conservatrice sul piano della ricaduta estetica, il
piano approvato appare oltre che reazionario tout
cour, di fatto poco e male utilizzabile, quantomeno
negli aspetti regolatori dell’attività edificatoria.
La nuova stagione politica che ha accompagnato la
fase dell’approvazione, meglio avrebbe fatto a
prendere atto che si trattava di un piano “datato” e
pertanto come tale espressione di una cultura non
condivisa; è mancato, probabilmente, quello scatto
d’orgoglio e di coraggio tale da promuovere un
profondo e sereno dibattito culturale tale da
diffondere un clima di rinnovata fiducia attorno
alle tematiche tanto care della cultura liberale di
sempre: la forza delle idee, l’innovazione, la
libera impresa risorsa insostituibile per lo
sviluppo. La scelta operata, ben più modesta, è
stata invece quella di pensare, illudendosi, di
poter “emendare” il Piano, col risultato di avere
oggi a disposizione della Città uno strumento
senz’anima e tantomeno Padri ispiratori.
Oltre pertanto ai vari “aggiustamenti” operati, come
detto, in sede d’iter d’approvazione, il Piano
risulta “emendato” praticamente in tutte le
direzioni attraverso strumenti di pianificazione
“speciali” non aventi carattere generale quali:
PRUSST, PIT, ecc.
Segnale evidente, anche questo, di una
pianificazione generale quantomeno incompleta in
termini di risposte agli effettivi bisogni della
Città.
Già agli inizi del 2000 scoppia una polemica
piuttosto aspra all’interno della stessa area
culturale che aveva, sino a quel momento, ispirato
il Piano:
"Sono veramente sorpreso nell'apprendere la
posizione del prof. Cervellati in merito al Piano
regolatore di Palermo. Appena qualche mese addietro,
nel novembre del '99 a Napoli, Cervellati, infatti,
elogiò apertamente l'operato della Giunta e i Prusst
dicendo che Palermo era di gran lunga più avanti di
molte altre città italiane. Non riesco, a spiegarmi
da cosa derivi questa nuova posizione". L'Assessore
all'Urbanistica dell’epoca, Emilio Arcuri,
rispondeva così alle critiche avanzate dal prof.
Cervellati, "protagonista - sottolineava ancora
Arcuri - del Piano a 2000 le cui linee generali sono
state confermate anche nel Piano a 5000. Il percorso
del Piano Regolatore è sempre stato corretto, non
c'è alcuna intenzione di far rivivere le sciagurate
previsione urbanistiche del Piano del '62. Non
consento a nessuno di fare illazioni su questo
argomento perché ci sono atti che testimoniano che
l'Amministrazione Comunale non è mai stata
compiacente verso alcuna volontà speculativa. Quanto
ai Prusst sono stati molto criticati, ma nessuno
spiega in concreto il perché e in che cosa sono in
contrasto con il Piano Regolatore. Se qualcuno pensa
di rendersi politicamente e professionalmente più
credibile attaccando la Giunta Comunale - concludeva
Arcuri - ha sbagliato percorso e otterrà sempre
risposte ferme e precise". (3 marzo 2000 -
comunicato stampa comune di Palermo)
Seguiranno polemiche ancora più aspre e vari
proclami pro e contro il Piano, senza tuttavia
entrare mai nel merito di fondo ovvero: “Quale idea
di Città e con quali strumenti”
A fronte di uno dei problemi insoluti di Palermo (e
di impossibile risoluzione senza il ricorso a
massicce demolizioni), ovvero la carenza di aree per
attrezzature e servizi (che deriva dal prg del ’62 e
dal tardivo adeguamento agli standard urbanistici
che hanno di fatto prodotto il distorto e
incontrollato processo di crescita della città
attuale), l’attuale piano, sembra quasi che voglia,
cinicamente, perpetuare lo status quo e, proclamando
suggestive intenzioni, rimanda a scenari utopistici
che, nei fatti, hanno determinano (come visto)
reazioni, oltre che scomposte, opposte allo spirito
stesso che lo ha informato inizialmente.
