Affrettatevi a visitare Pompei prima che
sia troppo tardi. Prima, cioè, che l’aggressione
ambientale, l’impatto di milioni di turisti (circa 2
milioni nel 1996), la cronica carenza di personale producano
danni irreparabili sulle strutture della città più
affascinante del mondo antico.
Vi propongo, quindi, un itinerario che vuole essere
alternativo rispetto a quelli classici riportati nelle guide
più famose disponibili. Un itinerario, cioè, che non ha
come obiettivo quello di analizzare ad esempio gli stili
della pittura pompeiana, o la struttura delle domus
romane o ancora l’arredo in bronzo ed il vasellame
pregiato della Casa di Giulio Polibio. Il
percorso che vi suggerisco - e che potreste seguire su una
delle mappe disponibili per Pompei - invece, è finalizzato
all’esame dei materiali e delle tecniche costruttive
utilizzate dai Romani. L’itinerario suggerito inizia da Porta
Marina, uno dei principali accessi alla città che
collega l’estremo ovest del decumanus maximus -
costituito dalla via omonima e da Via dell’Abbondanza
- con la Porta di Sarno all’estremo est della cinta
muraria di Pompei. Lungo la Via Marina è possibile
ammirare alcuni marciapiedi in opus signinum, con il
rivestimento costituito da una malta di calce (nucleus)
in cui sono disseminati grossi frammenti ceramici e tessere
di marmo di colore bianco (crustae) in esso inglobati
mediante battitura, con una tecnica antesignana di quella
utilizzata per i pavimenti alla veneziana.

Pompei: il Foro
Subito dopo
aver oltrepassato la Porta Marina, sulla destra, si trova il
Tempio di Venere. Nel 62 d.C. il Tempio fu
probabilmente distrutto dal forte terremoto che aveva
interessato Pompei 17 anni prima della fatale eruzione del
Vesuvio. Al momento dell’eruzione, il Tempio era oggetto
di lavori di ristrutturazione. Pertanto, è possibile
acquisire numerose informazioni sulle tecniche costruttive
dei Romani. E’ possibile, ad esempio, ammirare un enorme
blocco di pietra tagliato con la sega a due maniche,
utensile che veniva preferito ai cunei - soprattutto per il
taglio di pietre costose - in quanto consentiva di evitare
indesiderate deviazioni della linea di rottura in presenza
di piani di debolezza non visibili dall’esterno.
Altrettanto interessante è l’esame di alcuni blocchi che
dopo la squadratura venivano sbozzati con il piccone a due
punte, creando un paramento ruvido detto
"gradinato".
Dopo la
sbozzatura il blocco veniva rifinito dai lapidarii
con scalpelli di forma diversa: nel cantiere del Tempio
di Venere si può osservare l’impiego del punteruolo
per lo scavo di anatirosi dei blocchi; per il riquadro,
invece, veniva preferita la gradina. Il ciclo di lavorazione
completo della pietra può essere desunto dall’analisi di
alcuni blocchi del cantiere delle Terme Centrali,
anch’esso aperto subito dopo il terremoto del 62 d.C.
