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Il
termine struttura compare per la prima volta
nel latino scritto del trattato vitruviano
per designare il materiale di riempimento
usato nei muri di grande spessore limitati
da due paramenti apparecchiati con mattoni
e/o opus reticulatum collegati da diaconi;
il materiale di riempimento era costituito
da malte pozzolaniche, acqua e piccole scaglie
di pietra o di mattoni, versato allo stato
fluido che, a presa avvenuta avrebbe costituito
un solidissimo materiale da costruzione.
Lo si troverà utilizzato da L.
B. Alberti nella dedica a Brunelleschi
del suo De Pictura artefice
della «struttura così ampia
da coprire con sua ombra tutti i popoli
della Toscana».
Poco più di tre secoli dopo lo si
troverà ancora nel Dizionario
di Qua- tremère de Quincy,
ma con una puntigliosa descrizione dei nuovi
significati attribuiti al termine: «...
Esso esprime la maniera con cui un edificio
è costruito; e differisce da costruzione
nel senso che quest'ultimo termine si applica
generalmente a quella parte dell'architettura
che comprende tutto ciò che vi ha
in quest'arte di materiale, di meccanico,
di scientifico, ed alla qualità dei
materiali o del loro impiego in un fabbricato;
struttura per lo contrario, termine più
elevato, e per così dire del linguaggio
poetico in questo genere, abbraccia i rapporti
esterni dell'arte che si manifesta agli
occhi per l'arditezza delle masse, la bellezza
delle forme, la proporzione degli ordini
e la maestria dell'esecuzione.«
I nuovi significati coinvolgeranno non solo
le comuni implicazioni costruttive ma si
estenderanno agli orizzonti più ampi
della nascente linguistica dando vita alle
future specificazioni dello strutturalismo.
Il significato comunemente accettato, con
il quale si intende quella parte della costruzione
destinata ad assolvere esclusivamente compiti
statici, verrà precisato con l'uso
del ferro prima, in seguito dell'acciaio
e del cemento armato come nuovi materiali
da costruzione.

Figura
1 - Viollet le Duc. Sezione e Pianta
di un Edificio Basilicale in Entretiens,
Settima Conversazione
Ad
una intelligenza vivace come quella di Viollet
Le Duc -nemico giurato dell'accademico
Quatremère - non
poteva sfuggire il fatto che per
le grandi costruzioni in muratura si possono
individuare epoche caratterizzate per la
diversa importanza attribuita alla funzione
strutturale ed alla sua traduzione in simboli
chiaramente identificabili.
Il
discorso che intendo sviluppare risulta
più chiaro utilizzando i
suoi due esempi relativi l'uno alla Basilica
di Costantino e l'altro ad una piccola chiesa
romanica;
nel primo esempio viene
messa a confronto, sullo stesso disegno
che rappresenta la sezione della basilica,
la soluzione romana con la soluzione che
sarebbe stata adottata da un architetto
romanico.
La differenza tra le due soluzioni sta nella
parte superiore dei setti trasversali che
presentano in un caso dei grandi archi di
controvento e nell'altro piccoli vani per
consentire l'attraversamento in quota dei
setti.
Nel secondo esempio, relativo
alla piccola chiesa romanica, ne esamina
la sezione trasversale munita di contrafforti
di irrigidimento; su questa sezione traccia
la curva delle pressioni e dichiara che
il materiale utilizzato per la costruzione,
ad eccezione di una limitata fascia intorno
ad essa, può essere eliminato perché
inutile. Il suo discorso porta
perciò ad individuare nel passaggio
contrafforte - contrafforte arco rampante
la trasformazione della soluzione romanica
in quella gotica. Conclusione che non sarà
condivisa anzi garbatamente contrastata
dal suo allievo A. Gaudì
secondo il quale il passaggio corretto
sarebbe stato rappresentato da un solo elemento
«pilastro inclinato» costruito
intorno alla curva delle pressioni; cosa
che notoriamente egli ha realizzato.
Figura 2 -
Antonio Gaudì, Portico
di Parco Guell, Barcellona (Muntanya Pelada).
Sezione e diagramma dei carichi e delle
forze.
La conclusione che qui interessa è
la seguente: Viollet Le Duc aveva
capito che l'analisi di una costruzione
si poteva sviluppare in modo rigoroso quando
si fosse determinata la curva delle pressioni
connettente i carichi agenti per poter determinare
la soluzione ottimale.
Naturalmente non si deve dimenticare che
Viollet nasceva da una formazione estranea
al linguaggio matematico; sorge perciò
il problema di comprendere cosa potrebbe
aver visto per giungere ad una conclusione
così eclatante indubitabilmente vera:
non le forze con cui si costruisce la curva
delle pressioni perché esse sono
una creazione della mente, bensì
gli effetti che essi producono:
le fratture, che in alcuni casi sono chiaramente
visibili.
L'idea di poter effettuare questo
tipo di analisi anche per una struttura
fatta di materiale poco reagente a trazione,
al limite del tutto incapace di sopportare
sforzi di questo genere, non tarderà
ad essere sviluppata; il primo
tentativo in questa direzione venne proposto
da C. A. Castigliano verso
la fine dell'Ottocento per l'analisi di
ponti ferroviari costruiti con conci di
pietra murati a secco; il
procedimento, di indubbia validità,
era sviluppato senza tener conto della sollecitazione
di taglio sul regime tensionale.
