La
letteratura inerente lo studio degli archi è
svariata, essendo l'arco una tecnica molto antica e
studiata. Ciononostante si reputa interessante fare un
discorso generale e sintetico che tocchi gli aspetti
strutturali.
Vista l'importanza rivestita nei secoli dall'arco si
è sviluppata per esso una nomenclatura specifica. In
un arco si possono infatti individuare:
- l'intradosso,
la linea di delimitazione inferiore;
- l'estradosso,
la linea superiore;
- la
chiave, la parte più alta;
- le
imposte, le superfici d'appoggio;
- le
reni, la zona individuata dalla retta che forma
con la verticale un angolo di 60°;
- i
piedritti, i sostegni laterali.
Le
caratteristiche fondamentali dell'arco sono:
- freccia
e luce ed il loro rapporto, detto ribassamento;
- la
profondità, esigua rispetto alle dimensioni nel
piano dell'arco;
- la
configurazione geometrica;
- la
sezione trasversale;
- le
condizioni di vincolo;
- il
materiale
Prima
che fossero inventati acciaio e cemento armato per
coprire luci orizzontali si potevano utilizzare travi
in legno o strutture curve in pietra o mattoni. Le
prime però non garantivano luci di grossa portata (lo
sviluppo delle prime strutture reticolari che
ovviavano a questo problema, le capriate, avviene
nelle chiese paleocristiane, quindi solo dopo la
nascita di Cristo) e poi con le tecnologie dell'epoca
non potevano sopravvivere al tempo e al fuoco. Nasce
così l'arco in muratura.
A lungo si è ignorato il funzionamento statico di
esso, scoperto di fatto solo nell'800, quando la
scienza delle costruzioni aveva raggiunto la sua
maturità.
Dell'arco e delle dimensioni da assegnare per evitare
il crollo parlano tutti i trattatisti, da Vitruvio
fino all'Alberti, il quale ipotizza la genesi
dell'arco a partire da due travi inclinate accostate,
tra le quali ne viene posta una orizzontale (De re
aedificatoria).
Leonardo nei Codici di Madrid è il primo a studiare
l'arco come struttura: determina il peso di ciascun
concio sul piano inclinato che lo sostiene e studia le
fratture che si generano e il meccanismo di collasso.
De la Hire nel 1684 formula la prima teoria per il
calcolo degli archi che tuttavia trascura l'attrito
tra i conci. È Coulomb che introduce nel 1776
l'attrito. Nell'800 il dibattito si fa sempre più
ricco di interventi, con l'introduzione dei nuovi
materiali e di nuovi concetti. Risale al 1840 il
metodo di calcolo degli archi in muratura che
tutt'oggi si utilizza (metodo di Mery).
La stabilità dell'arco dipende dal poligono delle
forze relativo alle forze agenti sull'arco (forze
vincolari e forze agenti). Il poligono delle forze,
nel caso di forze esterne distribuite è una curva,
detta curva delle pressioni. La forma dell'asse
dell'arco, per evitare che ci siano delle flessioni,
deve essere tale che si approssimi il più possibile a
questa curva che nel caso di un arco libero (cioè non
inserito in una muratura) è rappresentata dalla
catenaria, la curva secondo cui si atteggia una fune
soggetta solo al proprio peso (questo secondo il
principio di equivalenza espresso da Hooke nel 1675),
descritta dalla funzione coseno iperbolico.
Se
un arco è in muratura o in cemento non armato,
materiali non resistenti a trazione, le verifiche che
occorrono fare sono:
- Sezione
compresse non parzializzate: questo avviene quando
la curva delle pressioni è contenuta nella fascia
delimitata dalle curve di nocciolo (per sezioni
rettangolari di dimensioni a e b distano a/6 e b/6
dal baricentro).
- Nei
giunti (questo non avviene per gli archi in
cemento, nel quale non sono presenti i conci) non
deve avvenire lo scorrimento, condizione
rispettata se l'angolo tra forze di pressione e
piano del giunto è inferiore all'angolo di
attrito tra i materiali (quindi T < N tanf);
- Azione
agente inferiore alla resistenza: questo succede
sempre a meno che non diminuisca la spinta (quindi
aumentano i momenti) per spostamenti relativi
delle imposte;
- Spinta
agente sui piedritti inferiore a quella che può
essere assorbita. Dalla risoluzione di un'arco a
tre cerniere (al quale si approssima l'arco
monolitico al collasso) si ottiene che: H=M/f, con
M momento massimo di una trave appoggiata con la
stessa luce dell'arco. Quindi la spinta aumenta
con la freccia e con la luce (M=pl2/8),
vale a dire col ribassamento. Perché questa
verifica sia effettiva si può:
- diminuire
la spinta diminuendo il ribassamento (lo si
paga allontanando l'asse dell'arco dalla curva
delle pressioni);
- mettere
in prossimità delle imposte una catena di
acciaio (prima dell'invenzione dell'acciaio si
usava ferro fucinato) che assorba la spinta:
perché sia più efficiente conviene che sia
pretesa così che lavora subito, senza che
debba avvenire un allontanamento reciproco
delle imposte;
- controbilanciare
la spinta con quella generata da un arco
contiguo;
- far
sì che la forza scaricata dall'arco cada
sempre all'interno della sezione del
piedritto, aumentando il carico sul piedritto
o collegandolo ad un contrafforte mediante un
arco rampante (espedienti entrambi propri
delle cattedrali gotiche);
- Utilizzare
un piedritto in acciaio o c.a., in modo che
possa resistere a flessioni importanti.