Si possono ammirare, infatti, quattro capitelli dorici: il
primo dei quali appena sbozzato mediante punteruolo e
martellina; si passa poi a due blocchi intermedi in cui si
comincia ad intravvedere la forma del capitello e si nota la
lavorazione effettuata con lo scalpello dritto e con la
gradina; il quarto blocco, invece, è completamente lavorato
con le foglie di acanto ben definite e levigate. Altrettanto
interessante è l’esame dei sistemi con cui i blocchi di
pietra venivano ancorati ai mezzi di sollevamento. Nelle Terme
Centrali si possono notare nello stilobate del portico
le sporgenze della pietra (ancones) alle quali
venivano ancorate le funi e che venivano asportate dai quadratorii
al momento della finitura del blocco. Nelle Terme
Centrali, inoltre, si può rilevare la classica
struttura tripartita della muratura, comune alla maggior
parte degli edifici pompeiani, costituita da solidi
paramenti laterali rivestiti da spessi strati di intonaco di
elevata resistenza meccanica, che fungono da
"armature" di confinamento per il nucleo di
scadente fattura realizzato con pietrame e malta terrosa in
cui si notano dispersi alcuni granuli di calce. La presenza
di granuli di calce nella matrice argillosa, testimonia che
la calce era conosciuta, ma non veniva preparata con
accuratezza. In un certo senso, cioè, l’analisi della
muratura delle case pompeiane più antiche (la Casa del
Chirurgo, di Sallustro, del Menandro ed
anche la famosa Casa del Fauno) conduce ad una sorta
di "smitizzazione" del concetto di solidità
dell’opus caementicium quale nucleo portante della
muratura. Nella maggior parte degli edifici antecedenti
all’età imperiale, infatti, i paramenti, realizzati
prevalentemente in opus africanum - muri con catene
verticali in pietra in cui si alternano blocchi verticali e
orizzontali collegate da filari elementi lapidei di piccole
dimensioni - erano riempiti con malta argillosa di scadente
fattura in cui si notano dispersi i granuli di calce. Solo
più tardi - negli edifici costruiti intorno alla metà del
IV secolo a.C. si ritrovano murature con nuclei in opus
caementicium realizzati con malte di calce di eccellente
fattura. Un impiego più massiccio della calce nell’ultima
fase edilizia di Pompei, quando la città era stata
trasformata in un enorme cantiere per il restauro dei danni
provocati dal sisma del 62 d.C. è testimoniato dalla
presenza di un forno di cottura provvisorio installato nella
Casa del Sacello Iliaco. In questa casa, inoltre, è
stato rinvenuto nel centro di un cumulo di pozzolana la
calce che era in procinto di essere impastata al momento
dell’eruzione. Altri cumuli di calce si possono notare nel
corridoio d’ingresso della Casa del Moralista dove
probabilmente erano in corso lavori di manutenzione. Nella Casa
del Moralista è possibile, inoltre, osservare alcuni
tramezzi realizzati in opus craticium che rappresenta
la struttura mista più diffusa dell’architettura
pompeiana. L’opus craticium è una struttura
costituita da uno scheletro portante realizzato con pali di
legno verticali (pali) e orizzontali (correnti e traverse)
riempiti con elementi in pietra di piccole dimensioni. La
struttura a graticcio veniva preferita ai muri di pietra per
la realizzazione dei tramezzi grazie al modesto spessore
(minore di 20 cm). Nei piani superiori l’opus craticium
- grazie alla sua leggerezza - veniva impiegato anche per la
realizzazione delle murature di facciata e dei balconi come
è possibile notare percorrendo Via dell’Abbondanza.
Le specchiature dell’opera a graticcio sono generalmente
realizzate in opus incertum, la struttura in pietra
ottenuta per accostamento di blocchi di piccole dimensioni
senza una forma geometrica ben definita. Questo tipo di
paramento si ritrova a Pompei già dal III secolo a.C. ed
alcuni esempi si possono ritrovare nelle murature della Casa
di Obellio Firmo e nella Basilica
nell’area del Foro. In quest’area è possibile
osservare l’evoluzione che portò dalla realizzazione dei
paramenti in opus incertum, all’opus quasi
reticulatum prima e all’opus reticulatum poi.
Nella cisterna di approvvigionamento delle Terme del Foro
l’opera quasi reticolata si individua nelle parti basse
del paramento sebbene con alcune incertezze che nella parte
alta "indietreggiano" verso l’opera incerta.
Paramenti in opera quasi reticolata di pregevole fattura si
ritrovano nell’Anfiteatro ed in particolare nell’Odeon.