Considerando quindi solo le tensioni
normali agenti sulle sezioni dell'arco,
con un procedimento di successive approssimazioni,
venivano eliminate le porzioni di struttura
che, risultando tese, erano comunque inefficaci.
La strada era praticamente individuata;
ma la polarizzazione delle ricerche teoriche
e sperimentali sull'acciaio e sul cemento
armato chiuse subito il capitolo appena
aperto sul calcolo delle costruzioni in
muratura.
Oggi la situazione è completamente
mutata:
da un lato la possibilità di utilizzare
i nuovi strumenti di calcolo strutturale
che consentono di conoscere lo stato di
stress in una struttura di qualsiasi forma,
dall'altro le possibilità offerte
dai materiali e dalle tecniche innovative
indicati sinteticamente con la sigla FRP
(Fiber Reinforced Polimer).
Tali nuove tecnologie, ampiamente sperimentate
sulle costruzioni in cemento armato, sono
state trasferite a casi esemplari (Assisi)
anche in mancanza di validazioni sperimentali
adeguate a garanzia della compatibilità
tra nuovi e vecchi materiali; ma sono anche
emerse nuove posizioni relative alla distinzione
tra effetti patologici ed effetti fisiologici
nell'ambito del problema dei dissesti.
Il discorso diventa perciò estremamente
complesso anche perché non mi pare
che esistano criteri affidabili per chiarire
il senso della differenza. Problema non
semplice che posso riassumere ricordando
che noi pretendiamo di far discendere
le nostre certezze scientifiche che abbiamo
dedotto dalla applicazione della teoria
dei solidi elastici anche alle murature,
il ché spesso non è lecito
perché la muratura si presenta come
un solido fortemente danneggiato
per il deterioramento delle malte che avrebbero
dovuto renderlo solido.
In tali circostanze- vedi il caso della
cattedrale di Noto - si
può parlare ancora di solido e quindi
applicare la relativa teoria? lo
credo di no. In queste
condizioni il materiale è più
prossimo ad un fluido: e cosi era inteso
subito dopo la rivoluzione galileiana.
Tornando ai dissesti ed al problema delle
fratture ho già detto che è
fondamentale capire se il dissesto è
fisiologico o patologico; cioè
se nasce da disfunzioni di qualche organo
o se perviene alle funzioni che devono essere
sviluppate: non sarà sfuggito il
costante riferimento, in questi problemi,
al linguaggio utilizzato da medici. Credo
che la questione non sia mai stata esplicitamente
posta. Basterebbe tuttavia riflettere sul
termine consolidamento per concludere che
si consolida solo ciò che
inizialmente solido ora non lo è
più.
Intervento che può riguardare tutta
la compagine della fabbrica nel senso che
la funzione legante della malta si è
deteriorata al punto da richiedere
un intervento generalizzato (come quello
impiegato dopo il sisma del Friuli impacchettando
il muro tra due pareti in c. a, collegate
da armature trasversali). Ovvero,
in alternativa, l'intervento può
consistere nel ricucimento di parti
rimaste solide, ma divise da una o più
fratture:
il consolidamento viene in genere praticato
con la tecnica delle perforazioni armate
eseguite con la logica del disegno a quinconce
che esclude in partenza qualsiasi tentativo
mirante a precisare la posizione dei fori
e la grandezza delle armature.
E' evidente che l'impacchettamento del muro
tra le due pareti potrebbe trovare giustificazione
nel riconoscimento dell'antica tecnica descritta
da Vitruvio ma attualizzata
dalle nuove mutate possibilità; come
anche l'idea di perforare il muro per inserirvi
presidi che consentono di legare parti staccate
non è certamente nuovo perché
se ne conoscono applicazioni antichissime.
Il problema a mio parere non sta tanto nel
giustificare la vetustà del procedimento
di consolidamento attuato quanto nell'essere
sicuri di aver agito nel rispetto delle
poche regole che, Renato Bonelli
suggeriva quaranta anni or sono: “...
Ogni operazione dovrà essere subordinata
allo scopo di reintegrare e conservare il
valore espressivo dell'opera, perché
l'intento da raggiungere è la liberazione
della sua vera forma. ... Nel restauro
critico due diversi impulsi si contrappongono:
quello di mantenere un atteggiamento di
rispetto verso l'opera in esame, considerata
nella sua conformazione attuale, e l'altro
di assumere l'iniziativa e la responsabilità
di un intervento diretto a modificare tale
forma, allo scopo di accrescere lo stesso
valore del monumento.”
Intanto sarebbe da precisare cosa si debba
intendere per «forma originaria»
se debba essere intesa come forma esteriore
o se debba includere anche i mezzi cui è
stata realizzata: perché se si dovessero
che i mezzi attuativi ho il sospetto che
il campo si restringerebbe di molto.
Ho già espresso il parere che alla
«forma originaria» dovrebbe
competere anche la tecnica costruttiva utilizzata
originariamente per evitare il pericolo
di una classificazione di merito per funzioni,
o forme, suscettibili di mutamenti.
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