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La
cupola di Santa Maria del Fiore: il
cerchio nell'ottagono
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Dott.
Ing. Roberto
Troli |
Data di
pubblicazione: 2002 |
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La cupola di
S. Maria del Fiore è certamente il monumento più amato dai
fiorentini, per i quali costituisce motivo di vanto ed
orgoglio, in quanto rappresenta il frutto più emblematico
della capacità costruttiva della Firenze del Rinascimento e
del genio di uno dei suoi cittadini più illustri: Filippo
Brunelleschi.Nonostante la cupola sia universalmente nota come
"Cupola del Brunelleschi", in realtà il suo
progetto architettonico, dalle forme tipicamente gotiche, non
è opera dell’insigne architetto, ma lo si deve a Giovanni
di Lapo detto "Il Ghini" (1367) autore, tra
l’altro, del tamburo ottagonale che costituisce il basamento
della cupola stessa (Fig.1). | |
Filippo
Brunelleschi, vincitore nel 1420 di un concorso pubblico
indetto dall’Opera della Cattedrale, nel quale gli
venivano affidate quelle che oggi chiameremmo la progettazione
esecutiva e la direzione dei lavori della cupola,
dovette infatti impegnarsi a rispettare nella costruzione, i
canoni formali contenuti nel progetto originario: volta a
sesto di quinto acuto sugli spigoli interni impostata su una
base di forma ottagonale.
La
tradizione vuole che Brunelleschi, nel corso della gara
d’appalto, cercò in tutti i modi di imporre un cambiamento
del progetto che modificasse l’originale cupola a sesto
acuto a base ottagonale, in una a tutto sesto a base
circolare; ma dovette arrendersi di fronte all’intransigenza
dei membri dell’Opera e alle difficoltà concrete che
derivavano dall’impostare una cupola circolare sul già
esistente tamburo a forma di ottagono.
Le motivazioni alla base dell’opposizione ostentata da
Brunelleschi non erano certo di natura formale. Egli, infatti,
uomo del Rinascimento, aveva attentamente studiato gli edifici
romani e aveva compreso il funzionamento spaziale delle cupole
di rivoluzione (come quella del Pantheon), in particolare la
loro capacità di autosostenersi durante la costruzione senza
bisogno di armatura di supporto, e la distribuzione uniforme
delle sollecitazioni derivante dalla simmetria radiale. Pur
non possedendo le cognizioni della moderna scienza delle
costruzioni, grazie al suo genio e alla sua sensibilità
statica, quindi, intuiva i problemi e le complicazioni che
sarebbero derivate con la cupola ottagonale anzichè rotonda.
In primo luogo il tamburo ottagonale d’imposta non offre
un’uniforme resistenza nei confronti della spinta
orizzontale che si produce per effetto del peso della cupola;
in particolare esso risulta più debole nella mezzeria dei
lati dell’ottagono dove è ipotizzabile lo sviluppo di
sollecitazioni di flessione. Pertanto, preoccupazione
principale di Brunelleschi fu quella di ridurre il più
possibile il peso della cupola, cui risulta proporzionale la
spinta sul tamburo. Questo obiettivo fu conseguito costruendo
la volta, che ha uno spessore costante di 4,1 metri, non come
un blocco monolitico, ma come una struttura scatolare
costituita da due calotte separate da un’intercapedine di
110 centimetri.
Le due calotte sono collegate tra loro da 24 costoloni, di cui
16 interni alle vele e 8 angolari. I costoloni angolari
(sproni) sono più spessi della cupola pertanto sono visibili
all’esterno (Fig. 1a e 1b). Il collegamento è completato da
9 file di arconi orizzontali che, impostati sulla calotta
interna e sui costoloni angolari, sorreggono la calotta
esterna più sottile.
Si ottiene nel complesso una struttura più leggera di una
cupola monolitica, ma egualmente rigida concepita in maniera
analoga ai moderni pannelli honeycomb utilizzati nella
costruzione delle carlinghe degli aeroplani. Dall’analisi
della struttura ci si accorge, inoltre, che sia gli sproni
angolari che i costoloni interni alle vele, pur appartenendo
ad una volta di forma ottagonale sono disposti secondo
giaciture radiali. E’ come se Brunelleschi, non potendo dare
alla cupola una forma circolare, abbia cercato di costruirla
come se fosse tale.