Il passaggio all’opera reticolata - che consiste nel
disporre blocchetti di pietra di forma prevalentemente
quadrata inclinati di 45° sull’orizzontale - è dettato
dalla necessità di sfruttare la manodopera non qualificata
disponibile per la produzione ed il taglio di materiali
edili di facile realizzazione. Nell’area del Foro
si può ammirare uno dei migliori esempi di opus
reticulatum sul muro meridionale del Macellum. Lo
sviluppo naturale dell’opera reticolata è rappresentato
dall’opus vittatum e consiste nella disposizione
dei blocchi lapidei su filari orizzontali. Nell’area del Foro
questo tipo di paramento può essere osservato nell’Edificio
di Eumachia. In opposizione ed in concorrenza con
l’opus reticulatum si sviluppa a Pompei l’opus
mixtum, paramenti , cioè, costituiti da pietre e
mattoni, a cui i muratori pompeiani fecero ampio ricorso per
la necessità di reimpiegare i materiali recuperati dalle
demolizioni. Innumerevoli sono gli esempi di opus mixtum
che si possono, quindi, ritrovare a Pompei. Un interessante
esempio è quello relativo alla Porta Ercolano nota
anche come la "Porta del Sale" (Porta
Saliniensis) attraverso la quale veniva trasportato il
sale proveniente da Ercolano ed estesamente impiegato a
Pompei per la preparazione del garum, una salsa di
pesce marinato il cui uso nella cucina romana è
paragonabile al quello della salsa di pomodoro nella cucina
mediterranea. La porta è realizzata con catene angolari in
mattoni e pietre completate con un paramento in opera
incerta e ricoperta da un rivestimento in stucco bianco.
Questo tipo di rivestimento - che imitava l’opera quadrata
- fu impiegato estesamente a Pompei, unitamente agli
intonaci per la decorazione e la protezione delle strutture.
Balza immediatamente agli occhi - percorrendo le strade di
Pompei - che lo spessore degli intonaci è di gran lunga
maggiore di quello medio (2 cm) dell’edilizia attuale.
Nonostante lo spessore elevato però, il numero degli strati
raramente coincide con quello raccomandato da Vitruvio (7
strati): i rivestimenti pompeiani, infatti, sono costituiti
al massimo da 3 strati. Nel primo strato di spessore
variabile tra 3 e 5 cm, realizzato con calce e sabbia
grossa, venivano inseriti grossi frammenti ceramici. Ciò
consentiva di limitare la fessurazione e migliorare
l’aderenza dello strato successivo (spesso 2-4 cm), in
calce e sabbia fine. Quest’ultimo veniva rifinito a
frettazzo per preparare una superficie atta a ricevere la
finitura millimetrica a calce e marmo e successivamente i
pigmenti per la decorazione.

Opus reticulatum in una muratura pompeiana.
Nella Casa del Fauno
si possono osservare, inoltre, alcuni "sistemi di
deumidificazione" - probabilmente di dubbia
efficacia - che avrebbero dovuto preservare le
decorazioni dall’umidità. Nei muri dei locali in
prossimità dell’ Atrium si notano alcune
lamelle di piombo inchiodate al paramento. Nel secondo
peristilio, il rivestimento del paramento è
costituito da grosse tegole rettangolari di ceramica,
che erano state private delle alette e fissate alla
parete con malta e chiodi: una sorte di
"sbarramento verticale" ante litteram.
In generale le decorazioni venivamo effettuate con la
tecnica dell’affresco, apponendo, cioè, i
colori sullo strato di malta ancora fresco in modo da
"fissarli" sulla pellicola superficiale che
si produce per effetto della carbonatazione. Questa
tecnica presuppone la stesa di una superficie di
intonaco limitata corrispondente allo spazio che
l’artista è in grado di pitturare. Pertanto, la
realizzazione degli intonaci decorati procedeva, per
fasce orizzontali, dall’alto verso il basso come si
può ammirare nella Casa del Sacello Iliaco in
fase di ricostruzione al momento dell’eruzione. Una
parete di questa domus presenta una fascia
superiore decorata e rifinita ma non completata dalla
stesura della fascia sottostante per l’improvvisa
eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Questa tecnica di
realizzazione, basata sul raccordo di due fasce
contigue, poneva qualche problema che gli artisti di
solito risolvevano facendo coincidere la fine del
lavoro con soggetti a fascia orizzontale (parete del
giardino della Casa dei Ceii).
Le decorazioni furono eseguite a Pompei utilizzando
gli "stucchi" di cui alcuni interessanti
esempi si ritrovano nella fauces nel peristilio
della Casa del Fauno e principalmente nelle Terme
del Foro ed in quelle Stabiane.
|
| |
Buona passeggiata.
Enco
Journal n.5 - 1997
|
HOME
SU |