Non era difficile prevedere, ad esempio, che,
“forzare la mano”, in difetto, sulla stima del
fabbisogno abitativo, avrebbe portato nelle fasi di
approvazione alla ricerca di “correttivi” spesso
peggiori del male stesso. Vedasi declassamenti di
ampie porzioni di intere zone omogenee che, senza
peraltro raggiungere lo scopo (reperire effettive
nuove aree di espansione), aggravano le storiche
carenze in termini di servizi.
Meriterebbe un maggiore approfondimento anche un
aspetto, solo apparentemente marginale, che produce
nei fatti una ulteriore grave carenza del Piano e mi
riferisco alla scarsa “trasparenza”, consequenziale
alla poco agevole “leggibilità” dello stesso, sia
in senso generale sia in particolare relativamente
alla “forma” lessicale utilizzata nelle norme
tecniche d’attuazione.
Una delle cause è certamente da ricondursi alla
incredibile e, a dir poco, eccezionale discontinuità
e lentezza di tutta la procedura, in senso lato,
dall’adozione all’approvazione.
Si riporta integralmente quanto l’assessorato
Territorio e ambiente della Regione Siciliana, in
sede di primo decreto di approvazione (13/03/02) ha
ritenuto di dover premettere in forma di
“considerazioni”:
“La variante generale del P.R.G. oggetto di esame,
adottata già nel 1997 è frutto di studio in parte
datato anche a causa di una disciplina urbanistica
quale si è configurata con le leggi regionali
succedutesi a volte con disordine e disomogeneità.
L’Amministrazione Regionale, non può allo stato
degli atti, non tenere conto di tali circostanze
anche al fine di tutelare la città da possibili
manomissioni derivanti dall’applicazione di uno
strumento urbanistico generale obsoleto, quale è
quello vigente, approvato nel 1962. Appare peraltro
doveroso evidenziare all’Amministrazione Comunale
l’opportunità di procedere rapidamente
all’aggiornamento dei propri atti di pianificazione
anche in considerazione di norme sopravvenute
(Sportello unico, P.R.U.S.S.T., Accordi di
programma, Patti territoriali, ecc.) che non
presidiato da uno strumento urbanistico
“attualizzato”, possono far correre il rischio di un
irreversibile processo di ulteriore disordine
urbanistico, che caratterizza spesso la realtà delle
grandi aree metropolitane.
Le finalità della Variante Generale sono
condivisibili nella misura in cui tendono a
perseguire due obiettivi fondamentali della
pianificazione urbanistica: la riqualificazione
ambientale ed il recupero e riconversione del
patrimonio edilizio esistente.
La filosofia del Piano si basa sul concetto di
recupero, largamente condivisibile, che però
richiede metodi e tecniche che la disciplina
urbanistica ha da tempo accreditato negli strumenti
urbanistici italiani ed europei che devono
contenere:
1) l’individuazione di zone di recupero;
2) il dimensionamento del recupero in termini
di fabbisogno residenziali (pubblici e privati) e in
termini di attrezzature e servizi a precisa
destinazione urbanistica e d'uso all'interno del
patrimonio urbanistico esistente;
3) la perimetrazione delle aree sottoposte al
recupero che possono investire le Z.T.O. "A" e "B";
4) l'edilizia residenziale pubblica da allocare
negli edifici esistenti da recuperare a questo
scopo;
5) le aree libere in zona "A" e "B" da
destinare a spazi pubblici.
Indicazioni tutte che devono tramutarsi in
previsioni e prescrizioni urbanistiche di Piano.”
Si aggiunga che, come noto, a seguito di parere del
CRU, la stessa Regione Siciliana (29/07/02) emette
un secondo decreto che rettifica il precedente e,
allo scopo di restituire ordine e comprensibilità
allo strumento urbanistico, ritenendo di dover
mettere la parola fine a tutta l’intera vicenda
dell’iter approvativo, senza ulteriori
“palleggiamenti”, introduce la procedura della
“presa d’atto” definitiva da parte del Consiglio
Comunale.
A seguito, quindi, della cosiddetta “presa d’atto”
(21/01/04 ) del Consiglio comunale (procedura del
tutto atipica e dai contenuti giuridici
inconsistenti), viene redatta e pubblicata una
versione delle N.T.A. (attualmente disponibile sul
sito ufficiale del comune) che, a distanza di oltre
un anno, (è storia dei nostri giorni) si rivela
talmente difforme dal testo del decreto, tanto da
indurre il comune stesso (Settore Urbanistica) ad
emanare una “Circolare esplicativa e disposizioni
nel merito” con la quale se ne rettifica e corregge
il contenuto in molte parti.
