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La questione di fondo che ha
fatto da "fil rouge" a questa ricerca è stato
il tentativo di superare l'ottica positivistica di cui
la storia dell'arte del costruire e della scienza delle
costruzioni è intrisa.
Superare significa sovvertire i luoghi comuni del
pensare e riflettere; quei luoghi comuni che parlano di
"invenzioni" di progresso della tecnica visto
come "inarrestabile marcia prussiana", di
successi sempre positivi per la società.
Può sembrare assurdo non parlare di
"invenzioni" e "inventori", eppure
questo è ciò che appare smontando le tesi positiviste
della storia.
Facciamo un esempio: ciò che è diffusamente conosciuto
come "metodo della sezione di Ritter" per la
soluzione analitica delle travi reticolati, in realtà
è facilmente dimostrabile come tale sistema sia un
perfezionanamento di quanto Karl Culmann aveva descritto
nelle sue prime pubblicazioni.
Già agli inizia della sua carrierea Culmann impiegava
il metodo analitico attribuito poi al suo altrettanto
celebre allievo.
Il successivo orientamento verso la statica grafica, di
cui Culmann è il padre, ebbe origine dal desiderio di
fornire agli strutturisti uno strumento "di
calcolo" facile e versatile, basato sulla soluzione
analitica.
Scoprire dalla cronologia delle strutture reticolari
rettilinee, che esse fanno la loro comparsa in Europa
con "I quattro libri dell'architettura" di
Andrea Palladio" edito a Venezia nel 1570 non ci
racconta molto di più della complessa e articolata
genealogia da cui hanno tratto origine.
Se Apollodoro di Damasco ha impiegato strutture
reticolari miste per il suo ponte sul Danubio, come
scrivono Barbisan e Masiero ("Il labirinto di
Dedalo, Milano, 2000), possiamo, allora, trovare ben
antiche origini in questa particolare concezione
strutturale.

Ricostruzione del Ponte sul
Danubio costruito da Apollodoro di Damasco, a cura
dell'autore.

Ricostruzione della centina
reticolare proposta da Apollodoro di Damasco per la
realizzazione della cupola del Pantheon, a cura
dell'autore.
Non è, allora, vero che le reticolari siano
"archetipo" dell'Ottocento, come spesso si
legge, ma che i fondamenti risalgno ben più indietro
nei secoli.
Particolare sorprendente è che, nel Nord-America, le
strutture reticolari giungono, metaforicamente e
realmente, insieme al "bagaglio culturale" dei
coloni europei che importano, nel "Nuovo
Mondo", tale concezione strutturale, insieme alle
traduzioni del trattato di Palladio che contiene, come
è noto diverse proposte di travi reticolari per ponti.
Più interessante ancora è osservare come gli ingegneri
europei impieghino, nell'Ottocento, evoluzioni dei ponti
ferroviari americani.
In questo stesso numero di Tecnologos, infatti, nella
vita di Karl Culmann, si racconta come il celebre
ingegnere bavarese fece, prima di tutto, un lungo
viaggio negli Stati Uniti d'America, per conoscere,
studiare e "carpire" i segreti dei ponti
ferroviari statunitensi.
Questo complesso intreccio, che abbiamo chiamato
"looping", ossia l'andata e ritorno della
migrazione delle conoscenze, da un continente all'altro
in poco più di tre secoli, ci ha particolarmente
affascinato in quanto stravolge la visione
cronologico-positivista di questo settore dell'arte del
costruire.
L'ufficializzazione "trattatistica" delle
strutture reticolari in legno per ponti si può
individuare nella prima edizione veneziana dell'opera di
Andrea Palladio, che però non appare come argomento di
grande significanza in quanto, allora nel Cinquecento,
in Europa i ponti in legno erano scarsamente considerati
- se non nelle regioni Alpine - a favore dei monumentali
ponti in pietra, materiale considerato nobile e
duraturo.

