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                                                    le costruzioni in rete

 L'ispirazione che viene da una nuova scienza

 Marco PREVITERO

Data di pubblicazione: 2002

 

Mi preme fare presente come io sia un appassionato di architettura, e di più ancora mi piace conoscere quello che c’è dietro una buona progettazione architettonica di un edificio, e cioè tutta quella serie di torture mentali a cui l’architetto si sottopone prima di arrivare a trovare “l’ispirazione” semplice o complessa che sia.

   Quindi passerò in rassegna un opera architettonica di qualche anno fa (1999),che gli appassionati di architettura di certo ricorderanno, con l’intento di approfondire questo secondo aspetto della progettazione.

   L’opera è un’opera dell’Architetto Americano STEVEN HOLL nell’istituto di scienza del Campus di Cranbrook nel Michigan, gli venne affidato il compito di progettare l’ampliamento di uno degli storici edifici preesistenti a forma di U presenti nel Campus, concepiti dall’Architetto Finlandese Eliel SAARINEN.

   L’architetto HOLL con l’intento di contrastare l’impianto chiuso e scomodo del vecchio edificio, infatti la forma ad U rende quanto mai scomoda la circolazione degli utenti all’interno delle varie ali, cosa fa ?

Ne costruisce uno uguale !!!

   Può sembrare strano il fatto che per contrastare ha voluto progettare la stessa cosa, anche perché di solito quando ci si prefigge di cambiare si pensa a fare qualcosa che è tutto l’opposto di quello che c’è.

   L’architetto ha quindi immaginato i due edifici, uno esistente a forma di U, e l’altro da realizzare anch’esso a forma di U, come due superfici della geometria frattale che vengono ad abbracciarsi quasi come irresistibilmente attratte l’una all’altra dalla loro stessa forma.

   La genialità sta nella teoria che c’è dietro, o meglio “nell’ispirazione” da cui viene fuori quest’opera architettonica, infatti essa prende forma e trova compiutezza concettuale da un modello che potrebbe sembrare vada troppo al di là di quello che è il nomale campo di ispirazione architettonico.

   Esso è il modello degli “STRANI ATTRATTORI”. Sviluppato dallo scienziato Edward Lorenz negli anni 60. Nella Geometria Frattale un “attrattore” è un area che attira verso di se punti, i quali, nonostante segnano percorsi caotici o imprevisti, resteranno sempre in orbita attorno all’attrattore.  

   C’è da dire che la Geometria Frattale infatti, tende a sostituire ai vecchi simboli della Geometria Euclidea, formati da elementi estremamente idealizzati, quindi elementi eccezionali, delle configurazioni più naturali con nuovi simboli che si possono ottenere mediante relazione logico-matematiche quali sono gli Algoritmi. Una tale trasposizione è resa possibile in quanto sono state constatate alcune ipotesi operative che consentono il ricrearsi di una fisionomia finita partendo da fisionomie infinitesime. Operazione concepibile facendo riferimento ad un’aggregazione ripetitiva di elementi autosomiglianti che sempre si rinnovano rivelando aspetti deterministici di coaugulo prima ignoti. Insomma è un po’ quello che il mio professore di analisi, il grandissimo Piero Fattori, per non rendercela tanto pesante amava indicarci con R4, o appartenenti a studi o scienze di nuova denominazione.

   Da qui la prima “intuizione”; immaginiamo di quardare da lontano l’atrio, i corridoi o il giardino di un campus universitario, vedremo tanti piccoli puntini colorati che seguono, affaccendati, percorsi diversi e quindi caotici ma che restano sempre intorno al loro polo di attrazione, che sia l’aula o l’edificio. 

   Mi inserisco di più dentro la complessità della teoria ispiratrice di quest’opera architettonica e scopro che il modello sopra descritto viene usato principalmente nella Teoria dei Sistemi ed è di una stridente attualità in quanto sta sempre più influenzando il campo delle arti applicative, pittura, scultura e architettura, 

   Per quanto riguarda l’architettura, l’edificio sopra citato sfrutta al meglio, secondo me, le potenzialità sperimentali e filosofiche di questa teoria, più che quelle prettamente geometriche, dando vita ad un edificio che si può adattare facilmente ai cambiamenti, fatto di un sistema di percorsi aperto e rilassato nel quale il visitatore può usufruire di una serie di strategici punti di osservazione dai quali percepire le varie opzioni di itinerario.

   In sostanza per dominare il caos generato dal movimento degli studenti non si mettono indicazioni o percorsi obbligati, ma si lascia vedere precisamente tutto lo spazio così com’è e vi si lascia libertà di circolazione, proprio come fanno i frattali, elementi autosomiglianti, quando generano un’aggregazione ripetitiva che li mantiene uniti anche se seguono percorsi diversi, sia imprevisti che caotici.  

   Per quanto riguarda il mondo dell’arte, esso lo si può vedere pieno di teoria del frattale, soprattutto in quei generi artistici astratti e caotici più vicini al quotidiano, al contemporaneo e che traggono la loro energia da quello che succede nell’attuale.

   Un frattale, e più in generale tutta questa teoria non fa altro che fornire un’analisi metodologico deterministica nell’indagine del suo disordine caotico ma c’è di più, l’ordine come anche il caos ha una propria logica programmatica, gli stessi fisici si stupiscono di come il caos possa nascere dalle più semplici equazioni. Il frattale, quindi, definisce una parte che non allude ad un tutto; piuttosto lo previene, lo disegna e “ipotizza” le linee, per evidenziarne poi tutte le sorprese.  Lungo le curve degli oggetti frattali caos e ordine si incontrano senza promesse.

   La visione di immagini e di oggetti frattali, ci porta dunque in una zona che ricorda l’occhio sfaccettato di una mosca, dove tante coste ,tanti rilievi, tante misure poggiano sulle diverse superfici dell’occhio; ricondurle ad un unico punto di osservazione diventa improponibile e per questo si infrangono così l’una nell’altra.

Concludo lasciandovi una massima di Albert Einstein sulla differenza tra arte e scienza.

  “Dove il mondo cessa di essere il palcoscenico delle nostre speranze e dei nostri desideri per divenire l’oggetto della libera curiosità e della contemplazione, lì iniziano l’arte e la scienza. Se cerchiamo di descrivere la nostra esperienza all’interno degli schemi della logica, entriamo nel mondo della scienza; se invece le relazioni che intercorrono tra le forme della nostra rappresentazione sfuggono alla comprensione razionale e purtuttavia manifestano intuitivamente il loro significato, entriamo nel mondo della creazione artistica, ciò che accomuna i due mondi e l’aspirazione a qualcosa di non arbitrario, di universale”

 

Riferimenti bibliografici:

- mensile AREA gennaio-febbraio 2000, p. 18

- presentazione della mostra 'Arte caotica' - galleria arte nuova -
Capua - Novembre 1996

 


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