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Il secondo
problema derivante dalla forma ottagonale della cupola, è che
se si fosse proceduto a murare con letti di posa rettilinei ed
orizzontali nelle vele (Fig. 2a), si sarebbero realizzate
delle discontinuità in corrispondenza degli sproni angolari
dove peraltro avvengono concentrazioni degli sforzi (spinte e
vuoto). Brunelleschi impose che, in corrispondenza degli
spigoli della cupola, i letti di malta risultassero continui
ed ortogonali alla linea d’asse della volta, trovandosi così
di fronte alla necessità di raccordare i piani di posa degli
sproni, tra loro sghembi, con linee di stesa curvilinee (a
"corda branda") nelle vele (Fig. 2b).
Altro interessante accorgimento utilizzato da Brunelleschi fu
quello di disporre file di mattoni a "spina di
pesce" ad intervalli regolari; in questo modo egli fu in
grado di costruire la cupola senza necessità di alcun tipo di
"centina". Assicurando, infatti, all’intradosso
della cupola delle sponde provvisorie tra due file di mattoni
a spina di pesce emergenti dai piani di posa inferiori, egli
evitò lo scivolamento dell’ultimo strato di mattoni posto
in opera fintanto che la malta non avesse fatto presa.
Tornando al tema dell’andamento "a corda branda"
delle superfici di posa dei mattoni lungo le vele, il primo ad
accorgersene in epoca successiva alla costruzione della
cupola, fu tale padre Leonardo Ximenes che nel 1757 scriveva:
"...Ma particolar menzione vuol farsi della direzione
dei filoni delle mezzane. Poichè gli otto sproni della
cupola, che nascendo dagli esterni costoloni vanno ad
internarsi nella cupola esterna, e nell’interna, hanno le
file delle mezzane poste con direzioni perpendicolari al
Perimetro della curva. I filoni dunque, o gli strati delle
mezzane sono tante normali a ciascun punto della curvità,
invenzione bellissima del Brunelleschi, e piena di una
Meccanica la più sopraffina". Lo Ximenes, quindi,
ipotizza che le superfici di stesa dei mattoni (mezzane) sono
state disposte da Brunelleschi secondo linee curve in modo da
risultare ortogonali ai meridiani della cupola non solo sugli
sproni ma anche lungo le vele. L’ipotesi è suggestiva in
quanto equivarrebbe e dire che Brunelleschi disponendo i
mattoni secondo delle curve appartenenti a delle volte
cilindriche (le vele) abbia ricreato una situazione di
ortogonalità tra i meridiani (secondo cui si scarica la linea
delle pressioni) e i letti di malta, come avviene nelle cupole
di rotazione. Il tutto però è abbastanza inverosimile in
quanto le curve, che godono di questa proprietà (lossodrome
ortogonali ai meridiani della cupola) risultano di difficile
tracciamento in cantiere.
Più verosimile è l’ipotesi formulata dal Prof. Chiarugi,
il massimo esperto vivente sui fatti della cupola, secondo il
quale i filari dei mattoni lungo le vele seguono una curva che
raccorda le direzioni dei piani di posa negli spigoli e
dimezza la freccia PF da esse generate in mezzeria (Fig. 3).
Tale ipotesi è stata confermata da un esperimento, voluto da
Chiarugi stesso, e tenutosi a Ravenna nel 1983, nel corso del
quale ad una squadra di muratori ravennati è stato chiesto di
ricostruire un modello in scala ridotta della cupola che
avesse negli spigoli i letti di posa dei mattoni ortogonali ai
meridiani. Essi, di fronte allo stesso problema, che era già
stato di Brunelleschi, di raccordare con delle curve i piani
di posa non paralleli degli spigoli, hanno ritrovato, come
regola pratica costruttiva, proprio quella suggerita da
Chiarugi.
Tuttavia il matematico Demore Quilghini, ha dimostrato che la
differenza tra le lossodrome ortogonali ipotizzate da Ximenes
(piene di una meccanica la sopraffina) e le più
plausibili curve ipotizzate da Chiarugi, è dell’ordine di
qualche centimetro, davvero inessenziale in una cupola come
quella di Firenze.
Pertanto ci piace credere che le cose siano andate proprio
come padre Ximenes aveva ipotizzato e cioè che Filippo
Brunelleschi, nel costruire la cupola di S. Maria del Fiore,
abbia cercato di ritrovare il cerchio nell’ottagono.
Per un approfondimento dell’argomento si può consultare
l’articolo "Monitoraggio ed identificazione della
Cupola di Santa Maria del Fiore" di A. Chiarugi e P.
Foraboschi, L’Edilizia, pp. 20-42, luglio/agosto, 1996. | |
Enco
Journal n.3 - 1996
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