Alcune delle pagine riguardanti
i ponti tratte dall'edizione inglese delle opere di
Andrea Palladio, a cura dell' autore.
L'effettivo successo dei ponti palladiani vede la luce
nei giardini inglesi del primo Settecento e, quindi,
nelle successive colonie anglosassoni.
Nei giardini inglesi i ponti sono realizzati con
obiettivi spesso evocativi e paesaggistici, generalmente
hanno luci modeste e non sono soggetti ad elevati
carichi.
Diversa è la situazione nelle colonie del "Nuovo
Mondo", dove la mancanza di infrastrutture e la
presenza di numerosi corsi d'acqua impose la
realizzazione dei ponti di notevole luce.
I coloni anglosassoni disponevano della traduzione
inglese dell'opera di Palladio; infatti, i primi ponti
raffigurati nelle stampe dell'epoca, appaiono di chiara
origine palladiana.
Tra tutti possiamo ricordare il ponte sul Witham a
Boston del 1742 e quello sul lago Virginia del 1750.
Con l'indipendenza americana, proclamata nel 1776, si
affievolirono anche i rapporti culturali con
l'Inghilterra; la "Nuova Nazione" trova,
quindi, nella Francia un modello culturale cui
riferirsi.
Sull'esempio francese sarà ordinato l'esercito ed in
particolare l'Accademia Militare di West Point, fondata
nel 1802.
Dall'incontro tra la cultura francese, che nel campo dei
ponti vantava una grande esperienza, in particolare su
quelli lapidei, e la pratica statunitense del costruire
ponti in legno, nasceranno le basi di quella cultura in
cui matureranno le moderne strutture reticolari.
I ponti dei primi dell'Ottocento, come per esempio il
Permanent Bridge, costruito da Timoty Palmer (1804),
appariono quasi ponti in pietra reinterpretati in legno.
In questa periodo viene pubblicato il primo trattato
dedicato ai ponti scritto in America, è quello di
Thomas Pope ("Treatise on bridge architecture",
New York, 1811).
Quando West Point laureò la prima generazione
d'ingegneri militari, si notarono i primi mutamenti
nelle opere realizzate anche se dettati più
dall'esperienza che dall'applicazione di modelli di
calcolo.
Di questa generazione la figura
più importante è il colonnello S. H. Long; il suo
trattato sulla costruzione dei ponti ("Description
of Jackson Bridge, together with direction to builders
of wooden or frame bridge.", Baltimore, 1830)
introduce, fra i primi, una delle prime ed elementari
forme di calcolazione delle strutture reticolari.
La ricerca di un modello matematico per la
determinazione di un metodo di calcolo delle reticolari
era già iniziata nella seconda metà degli anni Venti
dell'Ottocento, in conseguenza dello sviluppo della rete
ferroviaria statunitense.
L'aumento del peso e della velocità dei treni mise in
crisi il sapere consolidato all'esperienza.
Il tentativo di Long, infatti, si colloca in
quest'ottica.
Attorno alla metà degli anni Quaranta, dell'ottocento,
l'ingegneria americana conobbe le figure di due
ingegneri che proporranno importanti soluzioni al
problema: Squire Whipple ed Herman Haupt, ufficiale
dell'esercito Nordista.
Squire Whipple nellla cultura anglosassone è spesso
presentato "as the father of modern calculation of
frame structure..".
Personaggio indubbiamente eclettico e geniale, topografo
dalla formazione civile, applicò la trigonometria alla
composizione e scomposizione delle forze.
Recenti studi, però, ridimensionano questa figura
attribuendogli il merito di aver sistematizzato e
pubblicato, nella sua opera del 1847, "A work on
bridge building", un metodo di dimensionamento già
in uso nella pratica degli ingegneri del suo tempo.

Ricostruzione tridimensionale
del Bowstring brevettato da Whipple nel 1841, a cura
dell'Autore.
Herman Haupt, nella suo trattato (1852), propose di
calcolare gli sforzi nelle aste attraverso un
procedimento simile a quello che noi conosciamo come
"sezione di Ritter" prendendo in
considerazione anche le reali sezioni dei correnti; in
questo modo il metodo è da considerarsi corretto anche
se applicabile unicamente a problemi di verifica e non
di dimensionamento.
Il diffondersi della ferrovie anche in Europa creò,
anche nel "Vecchio Continente" la necessità
di costruire ponti di grandi luci capaci di sostenere
carichi via via sempre più pesanti.
Ciò mise in primo piano anche l'inadeguatezza dei ponti
ad arco in pietra fiore all'occhiello della tradizione
classica europea.
I governi europei, tramite le grandi società
ferroviarie, inviarono nel "Nuovo Mondo" i
loro migliori ingegneri affinché apprendessero questo
"il nuovo modo di concatenar".
Tra questi "viaggiatori-studiosi" due sono gli
uomini di spicco: Carlo Ghega (Karl Ritter von Ghega in
tedesco), e Karl Culmann.
Il primo, veneziano di nascita, fu inviato dal governo
austriaco in Inghilterra ed in America nel 1835-40;
Ghega costruirà gran parte delle ferrovie dell'Impero
Austro-Ungarico, compresa la Trieste - Vienna.
Il secondo, Karl Culmann, di origine bavarese e non
svizzera come spesso si crede, visitò l'Inghilterra e
l'America per conto delle Ferrovie Bavaresi.
Del viaggio di Culmann, abbiamo due resoconti: il primo
sui ponti in legno, il secondo su quelli in acciaio. Il
suo viaggio durò due anni ,dal 1849 al 1851, durante i
quali visitò la maggior parte dei cantieri americani; i
suoi resoconti sono minuziosi e chiari; è proprio in
questi documenti, pubblicati a Vienna nel 1851 e nel
1852, che Culmann dimostra il calcolo analitico delle
reticolari con un procedimento che oggi è noto come
"sezione di Ritter".
Per la grande diffusione che ebbe il resoconto del suo
"viaggio americano", possiamo ritenere che
proprio con Culmann l'esperienza statunitense sulle
travi reticolari fece il suo "rientro" nella
cultura europea.

Alcune delle tavole riportate
nell'opera di culmann, a destra, una ricostruzione del
viaggio americano, a cura dell'autore.
L'ipotesi è affascinante ma facilmente dimostrabile
leggendo le pagine del trattato di Culmann "Der Bau
der holzenbrucken in den Vereinigten Staten von
Nordamerika" (Vienna, 1851).
In altri termini si sostiene la seguente tesi: la
concezione strutturale delle travi reticolari iniziò in
Europa, plausibilmente con le prime "capriate"
delle basiliche romane e con le realizzazioni di
Apollodoro di Damasco. Poi le reticolari furono
impiegate nella costruzione delle
"incavallature" del gotico e per la
costruzione dei ponti lignei alpini. Palladio ne
codifica le forme ed il suo trattato, tradotto in
inglese nel Settecento, accompagna i coloni del
Nord-America. Qui, nel "Nuovo Mondo", le
strutture reticolari per ponti trovano ampia
applicazione con la diffusione delle ferrovie, qui si
tentatano soluzioni e tipologie strutturali innovative,
qui vengono Karl Culmann e Carlo Ghega, oltre ad altri
studiosi europei, per imparare e "carpire" i
segreti.
Poi, tutto ritorna in Europa dove, soprattutto per
merito di Culmann, l'esperienza Nord-Americana, viene
smontata, analizzata, ricostruira e rivestita di una
precisa veste teorica.
Matteo Guardini
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