Ritengo superfluo aggiungere qualsiasi commento.
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Parte terza
Conclusioni
In conclusione ritengo che Palermo, pur
attraversando, come la maggior parte delle aree
urbane italiane, una evidente, progressiva e rapida
stagione di transazione da una fase di crescita ad
una di equilibrio, a differenza di altre realtà del
nostro Paese, che hanno beneficiato di una
pianificazione, più ordinata, tempestiva ed
agganciata allo sviluppo delle proprie potenzialità
economiche, non abbia del tutto esaurito le risorse
in termini di crescita ordinata e sostenibile e,
qualora si ritenga il contrario, necessita comunque
di una forte “ristrutturazione urbana” che abbia per
oggetto la disordinata crescita del passato.
Questa transazione, egualmente evidente in ambito
economico, demografico, urbanistico, ha acquisito,
com’è noto, dimensioni e significati così
strutturali da essere spesso indicata come uno dei
connotati salienti dell’era “post-industriale”.
Tuttavia a fronte di ciò si ritiene veramente che
Palermo possa svolgere un ruolo significativo nel
panorama sia interno sia internazionale senza
un’adeguata pianificazione del proprio territorio?
La ricerca degli elementi costitutivi primari
intorno ai quali costruire, proporre e verificare
una possibile filosofia a cui ispirare la redazione
di una variante alle vigenti previsioni
urbanistiche, non può eludere, credo, il confronto
con i caratteri strutturali salienti dello scenario
settoriale nazionale e internazionale.
Da questo confronto potranno, infatti, scaturire
ipotesi per la messa a punto di una strategia
d’intervento che, verificandosi e specificandosi, in
riferimento alle particolarità della situazione
locale, consentano di pervenire alla definizione di
uno strumento di pianificazione capace di incidere
sulla situazione locale ma anche, nel contempo, di
costituire, come spesso è avvenuto per interventi
pianificatori pilota o comunque innovativi,
occasione di proposta e sperimentazione di politiche
e strumenti di governo urbano capaci di interpretare
e dare risposte adeguate ed innovative alla domanda.
La definizione di uno strumento pianificatorio,
quale che sia il contesto specifico di riferimento,
presuppone, infatti, una presa di posizione nei
confronti delle tendenze e delle politiche in atto,
nello stesso settore, in altri ambiti urbani, se
non altro per definire coscientemente, se è del
caso, la propria quota di “straordinarietà” rispetto
ad una situazione generale “ordinaria”, o, al
contrario, per ricondurre all’interno di processi
ordinari, e di un ordinario assetto istituzionale,
interventi troppo spesso proposti o propagandati
come “straordinari”
Oggi ogni tipo di pianificazione deve potersi
confrontare con le varie forme di progetto integrato
e non tutti i Piani risultano compatibili a progetti
parziali.
I Piani tradizionali o i Piani conservativi e
finanche le cosidette “nuove forme del piano” non
sembrano poter dialogare con facilità con progetti
complessi e, men che meno, interagire con essi.
Il luogo dell’architettura, ed il ruolo
etico-estetico, che questa deve svolgere, è sempre
all’interno dell’ambito urbanistico e, forse, non è
un caso che il sistema Italia, e Palermo in
particolare, sembra non riuscire a reggere il
confronto con altre realtà europee, quasi che la
peculiarità del nostro Paese, massimo concentrato di
ricchezza in termini di patrimonio ambientale e
monumentale del pianeta, sia essa stessa, in quanto
tale, anziché fonte di crescita e sviluppo e
ispiratrice di idee innovative, causa della
arretratezza culturale che vede con sospetto ogni
forma di sperimentazione in ambito di “paesaggio
urbano”. La “sostenibilità” non può essere relegata
a mera valutazione di opportunità in termini di
semplice integrazione con l’esistente ma deve
diventare moderno e dinamico strumento operativo e
metodologico del “disegno della Città del futuro”,
pena questo futuro, in termini estetici, non vederlo
mai.
Palermo 09/06/05
Arch. Flavio
Casgnola
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