Alcuni
espedienti che migliorano il comportamento dell'arco
sono:
- il
rinfianco. Si tratta di un peso messo sulle
imposte degli archi che permette di ridurre gli
effetti flessionali in quella zona, avvicinando la
linea d'asse alla curva delle pressioni. Il suo
effetto dipende dal livello a cui arriva e dalla
forma dell'arco. L'utilità del rinfianco può non
essere tale se invece causa l'ulteriore
discostarsi dalla curva delle pressioni (può
succedere per archi a bassa curvatura) o se non è
realizzato con materiale coerente. In questo caso
infatti funge da peso morto nei confronti del
sisma, incrementando le forze orizzontali
sull'arco, non collaborando con esso a resistere;
- evitare
il più possibile che l'arco cambi la
configurazione di equilibrio con la conseguenza
che la linea d'asse aumenta l'eccentricità
rispetto alla linea delle pressioni, generando così
effetti flessionali maggiori. Questo lo si può
realizzare:
- inserendo
l'arco in un muro
- realizzando
muri di sostegno delle spinta il più
possibile stabili
Un
calcolo rigoroso con la risoluzione del sistema
iperstatico non serve in quanto la geometria non è
bene definita e la struttura poi ha degli adattamenti
plastici.
Per il calcolo si sfrutta il succitato metodo di Mery,
che studia un arco a tre cerniere prossimo al
collasso, nel quale le tre cerniere sono localizzate
nei punti di nocciolo delle sezioni:
- di
chiave;
- vicino
alle reni, ove tra tutti i possibili archi a tre
cerniere ci sia quello a cui corrisponde il
massimo valore di spinta, compatibile con una
curva delle pressioni sempre interna alle curve di
nocciolo.
La
nascita di cemento armato, acciaio e legno lamellare,
connessa alla resistenza di questi materiale a
flessione determina una maggior flessibilità delle
tipologie sviluppabili a partire dalla forma curva
dell'arco.
Si delinea un maggior numero di schemi statici:
- a
tre cerniere
- a
due cerniere
- incastrato
agli estremi
- a
spinta eliminata
- continui
Per
questi materiali la verifica della curva delle
pressioni non è necessaria per la succitata
resistenza a trazione. La risoluzione della struttura,
viene effettuata mediante i teoremi della scienza
delle costruzioni; l'equazione differenziale che
descrive in un piano xz l'equilibrio di un elemento
elementare di arco è:
(H+dH)d2z/dx2
+d2M/dx2= p+dp (peso
proprio+carico accidentale)
con M=Ne momento e H spinta.
Questa
equazione, unitamente alle caratteristiche del
materiale, permette di determinare le forze interne.
Oltre alle verifiche proprie di ogni tecnologia (fessurazione,
unioni,... si può a questo punto, note le
sollecitazioni, verificare:
- la
resistenza
- la
stabilità: le superiori capacità di questi
materiali rispetto alla muratura causa strutture
snelle e quindi soggette al pericolo
dell'instabilità sia nel proprio piano (si ovvia
aumentando l'inerzia) che in quello perpendicolare
(oltre che aumentando l'inerzia si ovvia limitando
la lunghezza di libera inflessione, mettendo dei
ritegni fissi perpendicolari al piano dell'arco,
quali sono quelli che scaricano su un sistema di
controventatura);
- la
possibilità dei piedritti di assorbire la spinta.
Il
fatto che questi materiali resistano molto meglio alle
flessioni li rende ideali nei casi in cui le forze
accidentali siano variabili, nel tempo e nello spazio.
Infatti se non si hanno forze variabili si può
studiare la forma dell'arco in funzione dei carichi.
Variando i carichi e chiaramente non la forma
dell'arco si generano pertanto flessioni. Il problema
era comunque meno sentito negli archi in muratura in
quanto queste strutture sentono meno l'influenza dei
carichi variabili per il fatto di essere massicce (si
usa infatti più materiale per la minore resistenza e
per questo la variabilità dei carichi accidentali
incide in misura trascurabile).

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